Alberto Giaquinto un caduto per la libertà Infame costruzione e crollo di una versione ufficiale di Franz Maria D’Asaro

L’unanime e spesso indignata reazione di tutta la stampa italiana, da quella ritenuta più serena a quella giudicata più faziosa, contro la «versione ufficiosa» della morte di Alberto Giaquinto (poi clamorosamente contradetta dai risultati dell’autopsia) è indubbiamente un fatto nuovo, probabilmente l’indizio di una più dediata attenzione, addirittura, forse, un primo sintomo di volontà affrancatrice dal pigro e logoro «schema di regime».
In ogni caso è un fatto meno sorprendente di quanto potrebbe apparire a prima vista.
Certo deve essere stato considerato perlomeno sconcertante in molti ambienti il repentino cambiamento di rotta dei giornali italiani che sino a lunedi 15 gennaio avevano assecondato con largo credito (in taluni casi con ostentato compiaci-mento) la « versione ufficiosa », mentre la mattina di martedì 16, come per notturno inesplicabile sortilegio, si erano presentati compatti, unanimi e critici, anche aspramente critici, nei confronti di quella stessa versione che supinamente avevano accettato senza tener conto delle pur numerose testimonianze che la inficiavano o che, comunque, la ponevano in una luce dubbia e sospetta.
Ma il repentino capovolgimento si poteva spiegare soltanto con le Incontestabili deduzioni che derivavano dall’esame medico-legale sulla salma straziata di Alberto Giaquinto?
Certamente i risultati dell’autopsia avevano dato il colpo di grazia alla «versione» costruita a tavolino in Questura, ma è molto probabile che alla già di per sé eloquentissima smentita si fossero aggiunte altre ragioni.
Alcune polemiche, altre problematiche. Proviamo a prospettarne qualcuna:
1) La rabbiosa delusione nel veder ridicolizzata dai risultati della necroscopia una «versione ufficiosa» che andava benissimo per alimentare la sistematica ed ormai istituzionale campagna contro il MSI-DN in generale e i suoi giovani in particolare.
2) La preoccupazione di veder svanire ancora una volta tutta la macchinosa costruzione propagandistica di regime tendente a presentare in una fosca e torbida luce i giovani del MSI-DN che, invece, in tutte le tragighe luttuose circostanze che li hanno visti cadere vittime della violenza altrui, sono poi apparsi, sempre, come ragazzi degni della migliore considerazione:
portatori di alti valori morali, tutti riconducibili a nobili ideali civili, nazionali e sociali.
3) Il timore che avallando ulteriormente questo sistema ormai scopertamente cinico e truffaldino delle «versioni ufficiose» – già sinistramente sperimentato in occasioni precedenti e non soltanto a destra – significasse rendere qualunque cittadino, qualunque passante occasionale, forse lo stesso giornalista specialista nell’accanirsi contro i «fascisti», indifendibile da un qualunque «rapporto» di questura che gli ponesse in mano una rivoltella o gli attribuisse «l’intenzione» di sparare contro gli agenti.
4) L’urgenza di farsi interpreti e portavoce di un’opinio lne pubblica che per vari segni dimostra di essere sempre meno disposta a subire ciecamente «la verità» dei rapporti di polizia e sempre più crítica nei confronti di quella «strategia» dell’ordine pubblico in virtù della quale sui luoghi degli incidenti vengono inviati agenti in abiti civili – e quindi irriconoscibili, spesso acconciati in modo da farsi scambiare per Il contrario di quel che sono – e persino a bordo di vetture civili che, quando non va peggio, provocano perlomeno spiacevoli e pericolosi equivoci dei quali chiunque, anche il più pacifico dei passanti occasionali, può restare vittima.
5) Il dovere, sotto la pressione indignata e preoccupata dell’opinione pubblica, di farsi portavoce della generale richiesta che si ponga termine a questa «strategia», foriera soltanto di più gravi Incidenti e anche di assurde tragedie, come nel caso di Alberto Giaquinto.
E non soltanto di Alberto Giaquinto.
Tutte queste ragioni, e forse altre, hanno contribuito, a nostro avviso, a determinare la compatta sollevazione dei giornali di martedì 16 gennaio, con la sola vergognosa eccezione da «l’Avanti» (diretto da quel Craxi che aspira all’oscar Edmondo De amicis per aver tentato più degli altri di schiudere la via della salvezza ad Aldo Moro) il quale non ha dedicato una sola riga alla «riabilitazione» di Alberto Giaquinto, abbandonato, almeno per i lettori di quel giornale, alla settaria immagine che ne derivava dalla «versione ufficiosa».
In realtà che qualcosa non funzionasse nella direzione gradita al regime, che l’omertà tradizionale non fosse più rispettata con l’abituale ovattata compiacenza, lo si era cominciato ad intuire sin da domenica 14, allorché, con inusitata attenzione verso la tragedia umana e politica che aveva stroncato le vite di Alberto Giaquinto e Stefano Cecchetti, Eugenio
Scalfari pubblicava su «Repubblica» un editoriale dal titolo «Due morti che pesano sulla nostra coscienza».
Rompendo gli schemi del pigro ossequio alla «formula»minimizzatrice – evidentemente la misura era ormai sanguinosamente, barbaramente colma – il direttore di «Repubblica» giudicava «comportamento orribile»a quello tenuto dalla stampa di regime, compreso il suo giornale, per liquidare frettolosamente e distrattamente gli orribili delitti di Roma.
Onestamente ponendosi il quesito di quel che sarebbe accaduto se fosse stato ucciso da un agente un giovane di sinistra, per di più con un colpo alla nuca, Scalfari giudicava con indignata severità questo modo «di pesare il valore della vita e le responsabilità della violenza secondo i colori della bandiera». Concludeva – a proposito di cinici «distinguo» raccolti nei dialoghi fra i giovani dell’estrema sinistra sulla «liceità» di assassinare un «fascista» – lamentando, con preoccupazione, l’eventualità che ci trovassimo di fronte ad un immenso, forse irreparabile «guasto della coscienza morale».
Alla sortita di Scalfari – che suscitava sorpresa e sollecitava meditazioni negli stessi ambienti della sinistra cui abitualmente si rivolge «Repubblica» – replicava Montanelli (si dice che sia lui a scrivere i «controcorrente» de «Il Giornale») con questa caustica annotazione: «Fosse stato ucciso da un agente in borghese e con un colpo alla nuca un giovane «democratico», noi giornalisti «democratici» e noi opinione pubblica «democratica» non avremmo dato tregua per giorni e giorni, avremmo chiesto conto in tutte le sedi di quanto era accaduto, avremmo invocato prevenzione e repressione e riforme.
Ma nel caso di Giaquinto e Cecchetti la nostra attenzione è stata distratta, la nostra protesta assente o flebile o passeggera», scrive Scalfari su la Repubblica.
Già. Ma quando noi facemmo per il povero Ramelli – assassinato dai compagni di scuola rimasti Impuniti – ciò che Scallari si rimprovera di non aver fatto per i poveri Giaquinto e Cecchetti, i giornalisti «democratici» alla Scalfari ci dettero di fascisti. Sdegno e denunce, evidentemente, sono una loro privativa.
Con licenza di cambiarne Il bersaglio secondo il vento che tira».
Pochi giorni dopo, il 20, sempre su «Il Giornale», la polemica veniva ripresa ampliata e approfondita da Domenico Bartoli sotto il titolo «I nuovi conformisti. Quando spunta la lacrima tardiva». L’analisi partiva da lontano, da quando – come nel caso dei due missini uccisi a Padova o dei fratelli Mattei – «cronisti senza scrupoli e indegni della nostra professione mettevano In giro versioni assurde, senza fondamento, e che venivano raccolte da giornali un tempo seri, e ripetute da commentatori e politici».
Erano i tempi in cui s’inventavano cinicamente «faide interne» pur di non ammettere le orrende responsabilità degli assassini, pur di coprirli, pur di aiutarli a sfuggire ad una resa dei conti ritenuta assurda perché, in definitiva «uccidere un fascista non è reato». Nelle collezioni dei giornali, ricordava Bartoli, «è facile trovare le tracce degli sforzi ripugnanti che vennero fatti per insinuare contro ogni logica che gli uomini dell’ultradestra, non solo uccidevano gli avversari possibilmente in collaborazione con agenti del Sid, ma anche facevano strage dei propri compagni, o camerati».
Che senso ha, allora, piangere e commuoversi adesso? «Si strappano i capelli come prefiche in pantaloni – proseguiva Bartoli – uomini che fino a ieri approvarono, eccitarono, coprirono con ogni genere di giustificazioni i contestatori più duri, gli sprangatori feroci, I ragazzi che «si vestivano», ossia si armavano prima di andare ad una dimostrazione».
Bartoli non si chiedeva nemmeno se, comunque, a Scalfari dovesse andare il merito di aver interrotto questa spietata omertà e di aver avviato un processo di rimeditazione perché «non basta battersi compunti il petto per i due uitimi morti di Roma; bisogna andare indietro, molto indietro, e dire quando si sbagli e come e perché. Oppure tacere», a «questi tardivi piagnoni», il giornalista ricordava «con quanta ostinazione, giungendo persino a convincerne un ministro dell’Interno, le sinistre sostenevano che gli opposti estremismi, l’uno di destra, l’altro di sinistra, non esistevano perché l’unico estremismo era di destra, e solo di li venivano Il terrorismo, le minacce all’ordine democratico (le parole «ordine pubblico» non vengo
no pronunciate da questi opportunisti perché secondo la demagogia corrente suonano reazionarie)».
Dopo aver esortato «chi si commuove adesso, si tratti del direttore di «Repubblica» o di altri» a fare un serio esame di coscienza, a rileggere se stesso» «e poi riconosca gli errori commessi, le inesattezze diffuse, i danni incalcolabili fatti al paese, e prima di tutto ai giovani, avvelenati da una propaganda che non dava tregua».
Domenico Bartoli amaramente rilevava che non uno dei politici o dei giornalisti responsabili di quelle predicazioni abbia ammesso di aver sbagliato.
E allora che senso hanno queste tardive commozioni? Bartoli non ha dubbio: «Ora, il pianto, sommesso o fragoroso che sia, è la nuova forma di retorica che i fatti di Roma hanno fatto diventare di moda».
Lo stesso giorno, allargando però il discorso alla tragedia più generale dei giovani vittime della violenza mortale, Giovanni Testori, sul «Corriere della sera» ammoniva: «Non sono ombre; sono presenze terribili; sono terribili accuse. La nostra società, e in lei noi stessi, li guardiamo come se aprissimo l’anta di un armadio di servizio o di un frigidaire; li contempliamo, inorriditi, per un attimo; li citiamo; poi richiudiamo l’anta e, passando ad altri problemi, crediamo di toglierceli dalla coscienza. Ma questi morti nessun problema potrà mai levarcell dall’anima, dalle ossa, dalla carne. Sono responsabilità nostre; sono il nostro più cieco errore; sono la nostra più imperdonabile colpa (…) perché rappresentano la nostra passiva, silente, ma non per questo meno vergognosa e orrenda partecipazione al loro assassinio m». Testori esprimeva inoltre tutto il suo orrore per il fatto che «talvolta sulle rivendicazioni di tal assassinii scoppia l’appiauso, come se tutto questo fosse una rappresentazione e non, invece, una realtà; sangue finto e non sangue vero; occhi che simulano di chiudersi e non occhi che non si riapriranno mai più». Riflettendo sulla «crudeltà di quest’inverno» che sembra intirizzire e gelare anche gli ultimi battiti della speranza, Testori meditava sulle tombe di tanti ragazzi che ormai «compongo un cimitero troppo vasto» e aggiungeva un’angosciante visione: «sembra che ogni loculo ne prepari un altro».
Altrettanto approfondita, certamente più sofferta, era nel frattempo apparso sul «Secolo d’Italia» del 16 gennaio una nota siglata da Nino Tripodi il quale aveva colto nell’atteggiamento di Scalfari Indicazioni di verità politiche ormai prepotentemente emergenti, non più soffocabili nell’ipocrisia dei sofismi correnti, forse destinate ad andare avanti in modo irreversibile.
Verità sino ad ora stravolte, ignorate, manipolate e che, sia pure in forma di dubbi molto inquietanti sembrano affiorare persino dal confuso dibattito in corso nell’estrema sinistra.
«Quando le verità – sosteneva infatti Tripodi – che abbiamo detto e sottoscritto mille volte su queste pagine, sono condivise, anzi del tutto sostenute, da irriducibili nostri avversari, è segno che la battaglia di libertà che combattiamo da trent’anni comincia a farsi credibile persino in campo nemico.
Però ci chiediamo: perché uno dei più inospitali quotidiani criptocomunisti ha finalmente ammesso queste verità? Perché questi rimorsi? In una sua massima La Rochefoucauld dice che Il pentimento non è tanto un rimpianto per il male fatto, quanto è paura del male che ce ne può venire».
«I giornalisti che hanno certamente sale in zucca come Scalfari, proseguiva Tripodi, stanno avvertendo la protesta che sale da ogni strato popolare per le perverse distorsioni dei torti e delle violenze da noi sino ad oggi subite, per i nostri calvari disconosciuti, per i sacrifici e le croci che la persecuzione bianca e rossa ha seminato sul nostro cammino.
Il risentimento dell’opinione pubblica suona ormai distacco popolare dai predicatori dell’indiscriminata «caccia al fascista, dai difensori dei «compagni che sbagliano» dai fiancheggiatori consci o inconsci del terrorismo ».
«E allora – continuava la nota del “‘Secolo d’Italia’ – bisogna cominciare a prendere le distanze a dissociare le responsabilità, a riconoscere che anche a destra esistono valori da non seppellire sotto i colpi alla nuca.
Il male che ne potrebbe derivare ai predicatori e complici morali della violenza rischierebbe di intaccarne non solo la credibilità già corrosa, ma la stessa possibilità materiale di penetrazione o tra i lettori, o tra gli elettori o, comunque tra i seguaci. Essendo insomma la coscienza ormai scossa, prima che tra i vertici del regime, tra la gente di base, tra gli uomini qualunque, in seno al popolo, non è più possibile manipolarla e tanto meno fronteggiarla».
«Scalfari – concludeva Tripodi – e molti come lui, sentono sulla coscienza i nostri morti perché sulla coscienza Ii sente l’opinione pubblica che ha tollerato il «guasto», ma che comincia a reagire.
Non sappiamo se alle parole seguiranno i fatti.
Quello di «Repubblica» è comunque un passo avanti. Speriamo giovi a cambiare le cose».
Poteva avere un qualche tenue fondamento questa speranza?
E, soprattutto, poteva averlo non in termini di Immobile attesa? Sia pure con estrema prudenza si poteva considerare quello di Scalfari un «precedente»?
La precipitazione é pericolosa, può riservare amarissime delusioni. Diciamo allora che, alla luce dell’atteggiamento assunto dalla stampa due giorni dopo, quello di Scalfari fu «l’antefatto».
Se e quanto abbia eventualmente potuto influire nel dare, da sinistra, un salutare scossone alla pavidità del conformismo imperante, non sappiamo, né azzardiamo ipotizzarlo. Registriamo soltanto che i giornali del giorno 16, con inusitata spregiudicatezza, gettarono alle ortiche la «versione ufficiosa».
Persino «Il Popolo», Il quotidiano della DC, pur barcamenandosi con circospezione fra omissioni e reticenze, non poteva fare a meno di intitolare: «Interrogativi sulla morte di Giaquinto», indirettamente però fugando ogni dubbio nel precisare che il proiettile è entrato dalla parte occipitale destra e uscito dalla parietale sinistra».
Gli «interrogativi» si intende vano evidentemente diretti non alla morte del ragazzo ma al comportamento della Questura.
D’altra parte a chiarire le eventuali perplessità dei giornalisti de «Il Popolo» (ma non erano perplessità, era imbarazzo) egregiamente pensavano i loro colleghi de «L’avvenire» altro quotidiano cattolico (Bologna) che così titolava: «L’autopsia sul corpo di Alberto Giaquinto ha confermato la versione di alcuni testimoni – Colpito alla nuca il ragazzo ucciso dall’agente – Il giovane non avrebbe puntato una pistola contro il poliziotto in borghese che gli ha sparato a, L’articolo, di Massimo Franco, cominciava così: «Gli ultimi dubbi sono caduti: Alberto Giaquinto è stato colpito alla nuca non in fronte. L’ha ucciso un proiettile sparato da non più di cinque metri. Non stava puntando una pistola contro l’agente in borghese che ha dichiarato di avere fatto fuoco per difendersi: forse neanche era armato. L’autopsia di ieri mattina ha confermato le parole di alcuni testimoni, da noi riportate nei giorni scorsi. E legittimano la denuncia per omicidio volontario sporta contro l’agente da un avvocato romano (…) La versione della polizia è stata spazzata via dalle risposte ufficiall dei periti, insieme ad una «verità» che giorno dopo giorno ha perso di credibilità». Dopo aver scritto che stava «affiorando una realtà scomoda ed esplosiva», il giornalista de «L’Avvenire » annotava: « Fino a leri, ufficialmente, Alberto Giaquinto era un neofascista ammazzato mentre stava per sparare ad un poliziotto, dopo aver assaltato una sezione della DC a Centocelle. Non è andata così», Massimo Franco nel ricostruire la dinamica degli incidenti sulla base delle testimonianze raccolte, concludeva in polemica con la Questura: «i primi dubbi sulla versione della della polizia erano sorti immediatamente, sin durante la notte del tragico mercoledì del 10 gennaio».
Anche il «Roma », rilevato che «il ragazzo è stato ammazzato inequivocabilmente con un colpo alla nuca», scriveva, a firma di Elvio Sarrocco, che «il questore di Roma è nell’occhio del ciclone per il comportamento tenuto dalla polizia in occasione dei gravissimi incidenti di mercoledì scorso, culminati con l’uccisione di due ragazzi e il ferimento di altri due».
«Il Tempo» che sin dalla sera dei tragici incidenti di Centocelle aveva raccolto ineccepibili testimonianze in netto contrasto con la falsa versione della Questura, rilevava come questa versione fosse stata «lasciata circolare senza il minimo accenno di smentita e di ridimensionamento». Il contrasto tra la verità dei fatti e la versione ufficiale veniva definito «ignobile» dallo stesso giornale il quale ricordava anche come in occasione di un analogo episodio del quale era rimasto vittima un manifestante di sinistra «il nome dello sparatore fu dato subito, i suoi precedenti, le sue parentele maschili e femminili furono sondate, la magistratura si mosse sollecita, si aprirono le valanghe dell’indignazione a comando».
E per l’assassinio di Alberto Giaquinto? «In questo caso – continuava l’articolo de «Il tempo» – Il cordoglio è stato quanto mai discreto, il nome dello sparatore gelosamente tenuto celato, ed è una settimana che si lavora per acclarare le modalità esatte dell’accaduto quando sarebbe stata sufficiente mezz’ora, quella impiegata per architettare la versione che fece subito acqua da tutte le parti e che i risultati dell’autopsia oggi smentiscono nettamente». II quotidiano romano inoltre polemizzava, amaramente ridicolizzandolo, con « Paese-sera » che il giorno prima aveva intitolato «Giaquinto è stato colpito in fronte. L’autopsia del giovane neofascista ucciso chiarirà gli ultimi dubbi», per poter poi affermare che «perde così consistenza la polemica» ecc.
Fortemente critico nei confronti della Questura romana anche il «Corriere della sera» che nel contestare la «versione ufficiosa» rilevava che se Alberto Giaquinto «si fosse trovato di fronte al poliziotto, il colpo mortale lo avrebbe dovuto raggiungere alla fronte e non alla nuca».
Dopo essersi chiesto «perché la versione della pistola (quella che avrebbe impugnato Alberto n.d.r.) è giunta con due ore di ritardo rispetto alla notizia del ferimento», il quotidiano milanese riferiva delle voci relative ad avvisi di reato nei confronti del Questore.
A Napoli «Il Mattino» parlava di «verbale volutamente falso» e sosteneva che essendo stato accertato che «il giovane non aveva
neppure sparato in precedenza» si doveva parlare di «montatura» a proposito della circostanza che accanto al corpo di Alberto, per terra, fosse stata trovata una pistola.
Anche «II Giorno» registrava che l’autopsia «smentisce la versione ufficiale della Questura», mentre «Repubblica», rilevando le stesse cose, scriveva che in questa vicenda «l’impressione è che gli errori della polizia siano più di uno, alcuni difficilmente comprensibili».
Comprensibile invece l’imbarazzo de « l’Unità » la quale, comunque, non poteva fare a meno di prendere atto che «nel l’istante in cui è partito il colpo che lo ha ucciso, Alberto Gia-quinto voltava le spalle all’agente che lo inseguiva». A parte quel colpo «partito» (classico tentativo di ipotizzare ancora, nonostante tutto, una «disgrazia») il quotidiano del PCI si poneva degli Interrogativi ai quali, scriveva, «dovrà fornire esaurienti risposte l’inchiesta giudiziaria in corso» (ma quale inchiesta se ancora i giornali del giorno 20 riferivano di «palleggio» fra Procura e Procura generale per avviare il procedimen-to?).
Il quotidiano «Vita» prendeva posizione con un articolo di fondo del suo direttore, Luigi D’Amato, nel quale si poteva leggere fra l’altro che «oggi si spara facilmente, troppo facilmente, nella direzione che piace al regime. E poi si inventano ver sioni per glustificare l’inutile imperdonabile ricorso al colpo di pistola».
L’articolo si concludeva con questo severo ammonimento: «ne tragga le conseguenze il questore di Roma. E con lui, e prima di lui, l’inetto, velleitario ed incapace ministro del l’interno».
Lo stesso quotidiano, nel resoconto di cronaca, contestava la questura affermando che la sua versione «serviva evidentemente alla polizia per giustificare quello che invece, alla luce dei nuovi fatti, appare quanto meno come un atto assurdamente crudele e comunque inspiegabile». Ricostruita la dinamica degli incidenti e rilevato che «Giaquinto voltava le spalle allo sparatore e non poteva affatto minacciario, ammesso e non concesso che disponesse di una pistola», il quotidiano romano giungeva alla conclusione che la versione della Questura «si è rivelata non soltanto inattendibile ma addirittura sfacciatamente falsa».
Altra inquietante annotazione di «Vita»: «troppe volte la spirale della violenza è stata costruita sui falsi, sulle macchinazioni, sulle trame di potere le più oblique e ciniche».
A queste sottintese ipotesi sembrava dare risposta «Il Giornale», il quale, soffermandosi sulle responsabilità del
Questore di Roma, scriveva che «si prospetta anche la possibilità di una comunicazione giudiziaria per concorso in omicidio, questo nell’ipotesi che il poliziotto che uccise Giaquinto abbia avuto istruzioni specifiche di sparare ad altezza d’uomo in caso di tentata aggressione».
Nonostante la loro quotidiana distribuzione di odio e di istigazione contro « i fascisti », nonostante l’isterica esaltazione (e protezione) nei confronti di tutti i responsabili di delitti ed aggressioni contro «i fascisti», nonostante il ruolo di provocatori ed anche di delatori nei confronti dei «fascisti», nonostante i cinici distinguo fra la violenza contro «i fascisti» e la violenza contro coloro «ritenuti fascisti», anche i due giornali dell’estrema sinistra, «Manifesto» e «Lotta continua», prendevano posizione contro la falsa versione della Questura.
Sui due giornali «ultrà» si avvertivano persino tentativi di autocritica: «la tendenza a vincere e non a convincere l’avversario – si leggeva su «Manifesto» – è una pratica che ci dà il segno dello spessore umano e culturale della nostra fine».
«Bisogna ripensare a un modo diverso di fare politica – scriveva un altro su «Lotta continua» – bisogna inventare un linguaggio nuovo («camerata basco nero, il tuo posto è al cimitero », abbiamo scandito nei nostri cortei dal ’68 ad ieri) prima che la gente ci isoli assieme ai violenti».
Cristina Mariotti interpretava cosi, su «L’Espresso», il senso del dibattito che si era aperto fra gli ultra’: «Se la politica si fa sparando, io non faccio politica». Non è proprio cosi o, perlomeno, non è sempre cosi. Giovedi 18, la «compagna Marta», in replica ad un’intervista di Andrea Mercenaro che su «Lotta continua» di domenica 14 aveva sostenuto non essere più lecito presentare gli assassinii come azioni rivoluzionarie e che la sinistra rivoluzionaria deve prendere una posizione netta di fronte alla violenza anarcoide e pretestuosa di chi uccide un ragazzo di diciotto anni soltanto perché a volte si ferma in un bar frequentato dai «fascisti» o porta le scarpe a punta, scriveva furibonda al suo giornale e, vantandosi di «praticare la lotta armata » così rea-giva: «ho appena finito di leggere l’intervista di Andrea Mercenaro, la prima reazione è di rabbia, forse un po’ di schifo, poi di ostentata noncuranza ».
Comunque, nel giudicare II comportamento del Questore,
«Manifesto» parlava di «follia da incompetenti» mentre «Lotta continua» scriveva di «squadre speciali che agiscono indisturbate e poi dichiarano il falso».
A Firenze, «La Nazione» intitolava «Giaquinto fu colpito
alla nuca – Il questore di Roma sostituito?» e scriveva che l’esame autoptico sulla salma di Alberto Giaquinto «è giunto come una doccia fredda per i vertici della questura romana», sottolineando che «la versione ufficiosa della polizia pochi minuti dopo la morte di Giaquinto e sostenuta a mezza bocca, senza fornire cioè né il nome dell’agente che ha sparato né particolari attendibili sulla dinamica dell’episodio, aveva convinto poco sin dall’inizio». L’articolo, firmato da Ugo Bonasi, sosteneva anche che a testimoni oculari della sparatoria (abitanti del quartiere) e compagni di fede di Giaquinto avevano fornito una versione della sparatoria troppo lontana da quella della polizia, la quale aveva peraltro dimostrato non poche incertezze nel tentativo di ricostruire il fatto».
Questa raffica di critiche, di accuse, di richiesta di chiarimenti cadeva nel nulla. Silenzio in Questura, silenzio alla Procura.
Bersagli di gomma.
E la stampa poteva melanconicamente trastullarsi nei nostalgici e infranti sogni del «quarto potere».
Tuttavia i giornali continuavano ad incalzare il questore. II ministro degli interni, la magistratura, senza più che nessuno, proprio nessuno, tentasse di attutire le spaventose responsabilità di chi aveva inventato la «versione ufficiosa». Il cronista de «II Tempo» (17 gennaio) nel riferire dei funerali di Alberto Giaquinto annotava che «chi conosceva Alberto sa che a quella manifestazione egli non era sospinto dall’odio, dalla malvagità, dalla criminalità ma da un giovanile impeto generoso di ricerca del meglio». E si chiedeva: «Ed è colpa questa da dover punire con la morte?». Ecco la risposta che lo stesso giornalista, Leonida Fazi, si dava all’angoscioso interrogativo: «Ma, fuggendo inseguito aveva minacciato con l’arma l’agente inseguitore, hanno detto. E non era vero! Così, signori, volete confermare la violenza, arrestare l’emorragia di vite preziose? Mentendo? Calunniando? Suscitando, cioè, nuova rabbia e nuovo
odio?».
Troppo brucianti questi interrogativi, che non erano soltanto de « Il Tempo » ma rimbalzavano un po’ da tutti i giornall, per non indurre la Questura di Roma a reagire con un’acrobatica «precisazione» che aveva però il risultato di accentuare ul teriormente l’atteggiamento critico della stampa. Sostanzialmente – scriveva « Repubblica» – la questura confermava la versione data dal giornali, nonostante negli uffici di San Vitale avessero cercato di nascondere la verità che oggi sembra emergere prepotentemente: Giaquinto, come altri giovani in questi anni Pietro Bruno, Mario Saivi, per ricordare due nomi di
sinistra) è stato ucciso mentre fuggiva, l’agente che gli ha sparato non era stato, o non era più minacciato in alcun modo
Dal suo canto «Il Tempo» sottolineava che la «precisazione» della Questura «non precisa un bel niente» e la definiva «Singolare».
Il quotidiano «Vita», oltre a sottolineare l’imbarazzato tentativo della Questura di Roma di giustificare il proprio sconcertante comportamento» sosteneva che «questo comunicato ha dell’incredibile, per quanto è grottesco».
Ma che cosa sosteneva questa «precisazione»? Che nel fonogramma Inviato dalla Questura la stessa sera degli incidenti alla Procura della Repubblica si informava che Alberto Giaquinto era stato colpito alla nuca e si comunicava il nome dell’agente che aveva sparato il colpo mortale. La « precisazione» non spiegava ovviamente perché, per una settimana, sino a quando cioè non furono noti i risultati dell’autopsia, si era lasciata circolare la «versione» secondo la quale Alberto Giaquino era stato colpito alla fronte mentre cercava di sparare con una P 38 contro il suo inseguitore. Né spiegava perché nel comunicato non si parlava più del «giallo: della pistola. Né chiariva come era nata, come si era diffusa e come era prosperata la «versione» di cui tutti i giornalisti sono pronti a testimoniare la sicura provenienza dalla questura di Roma. Ma, soprattutto, nessun accenno – proprio come se nulla fosse accaduto – al contrasto fra la versione vera fornita al magistrato e quella falsa fornita alla stampa.
A questo punto il naufragio definitivo del Questore di Roma nella melma della «versione ufficiosa», mentre sui giornali si facevano sempre più insistenti e incalzanti le «voci» di una sua rimozione. Nessuno poteva immaginare però l’incredibile, l’assurdo, il paradossale. Che a lanciargli un salvagente – più per salvare se stesso che il Questore di Roma – sarebbe stato proprio il Ministro dell’Interno il quale, presentantosi in Senato giovedi 18 per rispondere all’interpellanza dei senatori del MSI-DN, ripeteva per II filo e per segno la già tanto sbugiardata
“versione ufficiosa = che nel frattempo la stessa questura, con
la ridicola «precisazione» di cui abbiamo detto, aveva in parte tentato di correggere. L’unica precauzione adottata dall’on. Rognoni – a tutto c’è un limite, anche all’assunzione di responsabilità da parte di un ministro dell’interno democristiano
– è stata quella di far bene rimarcare che quanto stava riferendo al Senato non era farina del suo sacco ma della Questura di Roma.
Ministro dell’interno o portavoce – consapevole – di menzogne verbalizzate?
Con queste furbizie, eludendo precisi doveri morali prima che politici, lasciando tutto esattamente come prima, proprio come se nulla fosse accaduto, il regime dimostrava di voler chiudere rapidamente la scomoda «faccenda Giaquinto».
E, invece, la «faccenda Giaquinto» resta aperta. Deve restare aperta. Anche perché troppi indizi di risipiscenza, se non di rimorso, sono affiorati come forse non era mai accaduto in passato, lasciando tracce profonde.
Vediamo quali. Abbiamo già detto di quanto sia negativo e rabbiosamente preoccupante per le centrali della propaganda di regime il fatto che i «fascisti», criminalizzati con martellante, sistematica azione divulgativa e sobillatrice, risultino sempre, quando vengono «giustiziati», umanamente e politicamente tanto ma tanto diversi dal trucido cliché che le stesse centrali fanno circolare ad uso e consumo di un’opinione pubblica da sensibilizzare all’istigazione. E ogni volta un brivido di orrore pervade l’opinione pubblica che ormai, sempre più spesso, dimostra di non voler più sorbire passivamente la ricetta ammannita dalle centrali propagandistiche di regime.
E infatti accaduto sempre più frequentemente che nelle ricorrenti sanguinose tappe del martirio del ragazzi di destra, i conti dell’«antifascismo» non tornino mai: dai fratelli Mattei che si consegnano alla memoria dell’opinione pubblica con la struggente immagine di un bambino di otto anni disperatamente aggrappato al fratello maggiore nel rogo del loro modestissimo appartamento, ai volti puliti di ragazzi generosi come Zicchieri e Falvella, Mantakas e Ramelli, Ciavatta e Recchioni, Bigonzetti, Cecchetti e Giaquinto. Generosi come tanti altri
«adulti» anch’essi assassinati perché protesi a conquistare – non soltanto per loro ma per tutti gli italiani – un avvenire diverso e migliore, trucidati perché portatori di un messaggio di civiltà che è spesso lo specchio della colpa e della viltà per coloro che hanno imbastardito l’Italia, inaridito gli italiani, allevati alla scuola dell’odio generazioni di compatrioti sradicate da ogni ideale e da ogni valore.
Questi «adulti», come Venturini e Pedenovi, Giralucci e Mazzola, Santostefano e Pistolesi, che in nulla assomigliavano al cliché del «fascista» costruito dagli strateghi «dell’ antifascismo», sono stati altrettanti «casi», al pari dei giovani, che hanno imposto momenti di riflessione all’opinione pubblica. E in più di un’antifascista momenti di inquietanti interrogativi.
Anche perché – per questi diciassette orrendi delitti – nessuno ha mai pagato. Se, in qualche caso sporadico, c’è stato un indiziato tutto si è scandalosamente risolto nel nulla.
O con assoluzioni per insufficienza di prove o, peggio, con la rimessa in libertà dell’accusato «per ragioni di salute». Il che, a lungo andare, ha cominciato ad incidere nella coscienza della pubblica opinione, sempre meno ciecamente sicura della credibilità della giustizia italiana.
Ma c’è di più.
In tutte le tragedie che hanno colpito i ragazzi di destra, non una sola volta le famiglie hanno reagito come le centrali propagandistiche del regime avrebbero sperato: mai una parola di vendetta, mai un proposito di rappresaglia, ma sempre e soltanto accorati, sinceri appelli alla pacificazione.
La mamma di Alberto Giaquinto, come avevano fatto le mamme di tutti gli altri martiri, ha rinnovato questa miracolosa testimonianza di forza che è così generosa, disponibile, totale, pregnante, proprio perché sgorga dalle purissime anche se disperate fonti dell’amore. «Queste mamme eterne e fuori del tempo – scriveva Almirante sul «Secolo d’Italia» del 17 gennaio – che credono negli ideali dei loro figli spenti, e invocano pace, giustizia, amore, respingendo d’istinto la provocazione dell’odio e della vendetta».
Nel momento più impetuoso del dolore, quando la tempesta sembra schiantare la radice stessa della vita superstite, mamma Giaquinto ebbe a levare, altissimo, il suo monito d’amore: «Vorrei che la morte di mio figlio fosse l’ultima e non fosse stata inutile, vorrei che nessuna madre dovesse più soffrire ciò che in questo momento sto soffrendo. Ma non odio nessuno. La morte di Alberto non deve produrre spirali di vendetta o rappresaglie stolte, ma servire perché i giovani non si odino ma si amino, qualunque ideale vogliano conseguire. Al funerale non devono esserci manifestazioni: chi avesse intenzione di farle, se ne stia a casa con la propria madre e parli con lei. Bisogna smetterla con la violenza: chi volesse continuare, venga da me, mi guardi in faccia e legga sul mio viso il dolore eterno di una madre».
Attoniti, ammutoliti, i soliti descrittori di «fascisti» e di «famiglie fasciste» hanno taciuto.
Come se il tacere possa cancellare, come se immergersi nel verbo ignorare possa bastare per riemergere immacolati da ogni turpitudine di manipolazione propagandistica. Non ha taciuto invece «L’Osservatore romano a che II 14 gennaio, sotto il significativo titolo «Ascoltiamola» dedicava alla signora Giaquinto una nota siglata dal direttore, Valerio Volpini, «In questo richiamo a troncare la logica della violenza, in questo appello ai giovani perché ‘non si odino ma si amino’, si leggeva sul quotidiano vaticano, c’è la forza sublime dello spirito che deve andare diritta ad ogni animo non ancora totalmente indurito». Dopo aver detto di aver trovato nell’esortazione della signora Glaquinto «la tensione della parola profetica cioè la parola vera perché scaturita dalla sofferenza e insieme dalla generosità plù grande», Volpini ricordava che «anche un anno la abbiamo sentito, da un’altra madre, colpita dalla stessa sorte, le stesse espressioni, lo stesso invito all’amore, lo stesso richiamo a respingere l’odio. E segno della tristezza del tempi che quelle parole non siano state ascoltate ma è segno di speranze che oggi un’altra madre abbia trovato la forza spirituale per ripeterle; in queste, infatti con l’eco di ogni sofferenza provocata per follia, egoi smo e odio, c’è la sostanziale indicazione di ciò che salva. Leggere «sul viso il dolore eterno di una madre» – concludeva Volpini – vale più di mille diagnosi intellettualistiche, politiche o sociologiche, può illuminare, può convertire a comprendere che solo l’amore, la fraternità sono verità per il presente e per il futuro.
Sono dunque queste le mamme dei «fascisti»? Sono dunque questi ragazzi pieni di amore, di entusiasmo, di gioia di vivere, forse qualche volta esuberanti di ansie precoci, sono questi dunque i «fascisti» da criminalizzare? Tante, tantissime, troppe volte, la stampa ha liquidato con preconcetti giudizi sommari questo discorso. Ma adesso, dopo tante luttuose verifiche, i conti cominciano a non tornare più, i «rapporti» della Questura cominciano a non convincere più. «Se gli avversari, che peccano contro di noi più ancora per ignoranza che per faziosità – ha scritto Almirante sul «Secolo d’Italia» del 17 gennaio – capissero, alla luce di tremende prove come queste, che noi siamo una grande comunita cristiana accampata nell’Italia atea dell’ammucchiata, sono convinto che i grossolani tentativi, ricorrenti, di liquidarci o spacciarci o criminalizzarci o ghettizzarci, cederebbero il passo a quelle rimeditazioni auto cristiche di tutta la realtà Italiana, politica e di costume, che in questi giorni il sangue dei nostri giovani martiri sta propizian-
do».

Che abbiamo cominciato a capire?

Che abbiano cominciato a rimeditare?

Auguriamocelo.

Non soltanto per noi ma per tutti gli italiani finalmente affratellati sull’altra sponda dell’odio: quella della pacificazione.

Franz Maria D’Asaro

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