Crosetto : saluti romani in Fratelli d’Italia ? E’ come ritrovarsi con il mafioso in lista . Fai ti tutto ma capita ……….

Francesco Storace – 7 colli 18 Giugno 2022

 

Guido Crosetto si è finalmente laureato, in storia, e quindi fa lezioni di parallelismo tra mafia e saluti romani. Non siamo impazziti noi, ma probabilmente lui: “Sugli esponenti di FdI che ancora salutano romanamente, il giudizio di Crosetto è molto duro:  Chi si alza con il braccio teso è come il mafioso che ti trovi nelle liste. Magari hai fatto di tutto, ma te lo ritrovi”. Lo leggiamo sul Secolo d’Italia, che davvero non può essere tacciato di deformare il pensiero di uno storico come lui.

Che Giorgia Meloni sia brava, non lo discute più nessuno. Ha saputo guidare un’impresa che pareva impossibile, arrivando a livelli di consenso inimmaginabili. La leader di Fdi ha iniziato anche un percorso di uscita dagli schemi del passato, definendo “anacronistici” i saluti romani, ma non era arrivata mai a definirli come Crosetto qualcosa di simile a Cosa Nostra.

Mafia e saluti romani stessa cosa per Crosetto

Crosetto ha sbagliato gravemente, perché insulti del genere sono davvero pessimi. Ingiusti. Ignoranti. Solo da brutte persone ci potremmo aspettare cose del genere. Chissà se nei suoi testi di storia, si è mai imbattuto nel prefetto Mori, quello a cui si associa il territorio di Gangi. Era infestato dai mafiosi, se li fece consegnare dalla popolazione chiudendo i rubinetti dell’acqua. Vero? Falso? Ci si sono cimentati in molti nel racconto, ma era lotta alla mafia.

Chissà che ne pensa Ignazio La Russa

Quel che dispiace di più è che in Fdi – il partito da cui ogni giorno ci fa sapere di essere indipendente – nessuno senta il dovere di dirgli che ormai i saluti romani si fanno solo a qualche funerale. E che se voleva cercare qualche richiamo al fascismo bastava ascoltare Vittorio Feltri alla recente assemblea di Fdi a Milano quando quel giornalista straordinario ha rivendicato le radici meneghine del regime. Tra gli applausi, mica tra i fischi. Ignazio La Russa dove sei, viene da chiedersi.

E In Piemonte è stato recentemente condannato a cinque anni di carcere Roberto Rosso, che proprio Fdi aveva voluto come proprio assessore in regione. Per mafia, non per saluti romani. “Te lo ritrovi”. Per Crosetto sono la stessa cosa, come quel poveretto che andava a mendicare venti voti ad un boss palermitano. Non per tutti, credo e spero.

Per me no e lo dico. E magari la prossima volta Crosetto evita di dire fesserie.

Ci vediamo tutti in centro

Marcello Veneziani  , La Verità (16 giugno 2022)

 

Dite quel che volete, ma il populismo è finito quando è andato al governo con Draghi, i Poteri forti e i Dem. Dico il Movimento 5Stelle, innanzitutto, ma anche la Lega di Salvini. Il popolo italiano che li votava in massa non ha abbandonato i populisti ma si è sentito abbandonato dai populisti quando hanno tradito la loro promessa primaria: avversare l’establishment e i suoi partiti, l’Europa e i poteri transnazionali. Si sono invece accucciati sotto Draghi e Mattarella, nonché sotto le gemelle Kessler dell’Unione, Ursula Van der Leyen e Christine Lagarde. Non si può prendere la Bastiglia e poi andare a cena con Maria Antonietta e Luigi XVI (“portiamo noi le brioches”). Non si può annunciare fuoco & fiamme e poi ridurre tutto a un accendino, sottomettendosi ai draghi fiammeggianti del potere.

La morte dei grillini è annunciata da dieci anni, persino da prima del loro boom disastroso per l’Italia nelle ultime elezioni politiche nel lontano 2018. In realtà c’è stata un’erosione progressiva, almeno a partire dalla presa del governo, fino al crollo odierno, in cui si è trovata la tempesta perfetta con due democristiani sottotraccia: Di Maio funzionario statale al servizio di Draghi, e Conte che interpreta due ruoli opposti in commedia, il cortigiano a Palazzo e il populista in piazza. L’uno vale uno è stato preso alla lettera: dove si è presentata una lista a lui intestata, come a Rieti, ha preso l’uno per cento. Si chiamava Con te, il sottinteso era solo Con te.

Il crollo di Salvini è anch’esso progressivo, e per una volta i suoi accaniti detrattori ma anche molti suoi sostenitori, concordano nel dire che dall’estate del 2019 è riuscito a sbagliarle tutte. E’ un refrain, ormai, lo ripetono anche i più sprovveduti, ma in fondo è vero. La differenza tra i due populismi è che nella Lega c’è qualche risorsa umana credibile, c’è una storia trentennale e una struttura di partito. Ci sono temi, seppur dormienti, che hanno una presa reale sul paese e c’è soprattutto un’alleanza giudicata compatibile dai suoi elettori, nel centro-destra. Mentre i grillini nascono contro tutti e non possono finire alleati e subalterni di tutti. Sepolti nel “campo largo” di Enrico Letta che per loro è diventato un camposanto.

Insomma, l’unica via di salvezza per i populisti è cominciare a fare le prove tecniche di defezione dal governo; se fossero tempestivi, la cosa più logica da fare sarebbe una fuoruscita rapida dal governo, salvo patteggiare una maggioranza di fine legislatura solo per portare a termine Draghi e la Legislatura, che sta molto a cuore ai suoi parlamentari. Ma anche in questo caso, la spaccatura tra ministeriali e movimento sarebbe feroce e dolorosa: i Giorgetti e i Di Maio porterebbero alla luce il loro dissenso e malcontento nei confronti di Conte e Salvini. Con la differenza, non da poco, che Salvini è comunque cresciuto dentro l’orizzonte della Lega, è figlio del movimento di Bossi & C, mentre Conte è un professionista che entrò da privatista a sostenere la prova di governo, addirittura nel ruolo di presidente del consiglio, ma è un corpo estraneo ai grillini, un trasformista vero e un acrobata pauroso. E poi, Conte campò sui successi precedenti del M5S e ora amministra con esiti disastrosi un’eredità ricevuta; mentre Salvini i successi della Lega se li è fabbricati lui, con la sua leadership insieme ai suoi esponenti.

Cosa si vede ora all’orizzonte? Si, dicono tutti, siamo tornati a una specie di bipolarismo classico, capitanato a destra da Giorgia Meloni e a sinistra dal Pd di Enrico Letta. Ma, a parte questo, la partita del potere ha un Terzo Incomodo, che molti invocano e che prima o poi verrà fuori. Parola d’ordine: ci vediamo tutti in centro. Se avete un po’ d’immaginazione, in un misto di horror e comicità, figuratevi la seguente compagnia di ventura: l’esule Di Maio, il macro-micro leader Matteo Renzi, sor Carlo Calenda de noantri, la redenta Mara Carfagna e il reincarnato Clemente Mastella. Uno diverso dall’altro, uno che detesta l’altro, ma stanno lavorando allo stesso meeting che prima o poi diventerà qualcosa come un circolo unione. Tutti costoro dicono di opporsi ai sovranisti ma in realtà gufano su Berlusconi e i 5Stelle, perché solo vampirizzando quelle forze potranno costruire la loro casa comune, o comunque il loro camper componibile o scomponibile.

Avrebbero dalla loro la benedizione della Cupola che regge oltre la politica. Ma tutt’insieme non riusciranno mai a farsi maggioranza assoluta del paese, e al meglio potranno rispettare la legge del quinto su cui è fondata la nostra ripartizione politica (un quinto di Meloni, un quinto di Pd, un quinto di lorsignori centristi, il resto Ribellione & Dispersione). E allora scatta la soluzione b: se le cose andranno così, pensate cosa s’inventa la Casa? Una cosa nuova, inedita per l’Italia: il centro-sinistra. Ovvero l’alleanza del Quintetto di trombette e di tromboni con i Dem di Letta. L’unico modo per arginare i Cattivi, il centro-destra, Meloni, Salvini e il Berlusca lato dark. L’unico modo per salvare l’Europa, la Modernità, la Democrazia, lo Spread, la Foca monaca.

Sto vaneggiando? Non credo. Magari non si riuscirà a trovare la quadra nel pentagono anzidetto, ci sarà qualche sorpresa e qualche defezione, qualcuno aderirà di controvoglia, obtorto collo. Ma questo è lo scenario. Insomma di riffa o di raffa, alla fine i Dem sarebbero di nuovo loro a dare le carte, è restare al potere. E chi sarebbe il leader ideale di tutto questo, benedetto da Mattarella e dalla Cupola? Ma uno fresco, nuovo, tale Mario Draghi.

Insomma, se volete che mi sporga con una previsione direi che salvo imprevisti, peraltro sempre prevedibili nel nostro paese, l’alternativa è la seguente: centro-destra rattoppato o centro-sinistra shakerato. E non vi dico nemmeno: sarà un anno tormentato e decisivo, perché così sono stati pure i precedenti.

 

Giorgio Almirante? Francesco Storace: ecco perché il Pd ha ancora così paura del leader Msi

Francesco Storace – Libero Quotidiano – 5 giugno 2022

 

Squallore e rancore. Odio e vendetta. Infantilismo e vanagloria. Tutto questo dipinge alla perfezione Roberto Gualtieri, sindaco di Roma per grazia ricevuta (dal Centrodestra). Anziché liberare la Capitale da immondizia e cinghiali, il primo cittadino si accapiglia contro la memoria di Giorgio Almirante. Che a Roma visse e fece politica con onore e pulizia morale.

Nella periferia della città, lo stesso giorno in cui Gualtieri è salito al Campidoglio, hanno eletto a Tor Bella Monaca un uomo di destra, coraggioso, come Nicola Franco, presidente del VI municipio. Franco fa coppia con Emanuele Licopodio, consigliere della Lega, e sembra una rarità per uno di Fdi: vanno d’accordo. Licopodio ha presentato una mozione per intitolare un’area verde, un giardino, allo scomparso leader missino, Franco l’ha fatta approvare e la difende.

Apriti cielo. Insorge, al solito, una sinistra sorda e cieca, quella romana, che si contorce al solo pensiero. A Roma ci sono chilometri di strada intitolati a Palmiro Togliatti, uno che di questi tempi si fregerebbe del titolo di filo-putiniano.
Uno che a Mosca era di casa. In giro ci sono vie e onorificenze persino per Stalin e Tito.

Non ricordiamo gesti scomposti di Roberto Gualtieri. Si picca di essere uno storico il sindaco di Roma. Gli facciamo omaggio di due testi che devono essere sfuggiti alle sue preziose letture. «La personalità politica di Almirante è stata tra le più significative nel percorso repubblicano della destra italiana. Un cammino travagliato, su cui pesava il fallimento del precedente regime e le drammatiche conseguenze della guerra. Tuttavia la crescita democratica e sociale, sospinta dal nuovo quadro costituzionale, ha consentito alla destra di portare il proprio contributo nelle diverse istituzioni rappresentative, e di questo apporto Giorgio Almirante si è fatto interprete, cercando di legare i fili di una coerenza morale.

Anche negli anni più difficili della storia repubblicana, egli seppe comprendere l’importanza del dialogo politico e del confronto parlamentare, favorendo con il suo carisma, pur di fronte a spinte radicali presenti nella sua area, una progressiva inclusione dell’elettorato ispirato ai valori della destra. Confido che oggi le vostre riflessioni aiutino ad arricchire il dibattito pubblico, traendo dalle vicende storiche motivi di impegno per il bene del Paese». (Sergio Mattarella nel 2015 per convegno sulla sovranità, ancora presente sul sito del Quirinale).

E poi: «Il Parlamento è stato il luogo in cui si è svolta la parte prevalente della lunga attività politica di Almirante, per l’intero arco delle prime dieci legislature repubblicane. Egli fu sempre consapevole che solo attraverso il riconoscimento dell’istituzione parlamentare e la concreta partecipazione ai suoi lavori, pur da una posizione di radicale opposizione, rispetto ai governi, la forza politica da lui guidata avrebbe potuto trovare una piena legittimazione nel sistema democratico nato dalla Costituzione. «In questo quadro egli ha avuto il merito di contrastare impulsi e comportamenti antiparlamentari che tendevano periodicamente ad emergere, dimostrando un convinto rispetto per le istituzioni repubblicane, che in Parlamento si esprimeva attraverso uno stile oratorio efficace e privo di eccessi anche se aspro nei toni. Giorgio Almirante è stato espressione di una generazione di leader di partito che, pur da posizioni ideologiche profondamente diverse, hanno saputo confrontarsi mantenendo un reciproco rispetto, a dimostrazione di un superiore senso dello Stato che ancora oggi rappresenta un esempio». (Giorgio Napolitano per il convegno a cento anni dalla nascita del leader missino).

Napolitano e Mattarella, entrambi in carica quando scrivevano quelle cose. Che aggiungere, se non un invito alla vergogna per chi se la prende eroicamente con chi non c’è più e che ha dimostrato in tante legislature parlamentari la sua fede nella democrazia. Caro sindaco, Almirante era un italiano. Vero.

 

 

Giuliana de’ Medici risponde alle polemiche inutili per intitolare un giardino a Roma a Giorgio Almirante

VENERDÌ 03 GIUGNO 2022 17.08.12  Adnkronos

ROMA: FIGLIA ALMIRANTE, ‘GIARDINO DEDICATO A MIO PADRE? E’ RICONOSCENZA, POLEMICHE RIDICOLE’ =

Roma, 3 giu.(Adnkronos) – “Accolgo la notizia favorevolmente e con
piacere. Ci sono delle persone di destra che hanno anche il coraggio
del loro pensiero e non sono intimorite dall’idea di dedicare uno
spazio verde a Giorgio Almirante. E lo fanno perché credono fermamente
nelle loro idee. Si tratta di una forma di devozione, di riconoscenza
verso un leader politico che ha aperto una strada”. Così all’Adnkronos
Giuliana de’ Medici, figlia di Giorgio e Assunta Almirante, commenta
la mozione approvata dal consiglio del VI Municipio di Roma per
intitolare un giardino a Giorgio Almirante. Una mozione, quella del Vi
Municipio della Capitale, che ha scatenato molte polemiche. Di fronte
alla ferma presa di posizione dell’Anpi provinciale di Roma, Giuliana
Almirante replica: “Giorgio Almirante non è mai stato un gerarca
fascista, ma Capo della segreteria politica della Repubblica sociale
italiana. Si tratta, dunque, di un’inesattezza storica.
Collaborazionista dei fascisti, poi, non mi sembra che abbia mai
collaborato. Certo, se lo definiscono gerarca fascista è ovvio che poi
parlino di apologia di fascismo. Ma allora è apologia di comunismo
anche dedicare una via lunga chilometri a Palmiro Togliatti, visti i
danni lampanti che ha fatto il comunismo in Unione Sovietica?”.
“Queste polemiche – sottolinea Giuliana Almirante – cominciano a
rasentare il ridicolo. Per carità, rispetto tutto e tutti, ognuno ha
il diritto di pensare quello che crede, tutti abbiamo il diritto di
dire quello che pensiamo, però, francamente, parlare di apologia di
fascismo nel 2022 mi sembra veramente ridicolo. Almirante è stato un
leader politico che ha portato in parlamento, con i voti dei cittadini
italiani, diversi parlamentari che hanno fatto il loro dovere e che
non si sono mai sporcate le mani. Negli anni di Tangentopoli lo stesso
Antonio Di Pietro ha detto che l’unico partito che non ha mai avuto le
mani sporche è stato il Movimento sociale italiano. Vogliamo parlare
di questo o vogliamo parlare dell’apologia di fascismo? Mettiamolo sul
piatto della bilancia”