NAPOLI 24 MAGGIO 2022

riportiamo l’intervento a Napoli di Roberto Rosseti  :

 

Credo che mai come in questo caso il titolo di un convegno sia così esplicativo.  Giorgio Almirante  e / è il Futuro.  Se a distanza di 34 anni dalla sua scomparsa noi ci sentiamo ancora orfani di un leader della sua portata è proprio perché le sue valutazioni politiche, le sue scelte, le sue intuizioni, i suoi comportamenti erano, prima di tutto, non strettamente legate al tempo in cui lui  viveva ma anticipavano, con lucida intelligenza,  quei problemi che il popolo italiano avrebbe dovuto affrontare nel futuro.  E’ per questo che quando lo definivano “nostalgico” si poteva permettere il lusso di rispondere che l’ unica nostalgia di cui soffriva  era quella dell’avvenire. Il suo pensiero costante era per la Patria, l’Italia e per questa era disposto a qualsiasi sacrificio tanto da essere soddisfatto anche se alcune delle sue proposte venivano fatte proprie dagli  avversari  e portate avanti come se fossero le loro. Per lui anche quella era una battaglia vinta.

Amava questa città, Napoli, forse proprio perchè qui venne celebrato, dal 27 al 29 giugno del 1948, il primo congresso del Movimento Sociale Italiano, che era stato fondato da 18 mesi  nel dicembre del 46,  e perché a Napoli era stato eletto consigliere comunale dal 1980 al 1984. Non è quindi un caso che, sempre a Napoli, dal 5 al 7 ottobre del 1979 si tenne il dodicesimo congresso del partito che avrebbe rappresentato una svolta assoluta nel campo delle riforme istituzionali lanciando la sfida per una “nuova Repubblica”, slogan che campeggiava nello striscione sovrastante il banco della presidenza.

Credo sia necessario  fare una breve incursione in quella che era la nostra organizzazione di partito per  far comprendere a tutti come  nessun’altra formazione politica, ne di allora ne di adesso, poteva e può darci lezioni di democrazia e di trasparenza.  Le due mozioni del congresso, sia quella di maggioranza,   facente  capo al Segretario del partito Giorgio Almirante ed al Presidente Pino Romualdi, che quella di opposizione interna,  facente capo a Pino Rauti, vennero pubblicate con la stessa evidenza e con lo stesso formato sul “Secolo d Italia” ,  il quotidiano di partito, e distribuite contemporaneamente ai congressisti.  Non solo ma, in meno di 33 anni di esistenza quello era il dodicesimo congresso programmato, con una frequenza che nessun altro partito avrebbe mai potuto vantare negli anni successivi.  E non era un congresso facile perchè non bisogna dimenticare che si era reduci dalla scissione di Democrazia Nazionale che aveva eroso al partito più della metà fra deputati e senatori cercando di asfissiare, anche da un punto di vista strettamente economico, un partito  che nessuno è mai riuscito a coinvolgere in storie di tangenti o ruberie come è  stato costretto ad ammettere, anni dopo, lo stesso magistrato di “mani pulite “, Antonio Di Pietro.

Non poteva quindi mancare, nella premessa della mozione di maggioranza,  un chiaro riferimento al tentativo di disgregazione del partito.   Ecco quanto detto e scritto: “Le recenti elezioni e  tutto ciò che, dalla fine del 1976 le ha precedute, hanno dimostrato  che i voti di destra sono inutili,  e addirittura dannosi, quando per uscire da un presunto isolamento si inseriscono nel sistema e tentano, senza neppure riuscirvi, di inserirsi nella maggioranza di potere e di regime; mentre rispondono alla volontà dell’elettorato, ne esprimono fedelmente gli interessi morali e materiali, conseguono il rispetto degli stessi avversari, pongono automaticamente fine, come si è visto nel corso dell’ultima crisi di Governo, all’era delle discriminazioni formali, quando vengono chiesti in nome dell’opposizione e vengono in nome dell’opposizione, con assoluta intransigenza, utilizzati a tutti i livelli. La logica di questo ragionamento nel quadro politico attuale, caratterizzato e dominato dal compromesso storico strisciante………………. Ci conduce ad affermare!”

Ed ecco la folgorante sintesi che rappresenta una sorta di decalogo che, a distanza di 43 anni  è ancora la Bibbia sulla quale fondare le proprie basi per un autentico impegno in nome delle esigenze e delle necessità del Popolo italiano.

La Destra oggi in Italia o è all’opposizione o degrada,  decade , scompare,  quale utile strumento sussidiato della Dc

La sola opposizione esistente e possibile oggi in Italia è quella di destra

Pertanto la opposizione di Destra non può avere vita e continuità e funzione se non assume il respiro  di una opposizione di alternativa; cioè una opposizione non tattica,  non occasionale, non strumentale che finirebbe per fare il gioco  delle forze di potere e di regime, ma di una opposizione strategica, di programma,  di prospettiva, di principio , le cui caratteristiche di fondo sono:

L’autonomia, morale quindi culturale e quindi politica che ci consenta  – soprattutto al cospetto delle nuove generazioni – di presentarci come autentica forza di rinnovamento.

La modernità, cioè la volontà  e la capacità di guardare ai grandi problemi della società contemporanea, senza complessi di inferiorità, nei confronti delle nostre come delle altrui tradizioni; e quindi di saper essere opposizione creativa e non soltanto negativa e distruttiva.

La popolarità, cioè il costante  contatto con il partito e la società, tra i rappresentanti del partito nelle assemblee elette dal popolo e gli interessi morali e materiali, in una costante e sempre più valida mobilitazione a favore degli interessi reali-

Per condurre tale battaglia con efficacia e con stile, con validità di contenuti……..occorre portare avanti con coraggio, da posizioni di avanguardia il discorso  che si impone ormai alla coscienza degli italiani; il discorso sulla nuova Repubblica, visto il conclamato  fallimentare della prima Repubblica italiana del dopoguerra, e quindi il  il discorso sullo Stato e sulla societภil discorso sull’Europa; e pertanto il discorso sul sistema, quello che le altre forze politiche da qualche tempo chiamano il discorso sulla “terza via” o sul  “terzo modello”, previo riconoscimento,  che sembra unanime, della non validità sia del primo che del secondo modello, cioè del modello marxista che del  modello capitalista.”

Vi sembra un documento scritto poco meno di 43 anni or sono,  oppure potrebbe essere rilanciato e sottoscritto ancora oggi, visto che i problemi non solo non sono stati risolti ma si sono addirittura incancreniti e peggiorati da un punto di vista politico, economico, sociale e morale ? Almirante era così lungimirante da comprendere su quale china disastrosa si stava dirigendo il nostro Paese ? Forse si visto che ci aveva già fornito gli strumenti e , se fossero stati recepiti  ed approvati all’epoca, avrebbero  evitato l’attuale degrado.  Ecco le riforme istituzionali da lui ritenute imprescindibili per sognare una svolta adeguata e coerente con le esigenze del popolo italiano.

Ed è proprio sul punto dedicato alla Nuova Repubblica che Almirante non si limita ad enunciare alcune piccole varianti ma si batte per una autentica e drastica riforma istituzionale. Scendiamo nei particolari:

Consideriamo ridicolo e disonesto il discorso di chi propone, per tutto rimedio, una nuova legge elettorale.

( a distanza di 43 anni quante ne sono state cambiate e guarda caso, prima delle elezione del 2023, sono in molti ad invocarne un’altra   magari per non sparire o per poter dimostrare di essere utili e fondamentali)

Il vero discorso che si deve aprire è quello della integrale revisione della Costituzione , per trasformare l’Italia, con tutte le garanzie della libertà, in una Repubblica sganciata dalla partitocrazia al vertice, cioè con Presidente eletto dal popolo, dotata di autorità, cioè con Presidente in grado di nominare l’esecutivo e con esecutivo  immune dai capricci e dai ricatti di una partitocrazia arbitra del Parlamento, fornita di adeguati controlli, con un Parlamento  eletto e selezionato non soltanto nel nome dei partiti , ma con la rappresentanza delle categorie ed il requisito della competenza associato a quello della rappresentanza politica. L’attuale Costituzione della Repubblica, in nome della quale tanti delitti si commettono e tante lacrime inutili si versano, è dai suoi stessi genitori abbandonata e tradita………………. Nei confronti dell’attuale Costituzione vi sono   dunque i pigri conformisti, che sanno bene quanto poco ormai valga l’intero documento, e per altro non si preoccupano di contribuire  al suo necessario aggiornamento, vi sono gli eversori che giorno per giorno strappano gli articoli che loro non convengono, vi sono i novatori, come noi,  che poniamo da anni il problema, ma soprattutto ora lo poniamo, nel nome della nostra coerente alternativa, perché il nuovo assetto dello Stato è ormai condizione tassativa e urgente per  tentare di salvare non le istituzioni fatiscenti e corrotte ma i cittadini travolti dalla crisi del sistema.”

Soltanto cinque giorni dopo la fine del Congresso di Napoli, il 12 ottobre 1979, il presidente del gruppo del Movimento Sociale alla Camera, on. Alfredo Pazzaglia  portava formalmente il problema in Parlamento e , intervenendo nel dibattito, chiedeva un’autentica riforma istituzionale che indirizzasse il Paese verso una “Nuova Repubblica per superare la crisi del sistema”.

 Su questo tema Almirante ed il Movimento Sociale Italiano si sono spesi per anni tanto è vero che nel 1982, in occasione del tredicesimo Congresso di Roma , Almirante presentò addirittura il progetto di una nuova Costituzione che prevedesse, oltre alla elezione diretta del Presidente della Repubblica anche quella dei Presidenti delle Regioni,dei Comuni e delle Province, un Parlamento monocamerale eletto per metà dal popolo e metà dalle categorie.  Molte di queste proposte sono state acquisite nel tempo tanto è vero che , attualmente, si decide così per Regioni e Comuni, le province non esistono più, ma ci  si è ben guardati dal dire chi per primo aveva avuto questa intuizione.

Sorsero immediatamente in tutta  Italia i “Comitati per la  “Nuova Repubblica” e, a marzo del 1983, il parlamentare del Movimento Sociale Italiano, on. Franco Franchi , nel suo ruolo di Responsabile del Dipartimento Problemi dello Stato, mise nero su bianco nel libro “Nuova Repubblica il progetto di costituzione del Msi-Dn”,  tutti gli articoli che costituivano l’ossatura del progetto.   Da allora non vi è stata legislatura in cui qualcuno no abbia tentato, inutilmente, di scopiazzare queste proposte.

La commissione Bozzi, la commissione Jotti,  Bettino Craxi,   Giuliano Amato,  Gianfranco Miglio, Mario Segni, via via fino ai tempi  nostri non vi è stato qualcuno che non si sia appropriato ingiustamente di una proposta che ha un padre e di cui si conosce perfettamente il nome. E’ lo stesso uomo che, prima di qualsiasi altra cosa, ci ha insegnato come si deve vivere, come ci si deve comportare anche a costo di rischi e sacrifici ma senza mai abbandonare uen’unica bandiera: la coerenza.

Questo è il suo testamento al quale spero ancora oggi di non dover mai  venire meno.

 Noi siamo caduti e ci siamo rialzati parecchie volte. E se l’avversario irride alle nostre cadute, noi confidiamo nella nostra capacità di risollevarci. In altri tempi ci risollevammo per noi stessi. Da qualche tempo ci siamo risollevati per voi, giovani,  per salutarvi in piedi al momento del commiato, per trasmettervi la staffetta prima che ci cada di mano, come ad altri cadde  nel momento in cui si accingeva a trasmetterla.  Accogliete dunque, giovani,  questo mio commiato come un ideale passaggio di consegne. E se volete un motto che vi ispiri e vi rafforzi, ricordate:

Vivi come se tu dovessi morire subito

Pensa come se tu non dovessi morire mai

GIORGIO ALMIRANTE,   

Ciao Nando !

Oggi ci ha lasciato un galantuomo : Nando Signorelli .

Signorelli è stato consigliere comunale di Viterbo, sindaco di Civita Castellana, parlamentare del MSI e di AN e anche un medico straordinario.
E’ stato un uomo corretto e fedele alle sue idee e ai suoi ideali e lo ricorderemo fra l’altro anche per la sua lunga battaglia  condotta in difesa del fratello Paolo.
Ci mancherà moltissimo, il suo legame con la famiglia Almirante era fortissimo.
                                                                                                                                                                                                    Ciao Nando!

Donna Assunta, la Regina Vedova

Assunta Almirante restò missina fiammante per tutta la vita. Anche se per lei il Movimento Sociale Italiano era il nome d’arte del suo grande amore, Giorgio Almirante, di cui lei era stata la grande fiamma e poi sua moglie. Donna Assunta era fiammeggiante nel temperamento, scoppiettante nel carattere e leggermente ustionante nel parlare, con lieve inflessione calabrese, nei colori vivaci a cui l’associo (me la ricordo come un quadro di Andy Warhol). Restò per la destra postfascista la Custode inflessibile del Fuoco di Vesta della Fiamma missina.

Donna Assunta ha resistito al 25 aprile ed è morta alle prime ore di ieri; aveva già compiuto cento anni, ai nostalgici piacerà ricordare che è morta nel centenario della Marcia su Roma. Ma Donna Assunta era diventata dopo la morte di Almirante, un personaggio di prima fila nella vita pubblica italiana. Dico prima fila non a caso perché avrò visto Donna Assunta in prima fila in eventi politici, spettacolari, teatrali, mondani e istituzionali almeno trecento volte. Non poteva mancare, a volte la sua presenza sanciva l’importanza dell’evento. E tra le tante sue prime file me ne ricordo una. Ero sul palco per un mio “comizio d’amore all’Italia” e in un video che lo accompagnava, con la colonna sonora Ritornerai di Bruno Lauzi, apparve il volto di Almirante in comizio. Lei sbarrò gli occhi, ebbe un sussulto e disse alzando le braccia “Madonna mia”. La sua spontaneità espansiva, la sua mimica, la sua gestualità, raccontavano il personaggio. Anche quando era in platea era sul palcoscenico.

Donna Assunta diventò una celebrità dopo la scomparsa di Almirante. Fu vista di volta in volta come la Regina Madre, la Vedova Indomita, la Suocera della destra nazionale, la Maestra di catechismo almirantiano, la Madonna pellegrina della Missineria Impenitente; ma restò soprattutto la combattiva signora senza peli sulla lingua che non risparmiava nessuno. Piaceva a destra ma non dispiaceva affatto a sinistra, e lei sapeva essere ammiccante anche con loro. Raccontò di molti incontri tra Almirante e Berlinguer, forse più di quelli realmente accaduti e cavalcò l’onda del paragone tra i giganti gloriosi del passato e i nani infami del presente. Strapazzava i missini, poi aennini, poi fratellini, senza riguardi, ma loro devotamente pendevano dal suo rossetto. Trattava anche maturi ultrasessantenni come ragazzini. Picchiò duro su Fini dopo il suo “tradimento” e su tutti i colonnelli, a turno o insieme. Ricordo sue telefonate interminabili e appassionate su di loro, sulla Fondazione, magari in seguito a miei scritti. Negli ultimi tempi ricordo pure qualche piccola confusione: come quando disse che Almirante, sdegnato per come avevano trattato Craxi, andò a trovarlo nel suo esilio di Hammamet. Ma Almirante era morto cinque anni prima. In realtà lei proiettava su Almirante, sentendosi la sua propaggine, la sua simpatia per Craxi. Ma, salvo qualche defaillance, la lucidità l’accompagnò nella lunga vecchiaia e nei 34 anni di onorata vedovanza.

Qualcuno le attribuì la colpa di aver suggerito lei ad Almirante di nominare Fini, e pure lei alla fine ci credette. Ma la scelta di Almirante fu dettata da due ragioni politiche comprensibili: Fini consentiva il salto generazionale postfascista ed era un leader adatto per un partito fondato sui comizi e l’oratoria. Gli altri notabili missini erano poco più giovani di Almirante se non più vecchi (come Pino Romualdi), non avevano capacità oratorie e televisive o esprimevano una linea di opposizione ad Almirante, per giunta con un’indole meno “politica” (come Pino Rauti o Beppe Niccolai). Lei magari aveva espresso un parere favorevole sul giovanotto Fini ma non è sensato pensare che Almirante, che considerava il Msi come la sua vita, decidesse di scegliere il suo successore su consiglio muliebre, seppure della sua sveglia consorte.

Donna Assunta, al secolo Raffaela Stramandinoli, non volle mai scendere in politica e godere del voto riflesso, in memoria di Almirante; preferì esserne la custode e la vestale, arrivando perfino a parlare in suo nome (“Giorgio non l’avrebbe mai fatto”). Donna Assunta fu l’esempio di come una donna possa essere rispettata e perfino temuta, pur non essendo femminista né disponendo di alcun potere. Gestì con salda e signorile noncuranza le voci sull’infedeltà di suo marito, ritenendole parentesi passeggere e irrilevanti, perché sapeva di essere lei saldamente al centro della sua vita affettiva e privata. La chiamavano tutti Donna Assunta, ma quel Donna stava anche nel significato classico di Domina.

Con lei ho avuto un rapporto affettuoso e un po’ omertoso: non ebbi mai il coraggio di dirle il mio dissenso da Almirante, né mai le raccontai uno scambio epistolare polemico con lui con sgradevoli conseguenze. Ma non volli mai rivangare con lei quei dissapori; il tempo è gran signore e i signori dimenticano, soprattutto per non dispiacere le signore.

Negli anni scorsi Donna Assunta restò imbottigliata nel traffico stradale: mi riferisco alle vie che si volevano intitolare ad Almirante in tutta Italia o che si voleva impedire di farlo, quelle che furono negate o cancellate appena cambiò la giunta dei comuni. Donna Assunta fu tirata di qua e di là per esprimere pareri, giudizi, plausi e condanne, ma mantenne gelosamente la sua dignitosa indipendenza. Paradosso vuole che oggi sarebbe più facile dedicare una via a lei, Donna Assunta, che a suo marito. Sarebbe per lei una trionfale, postuma sconfitta.

Marcello Veneziani

La Verità, 27 aprile 2022

La Francia profonda non vincerà

Perché nonostante l’area anti-governativa e anti-establishment sia maggioritaria in Francia, Marine Le Pen difficilmente vincerà le elezioni presidenziali, neanche stavolta?

Domanda importante, non solo per la Francia, ma per l’Europa e l’Italia. La Francia oggi va alle urne ma il punto interrogativo su chi vincerà tende a richiudersi, ancora una volta, in un circolo vizioso. Eppure in Francia le intenzioni di voto popolare assegnano globalmente ai tre candidati anti-mainstream e contro il Potere – Le PenEric Zemmour e Jean-Luc Melenchòn – più consenso di Macron e degli altri avversari messi insieme. Marine non riuscirà a unirli neanche stavolta, anche se andrà al ballottaggio per l’Eliseo. Ciò per tre ragioni: 1) perché il voto anti-governativo non è sommabile né accorpabile, resta diviso, per refrattarietà reciproche difficilmente superabili, a differenza di quel che succede dall’altra parte. 2) Perché un margine ampio di dissenso rifluirà nel non voto, come spesso accade, o si disperderà in una protesta radicale senza effetto, per sfiducia a priori nelle possibilità di rovesciare l’assetto vigente e il verdetto prestabilito. 3) Perché la macchina da guerra del potere farà un pressing micidiale, scoraggerà ogni svolta, seminerà paura sul dopo-Macron, anche in relazione alla guerra in Ucraina. Aggiungerei una postilla: il Potere, interno e internazionale, comunque non lo permetterà, in ogni modo. Può sfuggire l’Ungheria, non la Francia. Parigi val bene una messa (al bando).

Eppure Marine cresce nei sondaggi, è sorridente, usa toni più morbidi rispetto al passato per raggiungere anche i moderati, a rischio di perdere qualcuno dal versante opposto e tosto. Le Pen vincerà a sud e in provincia, perderà a Parigi e nelle grandi città, salvo Marsiglia, come sempre accade. Ma temo che non sarà maggioritaria. Zemmour piace, coniuga l’eredità gollista con posizioni radicali, godendo del triplice vantaggio di essere intellettuale, ebreo e di origine algerina; un’interessante biografia è uscita da noi, Zemmour. Un intellettuale in corsa all’Eliseo, di Alarico Lazzaro (Historica, pp.180, 16 euro). Ma la sua forza decresce rispetto a Marine. Pure l’inossidabile Melenchòn ha un bel seguito nella sinistra radicale, superiore di gran lunga alla sinistra integrata nel Palazzo; ma i suoi voti non lo porteranno al ballottaggio e in larga parte non saranno convertibili, non convergeranno sul candidato anti-Macron che uscirà dalle urne. Però la Francia con gli anni è cambiata, sempre più insofferente alle oligarchie e ai diktat, non solo nei ceti popolari. Macron non ha mai goduto di gran consenso, molti continuano a vederlo come un corpo estraneo e un prodotto del laboratorio eurocratico.

Chi pensa che però sul piano culturale la Francia resti la capitale europea della Gauche, deve ricredersi. Con gli anni è cresciuta una cultura, una letteratura, una narrazione vivace, difforme, non omogenea al potere e alla sinistra. Fatta di autori disorganici, che non formano l’Intellettuale Collettivo, ma restano solitari, critici e in fondo impolitici.

Per cominciare, il successo francese e internazionale di Michel Houellebecq la dice lunga sugli umori mutati dei lettori e del clima. Houellebecq è un conservatore, per i suoi detrattori è un reazionario e un razzista islamofobo. Pascal Bruckner è un saggista francese che ha preso di mira in molti suoi acuminati pamphlet, il razzismo immaginario, la tirannia della penitenza e del buonismo, il complesso di colpa dell’uomo bianco, la vergogna degli occidentali per la propria civiltà. Alain Finkielkraut, autorevole filosofo francese di origine ebraica, è un autore controcorrente. Criticò con Bruckner il disordine amoroso e la rivoluzione sessuale venuta dal ’68 e ha descritto la nuova barbarie moderna ne La sconfitta del pensiero e ne l’Umanità perduta. Ha difeso la tradizione a dispetto della diffusa ingratitudine, ha rivalutato Charles Péguy, ha criticato la modernità, il progresso e lo sradicamento. Partito da posizioni atee, anarco-libertarie, Michel Onfray è diventato un critico radicale del politically correct, della cancel culture e dell’egemonia culturale di sinistra che definisce “fasciosfera”. Ha difeso Trump, come Houellebecq. Incisiva l’opera di Renaud Camus, teorico della Grande Sostituzione, cioè della colonizzazione della Francia e dell’Europa da parte dei migranti islamici e neri. Dapprima integrato nella cultura francese più alta e più in vista, Camus è stato via via marginalizzato per le sue posizioni e il suo aperto sostegno a Le Pen.

Storico capofila e fondatore della Nouvelle Droite e prolifico autore, Alain De Benoist rappresenta da mezzo secolo una voce fuori dal coro in Francia e in Europa, emarginato da tempo. Un suo sodale poi distaccatosi, è Guillaume Faye, scomparso da poco, intellettuale nietzscheano, radicale e antiglobal, fondatore dell’archeofuturismo, di recente sono state pubblicate in Italia due opere da Altaforte e da Ritter. Resta viva l’impronta lasciata dal romanziere cattolico e conservatore Jean Raspail, scomparso anch’egli di recente, di cui Ar tradusse il famoso Campo dei santi. Raspail previde il collasso della nostra civiltà e fu naturalmente anch’egli accusato di razzismo e xenofobia.

Insomma, il quadro culturale francese è tutt’altro che uniforme e conforme; e le voci citate non sono tutte marginali o isolate, a volte spiccano in vetrina.

E invece dobbiamo continuare a sorbirci quel pallone gonfiato di Bernard Henry Lévy, “nuovo filosofo” da ragazzo che nel nome di quella fama giovanile da mezzo secolo tromboneggia anche sui giornaloni nostrani, suonando il piffero per il Potere. O Emanuel Carrère che sostiene Macron perché è “di destra inclusiva” (che illusionista)… Intanto si ripete lo schema della Cappa: il potere e i suoi tentacoli mediali marciano a senso unico. Centro contro periferie, Sistema contro outsider, Apparato contro Francia profonda.

Marcello Veneziani , La Verità (10 aprile 2022)

FARE OPPOSIZIONE ESSERE ALTERNATIVA

Il Caso talvolta é più perfido degli Uomini.

I 75 anni dalla fondazione del Movimento sociale sono arrivati mentre si consumava lo spettacolo della elezione del presidente della Repubblica: teatro dell’assurdo? commedia dell’arte? tragedia? avanspettacolo? opera dei pupi? farsa? gioco di ruolo? pochade? sceneggiata? commedia? oppure soltanto dramma storico?

Abbiamo assistito al fallimento (1) dei partiti, divenuti ormai tempio supremo della incapacità, della inaffidabilità e della non rappresentatività del corpo vivo della Nazione, i cittadini-elettori.

Abbiamo preso atto che questa politica resta commissariata a vantaggio di una oligarchia tecnocratica che fonda la propria illegittima egemonia non sul consenso ma sui gruppi di potere senza volto che affollano l’Unione europea e non solo.

Abbiamo capito che il ricorso al voto continua ad essere rinviato per non disturbare chi ci comanda.

Abbiamo poi registrato la fine del centrodestra, un’alleanza che da politica era diventata solo elettorale e che per la verità portava da sempre dentro di sé l’equivoco mai chiarito tra chi, moderato, concepisce i sovranisti solamente come portatori di voti e chi, sovranista, smania spasmodicamente per farsi accettare a qualunque costo nei salotti buoni della politica.

E gli italiani? Fuori dai giochi, fuori dal Palazzo.

Quello che è avvenuto è una pagina di Storia contemporanea che nessun libro di fantapolitica aveva potuto prevedere. Gli storici futuri lo racconteranno per quello che è: il Titanic della partitocrazia italiana.

E’ collassata la democrazia-parlamentare e, insieme, è fallita la “marcia verso il centro” intrapresa dalla destra (2).

Per capirlo fino in fondo ci soccorre proprio il 75mo anniversario di una forza politica che sin dal suo primo documento (il Decalogo) e per tutta la sua esistenza non si stancò mai di predicare e di motivare, non solo politicamente ma culturalmente e giuridicamente, una radicale riforma della Costituzione che coinvolgesse il Paese reale con la elezione diretta del Capo dello Stato.

A dire più o meno le stesse cose sin dalla Costituente (prima quindi della fondazione del Msi) si levarono le autorevoli voci di Valiani, Mortati, Codacci Pisanelli, Orlando, Bozzi e Calamandrei (3) ma anche negli anni successivi quelle di Maranini, Pacciardi, De Stefanis, Crisafulli, Ciccardini, Giannini, Miglio, Craxi, Labriola, Baldassarre e tanti altri ancora.

Fare ricorso alla volontà popolare era ed è un altissimo atto di democrazia praticata, e non solo proclamata, che non scavalca la legittimità dell’azione dei partiti fondata peraltro su un voto di tutt’altro tipo, politico.

Ma era ed è anche un modo, costituzionalmente ineccepibile, per “far presto”, cioè per evitare la pratica mortifera dei compromessi, delle trappole, degli agguati, delle pugnalate alle spalle, delle impasses imposte dalle giravolte, in un parola dei trasformismi dei quali in effetti sarebbe stata costellata gran parte della nostra vita politica con il conseguente progressivo logoramento della politica senza la P maiuscola.

Non una furbesca e sterile scorciatoia insomma, ma un adeguamento effettivo alla velocità odierna dei tempi decisionali con cui gestire meglio e meglio risolvere le molteplici e crescenti problematiche che arrivano sul tavolo di chi comanda.

Ma questa proposta missina era anche il primo passo di una organica riforma della Carta costituzionale di cui non soltanto il Movimento sociale italiano avvertiva la necessità.

Montanelli, il moderato Montanelli, il conservatore Montanelli, il liberale Montanelli scrisse un editoriale che fu ad un tempo l’epitaffio del Sistema ma anche un urlo a cambiare tutto pur di salvare l’Italia (4).

Quella che si auspicava era (e sarebbe ancor oggi) una riforma organica del Sistema fondata sull’elezione popolare del Capo dello Stato e sull’inserimento nel Parlamento, al fianco dei partiti, delle competenze tecniche assicurate dai rappresentanti delle categorie, dei mestieri, delle professioni, insomma della produzione e dai prescelti del mondo dei saperi, arte, scienza, cultura. Insomma tutto quel bagaglio di capacità e di esperienze che la democrazia-parlamentare non potrà mai garantire e infatti non ha mai garantito.

Selezioni dal basso e non nomine dall’alto, ovviamente.

In poche parole si chiedeva di riformare il Sistema prendendone di petto la  fisionomia istituzionale.

E oggi che la necessità assoluta di una riforma (quantomeno) del modo di elezione del Capo dello Stato è diventata tema non teorico né dilazionabile ma concreto e urgente di qualunque politica nuova, il confronto con chi, con lungimiranza innegabile, sollevò queste questioni e avanzò queste proposte innovative diventa quantomeno opportuno, meglio: necessario. Basta leggere la Relazione d’accompagnamento del ddl 703 presentata durante la 17ma Legislatura per rendersi conto del fruttuoso cammino fatto su queste tematiche dalle sensibilità più riformatrici della politica nazionale.

E’ un cammino da riprendere e da concludere.

L’alternativa a una grande iniziativa riformatrice come questa  è il “declino senza cambiamento” (5).

L’occasione oggi c’è tutta. Chi di dovere la colga.

Ma chi di dovere colga anche ciò che insegna l’altro fallimento: la sterile rincorsa della destra all’ambiguo e scivoloso moderatismo dei centristi.

Per capire chi sono “i moderati” basterebbe rileggere Abel Bonnard e farne tesoro.

I rappresentanti di questi “moderati” sono oggi gli artefici principali di quel che è avvenuto e del “come” è avvenuto. Ci hanno messo la firma.

Ora si accingono a veleggiare verso il Grande Centro, verso questo Mar dei Sargassi della politica nostrana nel quale da anni trovano posto, aggrovigliati gli uni sugli altri, tutti i rottami degli equivoci, dei trasformismi e dei fallimenti della Nuova Italietta.

Sia chiaro: questi “moderati” non sono traditori. Tradire è un atto legato alla morale. E se la Morale non appartiene alla Politica, figuriamoci se la Morale appartiene al Trasformismo, il cui Tempio è da sempre assiduamente frequentato appunto da moderati, centristi e liberal-conservatori.

Questi moderati sono parte essenziale di un Sistema che non può essere ridotto a sola ingegneria costituzionale ma è soprattutto un modo, uno stile, una grande melassa nella quale banche, media, partiti, multinazionali, Episcopato modernista, finanza mondiale, ong, think-thank, Servizi segreti deviati, Club esclusivi gonfi di capitali e senza bandiere tirano le fila del mondo e quindi anche della nostra malconcia Penisola. Questi moderati parlano lo stesso linguaggio degli altri. Hanno in mente gli stessi modelli degli altri. Seguono gli stessi codici comportamentali, gli stessi riflessi pavloviani, gli stessi tabù. Solo con gli altri sono a loro agio.

Per il Quirinale questi moderati hanno semplicemente esercitato il diritto-dovere di cambiare strada in barba agli accordi presi con una destra che non serviva più.

A questi moderati non importava dove avrebbe portato la strada nuova. Né con chi sarebbe stata percorsa. L’importante era che a intraprenderla si fosse comunque in tanti, e pure appassionatamente.

La coerenza? Che c’entra la coerenza? Roba fuori moda, ci hanno detto.

Per tutti, traditori e traditi, c’entra invece la spasmodica necessità di essere gente di Governo a qualunque costo, frequentatori entusiasti, ancorchè non à la page, delle stanze dei bottoni nella illusione di essere disinvolti (magari più degli altri) nel maneggiare le leve del potere. Obiettivo: per i traditi non essere più i paria di questa Repubblica che peraltro non li ha mai chiamati “figli”; per i traditori restare a galla abbarbicati a qualunque ciambella di salvataggio che passa.

E il popolo? il Paese reale? la società civile?

Alla finestra, ad assistere allo spettacolo.

La società civile è da parecchio tempo aggredita da una progressiva radicalizzazione dei problemi, in particolare di quelli sociali, e da un progressivo malfunzionamento della macchina istituzionale preposta a risolverli. E’ una fase tutt’altro che prossima a chiudersi.

Per fronteggiarla occorrono coraggiose misure radicali, non già misure moderate, pannicelli caldi, insipida acqua calda.

Sul fronte sociale e su quello istituzionale occorre fare scelte parimenti forti, organiche, che abbiano come obiettivo il bene supremo del nostro Paese e non il tornaconto di quei gruppi di potere. Occorre un colpo d’ala che può venire solo da una risposta all’altezza delle domande drammatiche che salgono ogni giorno dalla società civile.

E’ qui, su questa nuova identificazione tra Paese legale e Paese reale che si gioca il futuro prossimo e che può scaturire la grande novità politica che tutti cercano e che nessuno trova in questo Sistema bloccato e logoro.

E’ roba da moderati, da liberali, da conservatori? C’è davvero chi crede che da costoro possano pervenire le giuste risposte alla crisi istituzionale e a quella sociale?

Le risposte giuste non stanno da quelle parti.

Stanno altrove.

Stanno nelle radici ideali che quel partito non rescisse mai, stanno proprio in quella coerenza che consentì a quel partito “fuori della Storia” di durare mezzo secolo contro tutto e contro tutti e di seminare idee, di elaborare tesi, di creare suggestioni ideali e programmatiche, di contare nel Palazzo perché contava nel Paese.

Senza mai restaurare e senza mai rinnegare.

Oggi é il tempo delle idee e delle proposte che scaturiscono da quella Storia onorevole e affidabile senza la quale nessuno, ma proprio nessuno, starebbe dove oggi sta.

Occorre darsi coraggio e innalzare l’Identità come una bandiera. Senza ascoltare le sirene di chi ti consiglia di continuare sulla strada franata.

E’ ora di cambiarla, quella strada.

E’ ora di fare opposizione. E di essere alternativa.

Massimo Magliaro

Nova Historica. I 75 anni del Msi. Editoriale sul Quirinale

 

Note

 

  • (1) Perfino Guido Melis sul it del 30 gennaio 2022 ha parlato di “classe politica fallimentare”.
  • (2) Andrea Ungari, “La marcia verso il centro e la prospettiva di una destra moderata”, relazione presentata al Convegno di studio su “Antagonismo e riformismo a destra e a sinistra. Miti, politica e cultura nella società italiana dalla guerra al centrosinistra” organizzato a Roma dall’Istituto di studi sulla storia contemporanea (13-14 dicembre 2002) e pubblicato su Ventesimo Secolo vol. 4, n. 7, aprile 2005.
  • (3) In particolare l’intervento di Calamandrei nella seduta dell’Assemblea costituentedel 6 settembre 1946.
  • (4) Indro Montanelli, “Un morto tra noi”, editoriale del Giornale nuovo del 4 dicembre 1982: “L’attuale sistema basato sulla partitocrazia è cotto e da esso non possiamo aspettarci più nulla”; “La Costituzione non è soltanto invecchiata, ma anche sbagliata”; “Se non ci decidiamo a seppellire il cadavere di questo regime fallito, diventerà aria appestata”.
  • (5) Carlo Ferruccio Ferrajoli su Costituzionalismo.it fascicolo 1, 2019.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mistero buffo del Quirinale

Ad avercelo un Re, ci saremmo risparmiati questa lunghissima e indecorosa sceneggiata su chi mandare al Quirinale oggi, per sette anni. Un sovrano ereditato dalla storia, magari addobbato nei sacri paramenti di Sovrano “per grazia di Dio e volontà della Nazione”, ben sapendo che né l’Uno né l’altra si erano mai pronunciati in merito. Ma quella fictio fu la formula vincente per insediare i Savoia. Però da un pezzo i Re non si usano più, gli ultimi superstiti in Europa vengono massacrati; da noi regnano nei gossip e nei reality, ma nessuna corona, oltre quella virale, cinge la testa di Scipio.

Ci vorrebbe una donna, dicono quelli che scelgono i presidenti per generi o per categorie. Non c’è mai stata, è ora di riparare all’ingiustizia. Giusto, perché no? Ma se è per questo, visto che non c’è mai stato, perché non un Presidente disabile, un Presidente nero, un Presidente gay, trans, rom o virologo?

Anzi, visto che si invoca chi non c’è mai stato al Quirinale, per riparare all’ingiustizia, vi dirò che la Capitale, la Città Eterna, il Centro dell’Impero, non ha mai espresso un Capo dello Stato. Non solo neanche un presidente, manco un Re. Se i primi Re furono inevitabilmente piemontesi, almeno Vittorio Emanuele III, nel suo piccolo, avrebbe potuto nascere romano, perché ormai la Dinastia si era insediata a Roma. E invece manco lui, perché nacque a Napoli; e la sorte alla fine si vendicò condannandolo a dimezzare il suo reame con il Regno del sud e poi alla fuga dal sud, da Brindisi.

Ma se non abbiamo mai avuto un Re romano, forse per rispetto o per dispetto a Santa Romana Chiesa, non abbiamo avuto nemmeno un Presidente della Repubblica dalla Capitale Morale del Paese: mai un Capo dello Stato milanese. Ué, ma che vergogna. E non solo: non so per quale misterioso sortilegio ma i presidenti della Repubblica vengono tutti dall’Italia occidentale, versante tirrenico. Pensateci: i tredici presidenti sono tutti piemontesi, sardi, liguri, toscani, napoletani, siciliani. Mai un presidente dall’Italia orientale, o adriatica, mai un veneto, un pugliese, ma nemmeno un emiliano, un romagnolo, e via dicendo. Strana quest’Italia con l’emiparesi, sfacciatamente sbilanciata verso Occidente. A voler essere “storici creativi” forse una ragione c’è: il Risorgimento, se ci pensate, fu fatto soprattutto sul versante occidentale. I Re venivano dal Piemonte o dal Regno di Sardegna, i Mille s’imbarcarono in Liguria, attraversarono il Tirreno e sbarcarono in Sicilia, risalendo poi il versante occidentale, gli Stati più significativi del tempo, erano a Napoli e Palermo, a Torino. L’Italia fu simbolicamente cucita a Teano. Le capitali furono Torino e Firenze e infine Roma. Insomma, noi dell’Italia orientale siamo stati sudditi, senza mai la soddisfazione di avere un homo adriaticus al Colle; e noi cittadini romani pure. Ma forse è solo un caso, o magari la storia si prende gioco degli umani, li usa come burattini, dà loro l’illusione di decidere chi mandare al Quirinale e invece poi sceglie sempre da quella parte sulla base di imperscrutabili disegni geo-metafisici. I dietrologi diranno invece che la roulette è truccata, escono sempre quelli di un versante, è un complotto. Ma non si capisce la ratio, tantomeno la convenienza, e di chi. Dunque, è solo uno scherzo del destino.

Insomma, avrà pure ragione chi vorrebbe ora una donna al Quirinale non foss’altro che per dare riconoscimento all’altra metà del cielo; ma anche l’altra metà d’Italia aspetta invano il suo Capo dello Stato, perché è stanca di essere solo la coda.

Aggiungo pure un’altra particolarità: benché avanti negli anni, nessun presidente della repubblica è mai deceduto mentre era in carica. Eppure tanti ottantenni, così sovraffaticati, per sette lunghi anni… Anzi, figure tramortire e piegate dagli anni, che sembravano ormai destinate a una scialba decadenza, sono come ringalluzzite andando al Quirinale, sin nel portamento. Dicono che la carica sprigioni a sua volta una carica vitale, sia una specie di gerovital istituzionale; non so che vitamina trasmettano i corazzieri, ma inguaiati vecchiarelli sono diventati improvvisamente arzilli al Quirinale: anche gli ultimi, Napolitano e Mattarella, sono usciti dal Quirinale più vispi e meno accasciati di come sono entrati (a proposito visto che volete mantenere gli assetti e Mattarella non ci sta a una proroga a tempo, fino al ’23, perché non riprovate col terzo mandato a Napolitano?). Un paio di presidenti sono stati pure dimissionari, o in qualche modo indotti alle dimissioni, vale a dire Antonio Segni e Giovanni Leone, ma benché bersagliati dalla malasuerte, sono morti alcuni anni dopo, ormai lontani dal Quirinale. L’immunità quirinalizia, benchè interrotta, li ha tenuti in vita.

Gli stessi frequentatori di Berlusconi assicurano che il Cavaliere versava da anni tra malattie, ospedali e perdita di lucidità; ma si era come risvegliato e risanato in vista della sua battaglia per il Quirinale.

Insomma, il Quirinale è un mistero buffo, tra disparità geografiche e discriminazioni territoriali, ripercussioni biologiche e mutazioni antropologiche. Oggi si vota e bisogna fare in fretta per evitare una pericolosa vacatio capitis: non perché il 3 scada Mattarella ma perché l’Italia non può essere priva di Presidente mentre si celebra il Festival di Sanremo.

Marcello Veneziani , La Verità (23 gennaio 2022)

Lasciateci stare, abbiamo già dato.

Gli auguri di buon compleanno non si negano a nessuno e bene ha fatto, Francesco Storace, nel porgere il proprio augurio a Gianfranco Fini. Magari si sarebbe potuto risparmiare quell’invocazione rivolta come se, Fini, fosse un santino da rivolgere la preghierina del mattino: magari, tornasse!
Impressione di chi scrive che abbia sbagliato la declinazione del verbo, usando il singolare, conoscendo il soggetto ben più attinente sarebbe stato l’uso del plurale: tornassimo. Per l’amore del Cielo, liberissimi di farlo! Ma stavolta abbiate la compiacenza di lasciarci stare, noi militanti intendo, ci avete già ingannati fin troppo.
A Francesco Storace, pur tuttavia, riconosco la sua coerenza con i suoi entro, esco, rompo; rientro, riesco, rirompo. Una girandola da fare impallidire pure la pallina del tavolo verde di un casinò, tra nuovi partiti ed alleanze nate e distrutte nel giro di un amen, tra personaggi dapprima esaltati per poi vilipendere con la stessa velocità olimpica di Marcel Jacobs. Chiedere ad Adriana Poli Bortone, per esempio, oppure alla stessa Giorgia Meloni e… perché no? Pure a Gianni Alemanno. Questo Penelope de noantri in attesa del suo Ulisse, tra una tela e l’altra, è stato capace di suicidare i proci attorno. Che non eravamo proci, ma militanti creduloni per i quali bastava dare in pasto quattro parole sparate al microfono, valori/appartenenza/Patria/tradizioni et voilà: il giochino era fatto. Quel “maiale, sei un maiale!” Rivolto a Gianfranco Fini, nel pensarci oggi, fu un buon tornaconto. Due lustri dopo ne invoca il ritorno. Chapeau! Alla non coerenza, intendo.
@gianfranco_fini: Voglio ricordare che l’Msi era sì e no al il 3% io portai AN al 16%. Per questo non accetto che mi si dica che ho distrutto la destra.
Questo che avete appena letto è un cinguettio di Fini di qualche anno fa, su Twitter, 6 per l’esattezza. Twitter è il noto social capace di mettere alla prova di grammatica i cibernauti costringendoli, in soli 164 caratteri, ad esprimere un’opinione di senso compiuto. A qualcuno riesce e pure bene ma per altri, ahimè, il risultato è un post incomprensibile. Oppure una cazzata, come nel caso di Gianfranco Fini. Al di là di un’espressione non propriamente figlia di Dante -che mi si dica che- è roba da terza elementare e per lo più con un verbo al presente indicativo, da 2 sottolineato di blu. Riflettendo, il problema, è di natura ben diversa di un post sgrammaticato, evidentemente lo ex leader conta sul fatto che a destra abbiamo poca memoria e che oramai, da ingenui qual siamo, lasciamo correre come se nulla fosse. Non tutti, Gianfranco Fini, diversamente sono sempre un missino che scrive MSI usando la maiuscola e tenendo pure una memoria di ferro. Se nel sacco dei tuoi soprusi tengo ancora il nome di Beppe Niccolai, cacciato dal partito accampando una ragione assurda, quest’ultima boutade la ritengo un affronto alla storia missina ed a Giorgio Almirante stesso. Difenditi come meglio credi, Gianfranco Fini, ne è tuo diritto ma lascia stare il il MSI. Lascia stare la nostra storia, per favore. Non starò qui a ricordare le tue malefatte, me ne guarderò bene di citare AN così come la creasti (fu tutto merito tuo?) altrettanto la distruggesti, in nome di un disegno ai noi militanti oscuro. Fuori dai denti, Gianfranco, non l’ho con te per il “tradimento” al cavaliere, m’importa assai direbbero dalle mie parti; non l’ho con te per il Muro del Pianto per il quale, sinceramente, apprezzai il gesto esclamando pure un: finalmente! Non l’ho nemmeno con te per la frase del “male assoluto”, poiché ambedue conosciamo la storia e spero che tu almeno distingua, il ventennio, tra Farinacci e Giovanni Gentile. Magari avresti potuto precisare, ma tant’è… L’ho con te, e pure tanto, per aver condotto i militanti al liberismo disperdendo il valore sociale che fu la nostra essenza. Ti rivelo un piccolo segreto, questo: mio padre fu il primo segretario del MSI a Pisa, portava un cognome diverso dal mio ma la cosa non è importante, per comprare i mobili per la Federazione (allora si chiamavano così, ricordi? Non ci vergognavamo dell’appartenenza allora e neppure oggi, almeno noi militanti) firmò un pacco di cambiali ad un certo Serra, un mobiliere pisano di quel tempo. Le onorò tutte, da persona seria quale fu, da buon missino ligio al dovere. Teoricamente, quella mobilia, è stata venduta tramite aziende off shore 60 anni dopo. So benissimo la cosa non ti riguardi e chiedo venia per me, uomo comune e militante, però è dura a comprendere ancora oggi l’affaire della casa di Montecarlo. Lo ritengo un tradimento a mio Padre ed a tutti quelli come lui. Comprendimi, sono una persona di destra sociale, un missino, una persona seria.
Al proposito, il MSI era al 6%, e non al 3, nelle ultime elezioni (regionali) dell’era Almirante. La prossima volta lascia stare il MSI e la sua storia gloriosa, racchiusa nel cuore di tutti noi.
Adesso, cari Gianfranco e Francesco, fate pure quel che vi pare, è nel vostro diritto, ma vi chiedo di lasciarci in pace. Noi militanti abbiamo già fin troppo dato, per voi. Preferiamo restare degli orfani politici, grazie a voi.
Riposa in pace, Giorgio Almirante.

Marco Vannucci

7 Gennaio 1978 Franco , Francesco e Stefano

Riportiamo il discorso tenuto da Giorgio Almirante il 10 gennaio 1978 alla Camera dei deputati . Come sempre le sue non sono parole di vendetta ma di pacificazione nazionale

“Questa atmosfera di rispetto, in molti casi di sincero cordoglio, che il martirio di tre giovani di destra ha determinato, rende meno arduo il mio compito; che è pur sempre difficilissimo, perché si tratta di comprimere e di reprimere stati d’animo, pur legittimi e comprensibili, sentimenti, risentimenti; per nobilitare e responsabilizzare questa discussione, come comandano i giovani puliti e cari che sono morti per la libertà di tutti, come comandano i loro familiari, dalle labbra dei quali non è uscita la minima invocazione alla vendetta, ma una chiara, ferma, severa, richiesta di giustizia e di pace: la richiesta, soprattutto, che da questo sangue altro sangue non esca, la richiesta che sia finalmente rotta la spirale dell’odio e della guerra civile. A questo punto il discorso che occorre fare è il discorso delle responsabilità, passate, presenti e future; il discorso delle responsabilità morali e civili, delle responsabilità politiche, delle responsabilità esecutive, sia in termini di prevenzione che di repressione”.
“Le responsabilità civili e morali sono le più gravi, perché nel tempo hanno determinato e aggravato le altre. Oggi, al cospetto di questo triplice crimine, tutti o quasi si inducono a parlare di pace e a smettere la propaganda dell’odio. Ma quanti parlavano tale linguaggio, sereno e responsabile, fino a qualche giorno fa? Quanti tra voi, quanti tra noi tutti, hanno veramente contribuito nei mesi e negli anni passati a disintossicare l’atmosfera, a educare alla pace e alla comprensione le giovani generazioni? Io non mi voglio presentare in veste di giudice; ma in veste di testimone sì, ho il diritto di farlo, perché da trent’anni non partecipo e non partecipiamo alle responsabilità e nemmeno alle possibilità del potere. Invece, quale gravame di responsabilità morali pesa su coloro che hanno gestito il potere a tutti i livelli, su coloro che hanno controllato e controllano la radio, la televisione, lo spettacolo, la scuola, il sindacato, la stessa cultura! Persino in questi giorni la radio e la tv sono state faziose, rifiutando di dare per esteso le nostre comunicazioni, che pure erano intese a placare gli animi, rifiutandomi la possibilità di lanciare un appello ai giovani nel nome della pace! Persino in questi giorni è stata chiusa e faziosa la scuola, nelle responsabilità politiche di vertice, non dando ascolto alla nostra richiesta di proclamare un giorno di lutto nelle scuole, in memoria dei giovani assassinati, di tutti gli studenti assassinati. D’altra parte lei stesso, signor ministro dell’Interno (Francesco Cossiga, ndr) ha parlato il 6 ottobre, nell’aula di questo ramo del Parlamento, il linguaggio dell’odio, della provocazione, della istigazione a delinquere contro la nostra parte, contro i nostri stessi giovani, e anche il linguaggio della calunnia, tanto è vero che i ragazzi che lei ha mandato in galera per quei fatti non debbono più rispondere di omicidio, né di concorso in omicidio, né di concorso morale in omicidio, né di rissa ma soltanto di presunti reati politici e di opinione”.
“Quanto alle responsabilità politiche, voi tutti avete costituito in questi ultimi mesi un regime, perché avete tentato di appropriarvi delle guarentigie costituzionali. La logica dei regimi, di qualunque colore essi siano, è la discriminazione; e con la discriminazione la violenza, e con la violenza l’odio e la spinta verso la guerra civile. Ora siete in crisi; e allora: o lo sbocco della crisi sarà ancora il patto a sei, il compromesso storico allargato, e in tal caso dovrete tener conto del fatto che noi siamo la opposizione; e che il tentativo di criminalizzare o di soffocare o comunque di discriminare la opposizione in quanto tale equivale alla riapertura di quella spirale dell’odio e della vendetta che in questi giorni dite di voler spezzare; o lo sbocco della crisi sarà il fallimento del compromesso storico e del precedente patto a sei, e allora non si dovrà parlare di governo di emergenza ma di governa di salute pubblica nazionale; cioè di una formula di reggimento del paese che non escluda alcuna componente, non già in termini di partecipazione alla maggioranza, al governo o al sottogoverno, e alle conseguenti lottizzazioni, ma in termini di corresponsabilizzazione, e quindi di pacificazione nazionale, come noi la vogliamo e la intendiamo. Ciò significa che la pacificazione nazionale, la salvezza della Nazione, non si può realizzare senza o contro i nostri ragazzi, senza o contro la nostra famiglia umana…”.

26 dicembre 1946 – 26 dicembre 2021.

Il valore determinante fu l’appartenenza nonchè il dovere morale di dare voce agli inascoltati, quest’ultimi emarginati e bollati con i peggior epiteti possibili; furono mossi pure dal diritto di raccontare la verità scomoda, vedi Giorgio Pisanò; presentandosi uniti dal filo conduttore del disegno sociale e popolare come perno centrale di chi si riconosce nel nostro ideale. Tutto questo, fu. Il verbo al passato remoto, ahimè, calza a pennello: fu. Poi è avvenuta la caduta libera, perdendo la carica morale e la moralità il giorno stesso che gli eletti salirono al Quirinale per formare il primo Governo. Nel frattempo il nostro Simbolo era passato in mani a dir poco ridicole, di una coppia da carro carnevalesco, e per noi militanti calò la vergogna. Quello che fu il MSI era diventato un manipolo di imitatori della dolce vita, in doppiopetto firmato e lontani anni luce dal Popolo e dalle battaglie sociali. Arrivisti in carriera, yuppie del terzo millennio uniti dal coro: avanti, si mangia (il caviale). La fine ingloriosa della CISNAL fu tra i primi mattoni a cadere, poi fu la volta delle Federazioni, della scuola di Montesilvano, del cameratismo, della meritocrazia, dell’aiuto al prossimo. Per buona pace di chi, su qui Valori fondanti, aveva creduto fino alla fine dei sui giorni. Fossero essi sconosciuti Militanti o personaggi come Almirante, Niccolai, Rauti, Buontempo…  Tutto questo fu. Tutto questo è stato. Oggi siamo solo degli orfani politici

Marco Vannucci

I RAGAZZI DEL CICLOSTILE

Pubblichiamo con piacere l’articolo per la Fondazione Giorgio Almirante di Adalberto Baldoni
che illustra il suo recente libro “ I RAGAZZI DEL CICLOSTILE “

Abbiamo detto e scritto più volte che senza radici, ossia senza una propria
storia, un qualsiasi movimento politico nel tempo si inaridisce, perde la
sua identità, i sui valori. Non è più punto di riferimento soprattutto per le
nuove generazioni. Col tempo è destinato a evaporarsi, a morire.
Bene ha fatto quindi Giorgia Meloni, nel corso del suo intervento alla
presentazione del libro “ I ragazzi del ciclostile”, scritto a quattro mani dai
saggisti Adalberto Baldoni e Alessandro Amorese, per la casa editrice
Eclettica, a sottolineare che il simbolo della Fiamma non sarà tolto dall’
emblema di Fratelli d’Italia. Non si può cedere ai ricatti e alle
intimidazioni di certa sinistra e dei poteri forti (partiti e carta stampata) che
hanno definito “fascista” il Msi, fondato nel 1946 da Almirante, Romualdi,
De Marsanich. In nome dell’ antifascismo la sinistra vorrebbe imporre il
“pensiero unico”, il suo. Alla faccia della democrazia.
Il libro di Baldoni e Amorese ripercorre la storia della Giovane Italia, la
più forte organizzazione studentesca di destra che ha dominato nelle scuole
dal 190 al 1971. E’ necessario descriverla.
Nel settembre 1950 a Bologna, la seconda assemblea dei giovani missini
decide, su iniziativa di Bartolomeo Zanenga, che il settore degli studenti
medi sia chiamato Giovane Italia. Era stato Giorgio Pisanò, all’epoca
ispettore dei gruppi giovanili missini della Lombardia e dell’Emilia, a
proporre che i nuclei studenteschi si chiamassero Giovane Italia come a
Milano dove era sorta la prima associazione.
A dicembre una circolare di Cesco Giulio Baghino, responsabile del
Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori del Msi, impartisce nel
merito dettagliate disposizioni. In pochi anni l’ associazione si diffonde
capillarmente in tutte le scuole. Guida le manifestazioni per il ritorno di
Trieste all’Italia, per la difesa dell’Alto Adige contro le ingerenze dell’
Austria, per esprimere solidarietà ai popoli oppressi dal comunismo, si

batte per un’ Europa unita allo scopo di non farla condizionare dagli Stati
Uniti o dall’Unione sovietica. In prima linea con i suoi militanti quando si
tratta di soccorrere e aiutare le popolazioni colpite da calamità naturali,
come nel Polesine, a Firenze e nel Belice.
Può essere considerata un vero e proprio sindacato degli studenti medi
perché fa giungere anche in Parlamento e nelle preposte sedi
istituzionali le esigenze dei giovani, denunciando l’ inadeguatezza delle
strutture scolastiche, soprattutto nel Mezzogiorno, che si manifesta
con evidenza per insufficienza di aule, servizi complementari, (
igienici, sanitari, sociali, sportivi),attrezzature didattiche, scarsità di
insegnanti ).
L’Associazione, come strumento di comunicazione, da subito penetra
nelle scuole con giornaletti d’ istituto e volantini, utilizzando soprattutto il
ciclostile. Non possiede le attrezzature e i fondi a disposizione della
Federazione giovanile comunista che sforna periodicamente giornali e
volantini stampati. Ma negli anni Cinquanta fino a metà anni Sessanta
è il più seguito movimento giovanile tra gli studenti. Precede di quasi
venti anni, forme e metodi di propaganda che saranno usati durante
la contestazione giovanile. Per Giuseppe Tatarella, uno dei più apprezzati
dirigenti dell’ Associazione, il successo della Giovane Italia fu anche
quello di rimanere sganciata dal Msi. Le contrastanti posizioni sulla
contestazione giovanile causeranno la frattura della destra giovanile. Nel
1971 terminerà il brillante percorso dell’ Associazione quando sarà
costituito il Fronte della Gioventù, organismo parallelo al Msi.