Cara figlia mia, non vergognarti di un papà fascista

RIPORTIAMO LA LETTERA CHE SCRISSE MARCELLO VENEZIANI ALLA FIGLIA FEDERICA SU ” LO STATO ” NEL 1998 . PAROLE ANCORA OGGI ATTUALISSIME

«Cara Federica, sei tornata da scuola sconcertata perché la professoressa d’italiano ti ha chiamato in disparte e ti ha detto: hanno scoperto che sei la figlia di…, ne hanno parlato in consiglio d’istituto. Te la faranno pagare. Qui sono tutti dell’altra parrocchia. E l’anno prossimo che vai al liceo, mi raccomando, se ti chiedono se sei figlia di… nega, dì che è un caso di omonimia. Ti possono fare del male. Non dire ai professori né ai compagni di scuola chi è tuo padre… Cara Federica, non so se la tua professoressa abbia esagerato, soffra di mania di persecuzione oppure no. A me sembra impossibile che succedano oggi queste cose. Mi sembra impossibile che in una società liberale e indifferente, cinica e buonista, aperta a ogni diversità, che non crede praticamente in niente, ci sia qualcuno che crede ancora all’esistenza del diavolo di destra. Un male per giunta genetico, razziale, ereditario, se ricade su di te, ignara tredicenne, solo perché sei mia figlia.

Mi hai raccontato che un gruppo di tuoi compagni di scuola ti ha accolto una volta con canti e slogan antifascisti. E mi hai raccontato di un amico che è venuto a trovarti a casa e si è meravigliato di trovare così tanti libri in casa di un “fascista”, e per giunta molti libri su Che Guevara. Non conosceva gli altri autori, ma ce ne sono tanti di tanti diversi orientamenti. Ma a loro avevano raccontato che i fascisti leggono solo le massime di Hitler e in casa non hanno libri, solo manganelli. Per fortuna non hanno scoperto che tuo fratello è nato lo stesso giorno di Mussolini, un segno evidente di neo-fascismo ereditario.

No, Federica, non credere alla tua professoressa e nemmeno ai tuoi compagni. Non devi nascondere di essere mia figlia. Non devi vergognarti di tuo padre. Non solo perché non ci si vergogna mai dei propri padri, dei loro limiti, dei loro errori e della loro povertà. Ma anche perché non hai nulla di cui vergognarti. Devi sapere, Federica, che sarebbe stato assai tanto più facile per tuo padre professare altre idee. Avrebbe avuto la vita più facile se avesse scelto la via opposta. All’università, nei giornali, sui libri, nella vita.

Oggi a te chiedono di buttarla sull’omonimia; ieri a lui, e non solo a lui, chiedevano di firmare gli articoli con lo pseudonimo. Eppure tuo padre non ha mai ucciso, picchiato e minacciato nessuno. Non ha mai impedito a nessuno di esprimere le sue idee. Non ha mai derubato, corrotto e truffato nessuno, semmai ne è stato vittima. Non ha mai discriminato e rifiutato il dialogo con nessuno. Non ha nemmeno solo teorizzato di eliminare gli avversari né ha mai sottoscritto manifesti di cui debba vergognarsi. Non ha cambiato casacca, e nutre le stesse idee che aveva da ragazzo. Non è rimasto imbalsamato ma non è pentito di nulla, non ha dovuto rimangiarsi nulla e si professa “di destra”, per quel che può valere, oggi come allora.

Tuo padre ha creduto in idee che tu potrai liberamente accogliere o rifiutare, ma che hai il dovere di rispettare: perché sono idee e non mazzate, sono pensieri scontati sulla propria pelle e non su quella altrui. Un giorno capirai che l’amore aspro per la libertà, anche trasgressiva, era più dalla parte di tuo padre, “il fascista”, che dei suoi censori. Che gli negavano la libertà d’opinione nel nome della stessa. Alcuni lo fanno ancora adesso. No, Federica, non dire che è un caso di omonimia. Non ti chiedo di essere orgogliosa di tuo padre, ma di non nascondere le tue origini. Oltretutto un po’ mi somigli, anche se la cosa ti fa inorridire. Non ci si deve vergognare dei propri padri».

P.s. Smettetela di tirare in ballo per ogni fesseria e per ogni torto subìto fascismi, dittature, colpi di stato. Non confondete miserabili farse con tragiche grandezze e meschine intolleranze con l’avvento di regimi dispotici. Abbiate rispetto per la storia, per chi la fece e per chi la patì. E la Bignardi si ricordi, essere figli di fascisti non è una scelta, mentre diventare nuore di Sofri sì. E poi, al di là di quel che dite, essere fascisti non è un crimine, uccidere un commissario di polizia invece sì.

LA DESTRA ITALIANA SIA SEMPRE GRATA AD ALMIRANTE.

Intitolare un circolo di Fratelli d’Italia all’onorevole Giorgio Almirante è un atto di rispetto e di amore nei confronti di uno dei padri della destra italiana; un atto che deve essere costante non solo a parole ma soprattutto con i fatti. FdI è l’erede del Movimento Sociale Italiano e della ‘fiamma tricolore’ che, non a caso, compare sul simbolo del nostro partito e che, in passato, era già presente sia in Alleanza Nazionale sia nel MSI fondato nel 1947 da Giorgio Almirante e Pino Romualdi.
E fu lo stesso Almirante a disegnare la ‘fiamma’ ispirandosi al distintivo degli Arditi della Prima guerra mondiale, un simbolo che ha attraversato tutto il Novecento italiano e che è presente sulle schede elettorali da oltre settant’anni. Nessun leader della destra italiana si è mai sognato di cancellarlo e spero che ciò non accada mai! La ‘fiamma’ compare anche in Francia quando nel 1972 Almirante autorizzò Jean Marie Le Pen a utilizzarla per il simbolo del suo Front National sostituendo semplicemente il verde di casa nostra con il blu del tricolore francese. Anche in Spagna il partito post-franchista, il Movimento Social Repubblicano, tentò di scalare le vette della politica con questo simbolo.
Il recente dibattito sul ritorno del fascismo alimentato in queste ultime settimane dai ‘pompieri’ della sinistra, ovvero quelli che vorrebbero spegnere la ‘fiamma tricolore’, soprattutto (e non è un caso!) a ridosso delle consultazioni elettorali, mi fa pensare che il fascismo sia ancora vivo e vegeto. Grazie a chi? … Ai cosiddetti “antifascisti”, abili riesumatori “di comodo” del Ventennio in cui Benito Mussolini, nel bene e nel male, ha governato la Nazione.
Sembra un paradosso, ma è così. Se per un verso vi sono alcuni esponenti della Destra italiana che tentano di prendere le distanze dalle proprie radici soccombendo a questa sinistra, dall’altro c’è chi continua a parlare di fascismo in maniera strumentale. Dice bene Marcello Veneziani quando afferma che ‘Il fascismo è l’ossessione di chi non sa vivere senza nemici e rancore’.
C’è poi da chiedersi perché ancora tanta gente ha un giudizio positivo del fascismo.
Non si può ricordare del fascismo la violenza, la guerra, la persecuzione razziale (che riguarda il nazismo e solo di riflesso, in modo infame e caricaturale l’ultima fase del fascismo) dimenticando le opere realizzate, la tutela sociale, l’integrazione nazionale, i passi da gigante compiuti dall’Italia nel segno della modernizzazione, la forte passione ideale e civile, il consenso …
Durante il fascismo gli Italiani ebbero in assoluto il maggior attaccamento allo Stato e maggior fiducia nelle istituzioni, e potrei continuare. Il fascismo fu una rivoluzione conservatrice che modernizzò la Patria nel nome di valori e primati tradizionali.
Chi mi conosce, sa che non mi sono mai accontentato della verità ufficiale, quella scritta dei vincitori e ho sempre voluto approfondire le mie conoscenze.
Mi piace allora rammentare che in origine il movimento fascista, inizialmente noto come “sansepolcristi”, nacque come “antipartito” (era composto da ex socialisti, repubblicani, sindacalisti rivoluzionari, futuristi) al termine della “Grande Guerra” e che si fece portavoce del disagio diffuso soprattutto tra i ceti medi, i militari e gli ex combattenti rivendicando inoltre la cosiddetta “vittoria mutilata” in cui l’Italia non aveva ottenuto il giusto riconoscimento ai suoi sacrifici bellici e umani.
Nel “Programma di San Sepolcro” possiamo notare che vi furono una serie di provvedimenti volti a cercare di risolvere la difficile situazione sociale instauratasi in Italia all’indomani della fine del conflitto bellico: tra le altre cose si chiedeva una norma che sancisse la giornata legale di otto ore di lavoro, una modifica alla legge sull’assicurazione e sulla vecchiaia (la pensione potremmo dire) con abbassamento del limite di età da 65 a 55 anni. Quindi un programma che prevedeva riforme importanti fra cui un salario minimo, il suffragio universale, una imposta fortemente progressiva e una partecipazione proletaria nel processo produttivo … un programma sostanzialmente di “sinistra” e repubblicano … Correva l’anno 1919!
Oggi il fascismo è un fatto storico e il primo ad averlo in qualche modo storicizzato fu proprio Giorgio Almirante, il leader della Destra nazionale con il suo “non rinnegare, non restaurare”. Un uomo serio, onesto e laborioso che è stato per quarant’anni in Parlamento, che ha guidato un partito che aveva milioni di voti; che ha partecipato a pieno titolo alla vita politica e parlamentare della repubblica italiana; che fu un grande se non il migliore oratore della storia repubblicana; che i suoi discorsi sono stati pubblicati dal Parlamento, che è stato ricordato in tutte le sedi istituzionali da presidenti della repubblica, premier, leader di ogni versante politico e presidenti delle Camere. Almirante diede il via alla creazione di una destra di pacificazione nazionale, di condizionamento politico, di alternativa al sistema, corporativa, europea, occidentale. Il suo successo fu nell’aver guidato un partito come l’MSI in anni difficili, salvaguardandone la sua identità tra mille difficoltà e scissioni. Nonostante l’essere stato un politico “contro”, si guadagnò il rispetto degli antagonisti politici perché era un “signore” e lo dimostrò quando rese omaggio alla salma di Enrico Berlinguer (a mio avviso altro grande statista dimenticato proprio dai suoi), nella camera ardente allestita a Roma in via delle Botteghe Oscure mettendosi in coda come “compagno” qualunque. La sua presenza colpì i militanti e i dirigenti comunisti. Disse che era lì per rendere omaggio a un avversario, non a un nemico. Almirante fu un uomo di altri tempi ma il tempo non ha cancellato il suo insegnamento sebbene molti politici di oggi (anche di destra) hanno ancora molto da imparare. La Destra italiana sia sempre grata a Giorgio Almirante perché ‘le radici profonde non gelano mai’!

Fabrizio Marabello
Presidente Circolo Fratelli d’Italia “Giorgio Almirante” di Ceriale (SV)

La storia del premio Giorgio Almirante

PREMIO GIORGIO ALMIRANTE

Il trascorrere del tempo, è sovente un bel briccone. Soprattutto quando con l’ausilio di quella stampella
sbilenca, che è la memoria, si cercano di ricostruire gli avvenimenti del passato. C’è sempre uno scarto di
deformazione tra il quanto è realmente accaduto e quanto viene ricordato. Le atmosfere però e le
emozioni provate, rimangono ben deste in chi le ha vissute. Una pienezza, che scavalca la riesumazione
della ricerca dei dettagli. Vivissima, quindi, è rimasta in me la indelebile impressione, che ebbi nell’essere
accolto da Donna Assunta e la figlia Giuliana nella luminosa e curatissima casa dove aveva vissuto Giorgio
Almirante. Uomo politico che aveva, con la sua formidabile eloquenza dietro la quale si avvertiva
un’intelligenza di grande analisi e proposta, letteralmente inondato d’entusiasmo gli anni della mia prima
giovinezza e di quella di milioni d’italiani. Ricordo ancora il clima elettrico che si respirava per le strade di
Roma all’annuncio del suo comizio di chiusura delle varie campagne elettorali. Lo stato di febbrile
eccitazione e, mobilitazione nelle scuole della città, per organizzare al meglio il corteo del Fronte della
Gioventù che sarebbe sfociato in massa in Piazza del Popolo scandendo slogan. Avevo avuto pure l’onore di
essere stato ricevuto, anni prima, dal Segretario del Movimento Sociale Italiano, a Palazzo del Drago, con gli
altri componenti della Giunta Provinciale del Fronte della Gioventù del momento. In quel primo
cordialissimo incontro con la Famiglia Almirante, con Fabrizio Gatta che aveva promosso la circostanza,
furono gettate le primissime basi di quello che diventerà il Premio Giorgio Almirante. L’istituzione del
Premio annunciato al Bagaglino nella primavera del 2000 consisteva in una somma di denaro cospicua.
All’epoca c’erano ancora le lire e, l’ammontare di esso fu stabilito in cento milioni. Beneficiario del Premio,
sarebbe stato l’’organismo teatrale che avesse allestito il testo teatrale indicato tra gli altri pervenuti che
fosse stato indicato dalla Giuria quale quello vincitore. Detta così sinteticamente, qualcuno a una prima
occhiata superficiale, potrebbe chiedersi “Cosa c’entra Giorgio Almirante con un Premio alla drammaturgia
nazionale contemporanea a lui intestato?”. Mi permisi di prospettare questa ipotesi, avendo maturato una
discreta esperienza nel settore del Teatro di Prosa, a Donna Assunta e a Giuliana, sviluppando in modo
articolato supportato da conseguenziali nessi di fatto, l’eventualità. La storia della famiglia Almirante da
generazioni è sempre stata intimamente connessa alla vita artistica e in particolare quella teatrale. Basti
dire che Mario Almirante, padre di Giorgio, aveva i fratelli che avrebbero tutti fatto gli attori. Giacomo,
Ernesto ottimo caratterista che ricordiamo per alcune partecipazioni ad alcuni film con Totò e Luigi.
Quest’ultimo interpretò in modo magistrale il ruolo del Padre, in una commedia che segna il punto di svolta
della drammaturgia del “900. Spettacolo andato in scena per la prima volta il 10 maggio del 1921 al Teatro
Valle di Roma. “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello. Serata della quale s’avvertiva la portata
rivoluzionaria, e che appunto per questo finì in un parapiglia generale fra detrattori e sostenitori dell’opera.
Tanto che Pirandello dovette allontanarsi da una uscita laterale, per evitare spiacevoli conseguenze. Si
stavano ipotizzando le linee guida del Premio, in un momento nel quale gli autori teatrali, vista la
soppressione dell’I.D.I istituto dedicato alla promozione della loro attività, si trovavano in una condizione di
estrema difficoltà. Di fatto abbandonati da qualsiasi Istituzione culturale pubblica che promuovesse il loro
lavoro. Elemento anche questo, valutato dalla pronta sensibilità di Donna Assunta, che subito ritenne
buona cosa, dare supporto a quell’universo creativo. Con questa scelta si andava a evidenziare un dato
incontrovertibile. Giorgio Almirante non era stato solo un grande uomo politico, ma un uomo di solida e
raffinata cultura umanistica. Tanto è vero, che per un periodo, tra le altre attività quali quelle di giornalista
fu docente di Lettere. La cultura, è il territorio nel quale lo specifico delle singole appartenenze sfuma alla
ricerca di bellezza, libertà, e valori universalmente condivisi. Profili e sensibilità, che indubbiamente erano
propri dell’uomo Giorgio Almirante. Avendo individuato delle coordinate base del progetto si passò alla
fase operativa. Con la sua determinazione e carisma, Donna Assunta individuò i componenti della Giuria del
Premio, che nel corso dell’edizioni videro la partecipazione di personalità quali: Giorgio Albertazzi come
Presidente, Lando Buzzanca, Elisabetta Gardini, Rossella Falk, lo scrittore Franco Scaglia, lo storico del
Teatro Giovanni Antonucci. Rimasi molto onorato dal vedermi assegnato da Donna Assunta il ruolo di
Segretario del Premio. La prima edizione, con “Venditore d’anime” vide vincitore Alberto Bassetti. La serata

di quella premiazione nel 2001 al Teatro Valle ebbe, con Claudia Cardinale una madrina veramente
d’eccezione. Risulta evidente come la scelta Del Teatro Valle non fu casuale. Le edizioni, seguendo percorsi
sempre più articolati, giunsero fino al 2008. Tra gli altri furono premiati, accompagnando l’evoluzione della
vita del Premio: Nino Benvenuti, Pippo Baudo, Al Bano, Roberto Gervaso, il soprano Nausicaa Policicchio,
molti altri ancora esponenti della vita della cultura nazionale. Tutte le edizioni della manifestazione ebbero
come conduttore Fabrizio Gatta. Le serate, grazie alle iniziative esperite in tal senso da Massimo Magliaro
(già capo ufficio stampa del Segretario del M.S.I.), furono trasmesse dalla Rai. Si era costruito un ottimo
“contenitore culturale”, leggero, arioso, ricco di riverberi anche inaspettati. Dalla capacità di attrazione di
pubblico e protagonisti eterogenea. Come si pensava potesse diventare. Grande soddisfazione ebbi quando
più di un conoscente, manifestò plauso e apprezzamento per aver visto la trasmissione della serata del
Premio in TV. Una punta di malinconia affiora per l’esaurimento di quella esperienza. Rimane comunque
un’iniziativa, coronata da successo, che ha segnato un percorso, con modalità da rendere magari più
consoni ai tempi da ripercorrere. Il punto per una Destra contemporanea, è quello di costruire i
“contenitori culturali”. I “contenuti” ci sono già. Tutti. Nel nome di Giorgio Almirante, Donna Assunta,
Giuliana, gli altri promotori e partecipanti, segnarono una linea pionieristica per il mondo della Destra
italiana. Un patrimonio che sarebbe un peccato far scomparire tra le spire dell’oblio.

Massimo Pedroni