L’Italia che non vuole finire

Marcello Veneziani – La Verità – 28 settembre 2022

L’Italia e non solo l’Italia, ha vissuto due giorni di sogno e di incubo per la vittoria di Giorgia Meloni. Mezza Italia ha sognato, l’altra Italia che comprende i piani alti della società, ha patito un incubo. E i restanti sono rimasti in dormiveglia, spiazzati e spaesati.

Ora che ci svegliamo dalla fiaba della borgatara che si fece regina, la Calimero piccola e nera che si scopre la più amata dagli italiani, è tempo di riprendere coscienza, tornare alla realtà e capire cosa è successo.

Già, cos’è accaduto, qual è alla fine il messaggio che proviene dalle urne? L’Italia non vuole finire. E si è ribellata all’obbligo del pass ideologico, della mascherina politicamente corretta e del regime di sorveglianza di questi anni. Non dirò che la Meloni e la sua coalizione salveranno l’Italia, la sua sovranità e la sua civiltà né che ci libereranno dalla Cappa interna e globale, anzi non lo penso, è impresa troppo grande; ma dico cosa è successo nella mente e nel cuore degli italiani che l’hanno votata. Non ne potevano più di vedere il loro paese sfarinarsi e arretrare, vedere stuprata la realtà e calpestata la libertà dalle oligarchie internazionali ed interne, i loro media, il regime a senso unico.

E hanno affidato un messaggio di riscossa al leader più fresco, più in forma, più intonso, vergine di potere. Sarà una nuova affermazione del populismo, come voi dite, sarà un affidarsi di nuovo a chi è nuovo, ha il merito di non avere precedenti; sarà la coerenza di stare all’opposizione e perciò di rappresentare il diffuso malcontento. Ma la Meloni ha rappresentato l’irruzione del nuovo e l’interruzione del conforme. Che poi riuscirà a soddisfare le aspettative, a guidare un governo all’altezza della sfida e a superare indenne gli assalti, le pressioni, le minacce e le lusinghe dell’establishment, questo è un altro discorso; sapete come la penso, non alimento illusioni. Ma quella è stata l’intenzione di voto; sarà puerile, velleitaria, ma mille volte più nobile e positiva del rancore di chi votava a sinistra solo per odio e paura, cioè contro la destra; o di chi col voto ha fatto uso personale e scambio clientelare, come nel peggior passato e nel peggior sud.

Mai come questa volta la vittoria non è stata corale ma singolare: ha la faccia, la voce, gli occhi di Giorgia Meloni. Occhi di ragazza, dicevo ieri. Il resto è contorno. Hanno perso le Vecchie Zie: i tutori che comandano l’Italia, le consorterie, le curie, le cupole. Ora circonderanno la Meloni: se la vedono debole la massacreranno, se la vedono forte si fingeranno amici.

E gli altri leader politici? Letta col suo Pd ha perso perché ha puntato solo sulla paura del mostro, fascista-putiniano- orbaniano; non un programma positivo ma solo terrore, “sennò arrivano gli orchi”. Bisogna pur dire che ha concorso alla sua disfatta anche la giravolta di Calenda che lo ha sedotto e abbandonato, dopo che Letta aveva rotto i ponti con i grillini. A questo proposito va notato che il recupero di Conte (ma i grillini hanno pur sempre dimezzato i voti) è dovuto al recupero del populismo da strada, della demagogia pauperista ma anche all’abbandono dell’alleanza col partito-regime, il Pd.

La notazione generale da fare sul voto è che il populismo è ancora vincente sul piano elettorale. Quando si processa Salvini, e si ipotizza il passaggio di mano verso ZaiaFedriga o Giorgetti, si dimentica che Salvini ha perso consensi proprio perché ha smesso di essere il deprecato Salvini, ha abbandonato populismo e sovranismo e si è piegato a Draghi, al governo col Pd, poi addirittura a votare per Mattarella, seguendo proprio la linea “moderata” dei suoi antagonisti interni che oggi dovrebbero processarlo e sostituirlo.

Al di là del giudizio su Draghi vogliamo dirlo che non ha portato bene a chi lo ha sostenuto e in suo nome ha fatto campagna elettorale? Altro che l’Italia voleva ancora Draghi, ha votato l’unica oppositrice… Non hanno sfondato Calenda e Renzi, il draghiano Letta è stato sfondato, così pure Salvini che ha sostenuto il suo governo (pur per rispettabili ragioni); è affondato Di Maio neo-draghiano, si è salvato Berlusconi, passato anche politicamente dal Milan al Monza, ma resta pur sempre decisivo con la sua Forza Italia due. Invece ha trionfato chi si opponeva a Draghi, come la Meloni, ed è andata bene a chi ha innescato la crisi per mandarlo a casa (Conte). Poi certo, le elezioni hanno offerto, oltre l’anomalia di un solo candidato premier, anche altri spettacoli negativi: l’alta astensione, un record senza precedenti nelle politiche, i partiti devitalizzati, svuotati; pure i partitini anti-sistema sono stati un flop; e poi è stato deprimente il voto e il non voto del sud. Spie di un malessere grave (non a causa della Meloni, mi pare).

Ora cosa succede? A parte le grida di pericolo fascista che accompagneranno il centenario della Marcia su Roma, non mi aspetto grandi cambiamenti, non mi aspetto rivoluzioni né rotture, non mi aspetto ripensamenti sulla Nato e sull’Europa, o addirittura riabilitazioni del fascismo. Mi aspetto poco, mi aspetto molta continuità più qualche piccola svolta e qualche risultato simbolico, in tema di famiglia, di sicurezza e poco altro.

Ma mi auguro che accada almeno una cosa: che sia possibile nell’Italia della Meloni avere un altro punto di vista, senza essere considerati ciechi, pericolosi o retrivi come è stato finora. Mi auguro che con una premier di destra migliori la possibilità di vedere anche in altro modo la realtà, la vita, la storia, la cultura. In questi ultimi anni c’è stato un clima opprimente; se pensi altrimenti sei condannato al vituperio o al silenzio. Non sogno cambi di egemonie, figuriamoci, mi accontenterei che sia almeno riconosciuto chi la pensa diversamente, che ci sia spazio per l’oppure, che un altro punto di vista non sia un crimine o un regresso ma semplicemente un altro modo di vedere e affrontare le cose. Per il resto viva l’Italia e che la Madonna ci accompagni.

“Un risultato straordinario col simbolo della fiamma. Nostro padre sarebbe orgoglioso”

Elezioni 2022, figlie di Almirante: “Vittoria Meloni onora i nostri genitori”

“Un risultato straordinario che omaggia e rende onore al padre della destra italiana Giorgio Almirante e a sua moglie Assunta Almirante”. Interpellate dall’Adnkronos le figlie Giuliana e Marianna de’ Medici esprimono le loro emozioni in merito alla vittoria elettorale di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. “Per Giorgio Almirante – dice Marianna de’ Medici – il grandissimo successo col voto di voto di oggi avrebbe significato il compimento di un percorso, e anche per mia mamma, Donna Assunta, sarebbe stata felicissima, soprattutto per premiare il lavoro di questa ragazza che ha molto creduto nelle sue idee: credere nelle proprie idee è importantissimo. Giorgio Almirante da bambina mi diceva che la costanza viene sempre premiata”.

“Le idee – sottolinea ancora Marianna de’ Medici – quando sono belle e sincere e vengono dal cuore sono sentite e sono quindi eterne. Un successo così è plateale ed è dovuto anche alla negligenza e al cattivo governo da parte degli altri. Gli italiani si sono resi conto che non si va da nessuna parte continuando a governare in maniera assurda”.

“Questa è una vittoria storica. Va riconosciuto a Giorgia Meloni di aver portato il partito a risultati incredibili. Quello che voglio far notare è che questo risultato straordinario è stato raggiunto col simbolo della fiamma”, dice all’Andrkronos la sorella Giuliana de’ Medici , segretario nazionale della Fondazione Giorgio Almirante. Quando Giorgia Meloni nel suo discorso dopo la vittoria ha fatto riferimento alle persone che sono scomparse e meritavano di godersi questo risultato, faceva riferimento “non solo a mia mamma – osserva – ma a tutti coloro che hanno fatto sacrifici, che hanno lottato e che sono morti. Credo mio padre sarebbe contento di vedere la fiamma: il lavoro dei nostri padri è stato un lavoro che non ha avuto le stesse soddisfazioni, ma tutti i mattoni che hanno messo hanno permesso alle nuove generazioni di raggiungere qualcosa di molto importante”.

Aldo Cazzullo cavalca il business anti-fascista: tour teatrale con “Il Duce delinquente”

7colli.it – Elisa Lugano – 18 Settembre 2022

Nato parallelamente al libro ‘Mussolini il Capobanda’, lo spettacolo teatrale ‘Il Duce Delinquente’ di Aldo Cazzullo è pronto ad arrivare nei teatri, cavalcando il mercato editoriale e culturale dell’antifascismo, particolarmente fruttuoso in campagna elettorale.

Dopo le anteprime di questa estate. Il 24 ottobre sarà al Teatro Carcano di Milano, il 25 al Teatro Sociale di Alba, il 26 a Castenedolo (Brescia), il 27 alla Sala Borsa di Bologna, il 28 ottobre, nel giorno del centesimo anniversario della Marcia su Roma, al Teatro India di Roma, il 31 ottobre a Torino, il primo novembre a Verbania e il 5 a Napoli. Per poi proseguire in altre città nel 2023.

In scena Cazzullo ricostruisce la storia, raccontando “fatti, crimini e tradimenti” di Mussolini. “Con me sul palco c’è Moni Ovadia – racconta Cazzullo – che legge i discorsi del Dice ma anche le lettere delle sue vittime e articoli dei giornali dell’epoca intrisi di propaganda. A scandire un po’ la storia c’è la triste vicenda di Ida Dalser e di Benitino, fatti morire in manicomio. Ovadia, oltre a leggere testi, canta: sia le canzoni del regime come ‘Giovinezza’ e ‘Faccetta nera’ sia le canzoni dell’epoca come ‘Pippo non lo sa’, ‘Abat-jour’ e ‘Parlami d’amore Mariù’, accompagnato al piano e al violoncello da Giovanna Famulari. Cerchiamo insomma di ricreare il clima dell’epoca”, spiega il giornalista autore.

A chi gli chiede se gli abbiano creato più nemici il libro e lo spettacolo su Mussolini o l’intervista fatta per il ‘Corriere della Sera‘ a Francesco Totti, Cazzullo conclude: “Direi l’operazione Mussolini, perché vengo coperto di insulti sui social. Al confronto le reazioni all’intervista a Totti sono carezze”.

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Riportiamo l’articolo di Elisa Lugano 7colli.it  non per far pubblicità al giornalista e allo scrittore protagonisti dello spettacolo ma per mettere in evidenza che ancora oggi nel 2022 si pensa solo a denigrare e non a cercare la pacificazione . La guerra è una e le brutture della guerra ci sono da tutte e due le parti . Per una volta cerchiamo di ricordarlo e piangiamo insieme i nostri morti senza distinzioni di appartenenza !

Fondazione Giorgio Almirante ,  Giuliana de’Medici

Il reddito di Pulcinella

Marcello Veneziani  ,  La Verità – 14 settembre 2022

Come chiamare il voto che il sud d’Italia, a partire dalla Campania, si appresta a dare in favore del Movimento 5Stelle in virtù del reddito di cittadinanza? Voto clientelare di scambio. Come ai tempi della peggior Dc e dei suoi peggiori alleati. I clientes, ovvero i beneficiari della legge grillina, voteranno i loro benefattori, non solo e non tanto per gratitudine (nel qual caso, forse, più che a Conte dovrebbero essere grati a Di Maio), quanto per assicurarsi che quel reddito non verrà revocato, come invece minaccia il centro-destra. Voto di scambio non con singoli candidati ma con l’intero partito.
Penoso il sostegno del Pd a quella legge, peraltro varata dal governo grillino-leghista: è l’unica cosa davvero “di sinistra” che sono riusciti a dire, ma non l’hanno fatta loro.
E’ deprimente che il voto sia ancora ridotto come nelle peggiori tradizioni meridionali, e lo dico da meridionale, al favore ricevuto, al reddito parassitario elargito dal potere alla plebe. E’ un’offesa a chi si guadagna duramente da vivere attraverso il lavoro; è un’offesa al merito, agli studi, alle capacità, ai sacrifici; è un’offesa alla dignità umana, a partire da quella dei beneficiati.
Ma in alcune aree del sud, tra la Campania e la Sicilia, a partire da Napoli, i 5S di Conte possono addirittura essere il primo partito grazie al reddito di cittadinanza. Se è vero che, ad esempio, a Napoli, capitale del sud, il 15 per cento dei cittadini percepisce il reddito di cittadinanza, escludendo vecchi e bambini e includendo i congiunti dei beneficiati, un bacino abnorme potrebbe votare i 5 Stelle. Quando alcuni osservatori mesi fa annunciavano la scomparsa dei grillini, facevo osservare che col reddito di cittadinanza si sono assicurati uno zoccolo duro intorno al dieci per cento della popolazione, anche se candidano Pulcinella e sparano le peggiori sciocchezze.
Non a caso, per la prima volta nella storia della Repubblica, fa notare con rammarico Amedeo Laboccetta, la destra non prevede un comizio del suo leader a Napoli, nella capitale del Mezzogiorno. Come mai? Presumo perché Giorgia Meloni si è impegnata ad abolire il reddito di parassitanza, e a Napoli rischierebbe contestazioni veementi di piazza, se non peggio. Lo ha capito bene, da antico piazzista, Berlusconi che infatti non esclude il reddito di cittadinanza.
La cosa più difficile a farsi, in politica, è togliere qualcosa che appare come un diritto acquisito. Meglio pensare soluzioni più realistiche: innanzitutto fare un censimento per stabilire chi sono davvero gli aventi diritto, stringendo le maglie e i requisiti per averlo, con una revisione radicale di tutti i redditi finora percepiti, tra tanti falsi e abusivi fruitori; poi distinguendo tra quanti hanno reale, assoluta necessità e quanti, italiani e stranieri, invece ci marciano. Quindi vagliare se hanno avuto offerte di lavoro e non hanno accettato; poi va ribadita la provvisorietà del sussidio. Va infine studiata la riconversione dei rdc in lavori socialmente utili. Se percepisci un sussidio devi fare qualcosa per guadagnartelo. Ad esempio, come scrissi, riconvertire i fruitori del reddito nell’assistenza agli anziani; non sanitaria, per la quale si richiedono studi ed esperienze, ma per la prima assistenza non specialistica. Giustificherebbe il loro sussidio e aiuterebbe tanti anziani abbandonati a se stessi in casa e in solitudine. La stessa cosa si potrebbe prevedere a sostegno di altre situazioni, per es. baby sitter; o ausiliari dell’ambiente, per la pulizia delle strade. Tutto meno che ricevere gratis un reddito.
E’ vero che in alcuni paesi il reddito di cittadinanza ha funzionato, è stato concepito come un sostegno per il lavoro perduto e per trovarne un altro. Da noi no, purtroppo. Al di là delle inverosimili cifre sparate dai grillini che parlano di centinaia di migliaia di persone che, grazie al reddito, avrebbero trovato lavoro (ma davvero, ma dove, il 24% di giovani disoccupati si riferisce ai marziani?); fino al surreale annuncio che i famigerati navigators, disoccupati che avrebbero dovuto trovare lavoro ad altri disoccupati, avrebbero procurato addirittura 300mila posti di lavoro (lo diceva il vice di Conte, Riccardi, in un dibattito a Post del Tg2). Magari troveranno un Tridico, voluto dai grillini a capo dell’Inps, pronto a dar loro una mano sui dati; ma c’è un limite di evidenza e di decenza che non si può varcare. Provate a vedere a Napoli, capitale del reddito di cittadinanza, se riuscite a trovare una vaga traccia di questa ripresa del lavoro grazie al sussidio di stato…
Si sa, invece, che il reddito ha tolto lavoratori dal mercato del lavoro (magari lavoro sottopagato o malpagato, ne convengo, ma le aziende hanno difficoltà a trovare dipendenti per via del sussidio di stato) o li ha fatti rientrare nel lavoro nero per integrare il reddito percepito dallo stato. Non si può negare lo sfruttamento con salari da fame da parte di alcune imprese né l’effettiva povertà di taluni fruitori. Ma il reddito di cittadinanza non è la soluzione, rinvia il problema, non attiva il mercato del lavoro, non funziona per reintegrare nel lavoro chi lo ha perso, succhia soldi pubblici e sottrae investimenti che potrebbero rilanciare il mondo del lavoro; ed è profondamente immorale, diseducativo, anti-etico.
A questo punto, meglio andare fino in fondo e sostenere paradossalmente, come faceva cent’anni fa il filosofo Giuseppe Rensi nel saggio Contro il lavoro, che gli uomini non devono rivendicare il diritto al lavoro, che è schiavitù e sfruttamento, ma il diritto al non lavoro; perché all’uomo si addice il gioco e la contemplazione. Correggendo l’antico proverbio, il lavoro debilita l’uomo. Asserve e rende infelici. Poi, come possa reggere e campare una società del non lavoro, chiedetelo ai grillini o a Pulcinella.

La Verità – 14 settembre 2022

Il voto è un referendum tra la Meloni e la paura

Marcello Veneziani  , La Verità (4 settembre 2022)

Fra tre domeniche si vota e sono chiari i contorni della sfida e i suoi principali competitori: il vero avversario di Giorgia Meloni, favorita nei sondaggi e nelle piazze, non è Enrico Letta e nemmeno Calenda o Conte, o all’interno del centro-destra Berlusconi o Salvini, ma è la Paura, la Grande Paura. E’ l’unica avversaria che può batterla. Se seguite con attenzione la campagna di orchestrazione generale per fermare la Meloni, alla fine, l’unica, vera antagonista che si contrappone a lei è proprio la Paura. Né ci sono altri candidati premier oltre lei.

Chi è, cos’è la Paura che si oppone alla leader di Fratelli d’Italia? Possiamo intenderla in due sensi, generale e specifico. In senso generale è la Paura indotta dalla situazione e dal temibile autunno che si paventa alle nostre porte: rincari, trambusti, spread e inflazione alle stelle, imprese che chiuderanno, crisi energeticadisoccupati e pensionati sul lastrico; e poi ancora guerra, ancora covid, ancora rischi globali e ambientali. Davanti alla paura, il suggerimento anche nascosto, subliminale, che viene rivolto, è di restare nel guscio, non tentare avventure, non cambiare gli assetti, tenersi stretti i poteri vigenti, attaccarsi a Draghi e alla Regina Madre Mattarella, per non correre rischi letali.

Alla Paura generica e generale, che precede le scelte politiche e non fa nomi né esprime preferenze ma suscita solo apprensioni di massa e angosce paralizzanti, si aggiunge la paura specifica, politica, ad personam per la Meloni fascista, putiniana, trumpiana e orbaniana. Con un aggiornamento: la Meloni non sarà tutto questo ma fa paura affidare una situazione così grave a una mezza pischella d’opposizione senza esperienza; non ha numeri, non ha appoggi, non ha gente qualificata, accettata e adeguata per affrontare la situazione terribile che già si profila in questi giorni. Dunque, anche se dovessero cadere tutte le fasciofobie e le paure preliminari, le barriere ideologiche, le pregiudiziali maschiliste e antifasciste, europeiste e atlantiste, resta pur sempre lei, Calimero, un pulcino spelacchiato e nero, col guscio d’uovo rotto sulla testa al cospetto dei Grandi Problemi della nostra epoca. Si può passare dai draghi fiammeggianti alle piccole mamme militanti della fiamma? Si può davvero credere che lei, così piccola e fragile, sia pronta a governare, come dicono i manifesti?

Perciò al di là di tutta la messa in scena elettorale, il teatrino televisivo, la rappresentazione delle forze in campo, alla fine l’unica carta su cui puntano non solo gli apparati che contano, ma anche gli stessi dem, i terzopolitisti e tutti gli avversari anche nascosti e interni della Meloni, è la Paura. Meglio l’ingovernabilità condivisa che la governabilità chiara con lei alla guida del governo.

Nel nome della paura dovremmo sospendere a tempo indeterminato la politica e la democrazia, la sovranità popolare e nazionale, il ricorso alle urne. Se un paese non è in grado di scegliere i propri governanti ma deve sempre attenersi ai protocolli sanitari d’emergenza e preferire alla scheda elettorale le maniglie antipanico delle vecchie Zie e le mascherine d’obbligo dei tecnici al potere, allora può chiudere i battenti. Basta esprimere il voto, la nostra facoltà di scelta è limitata ai prodotti Amazon. E’ curioso notare che dopo aver ripetuto che il voto populista è un voto infantile mentre volere Draghi significa essere adulti, ora s’inverte il criterio: abbiamo bisogno della patria potestà, rassicurante e protettiva, da soli con Giorgia non ce la facciamo, siamo bambini inermi esposti al pericolo.

Al di là di ogni obiezione, riconosco l’efficacia psicologica e minatoria della Paura come arma elettorale. Se ogni giorno tutti ti dicono che se vince la Meloni ci ritirano il Pnrr e la patente, ci chiudono le porte e i conti, ci fanno schizzare lo spread e l’inflazione e tutto il resto, oltre al fascismo, il razzismo e via dicendo, prima ti arrabbi, protesti, deprechi; ma alla fine, dai e dai, quando fai due conti finali ti dici: ma perché devo rischiare così tanti guai solo per mandare la Meloni o chi per lei a Palazzo Chigi? Meglio tenersi chi abbiamo. La Paura è un concorrente temibile.

Vorrei sommessamente far notare che in questa situazione di pericolo e di guaio non ci ha portati la Meloni, semmai coloro che invochiamo come suoi argini e nostri garanti: erano loro al potere, mica la Meloni.

Aggiungiamo per amor di verità che il successo della Meloni non è dovuto solo alla sua bravura in tv o alla coerenza lineare che ha avuto finora rispetto agli altri leader ondivaghi e agli altri partiti ballerini: ma anche perché lei è l’unica Vergine del Potere, l’unica che è stata sempre Contro, rispetto a tutti gli altri che al governo ci sono andati (lei fu ministro della gioventù da ragazza, ma eravamo nell’era mesozoica di Berlusconi, lei contava poco, non fa testo). Insomma, la gente vota per chi non ha precedenti e non ha mai dato prova di sé, come fu coi grillini, vota per chi non si è mai contaminato col potere; magari appena accadrà, i consensi caleranno anche per lei…

Tutte le riserve e i dubbi sono legittimi sulla Meloni premier, sulla classe dirigente di cui si circonda, sulla tenuta dei suoi alleati, sulle scelte che ha compiuto nelle liste e nei candidati; o sulla linea in politica estera, l’atlantismo filo-Nato, l’eurodraghismo d’asporto o le mille promesse che non potrà mantenere. Tutto ciò che volete, ma dobbiamo riconoscere che giudicare preventivamente l’alternanza o la svolta come una sorta di catastrofe per l’Italia è un modo per uccidere la democrazia e ridurre il libero consenso a impaurito assenso nei confronti dei poteri vigenti, senza possibilità di mutarli. Non si può votare solo per paura. Il referendum tra la Meloni e la Paura peraltro non coinvolge tutti i cittadini; ci sono quelli che non si ritrovano nell’una o nell’altra. Ne riparleremo prossimamente.

 

Destre e governo: se la Fiamma resta alternativa al mondialismo

Massimo Magliaro , ( Barbadillo.it  25 agosto 2022 )

Quello che conta sono le ri-fondamenta di questa Destra, cioè i nuovi ideologi, i nuovi pensatori, i nuovi filosofi ai quali questa Destra restaurata intende attingere

 

Ieri si autoproclamava “democratica”, oggi si autoproclama “conservatrice”. E’ la Destra italiana. 

Prima ancora si chiamava nazionale e sociale e durò mezzo secolo in barba a leggi liberticide, al terrorismo rosso e a quello dei Servizi segreti, a scissioni pilotate, alla asfissiante censura dei giornali ed alla micidiale ostilità delle banche. 

Oggi è una Destra in rifondazione. Fuori mostra il cartello “Lavori in corso”.

Non si tratta della Fiamma. 

La Fiamma è un simbolo e, come tutti i simboli, è amato da chi vi si riconosce e odiato da chi non vi si riconosce. Che dunque gli avversari della Fiamma e della sua Storia chiedano di spegnerla è un loro (sterile) diritto. Sta a chi ne è custode difenderla e tenerla accesa. Se questo non avviene vuol dire che la custodia viene meno. Il che è un problema etico, estetico e politico, perché ogni politica vive di simboli (perfino Di Maio ne ha uno), si riconosce con i simboli, si identifica anche (non solo) nei simboli.

La questione non è Fiamma sì-Fiamma no.

Quello che conta sono le ri-fondamenta di questa Destra, cioè i nuovi ideologi, i nuovi pensatori, i nuovi filosofi ai quali questa Destra restaurata intende attingere. E conta il perché vengono scelti.

Ci ha aiutato il meeting milanese di Fratelli d’Italia di fine aprile. 

Lì c’è stato chi ha definito “filosofi padri” e “pietre miliari” della Destra rifondata, e buona, Friedrich von Hayek e Ludwig von Mises, due austriaci sbarcati, il primo, nel Regno Unito e, il secondo, negli Stati Uniti e diventati capiscuola del nuovo pensiero liberale che si è andato articolando in correnti e controcorrenti (anarcocapitalisti, liberalconservatori, anarcoliberisti, neolibertariani) tutte rigorosamente funzionali al potere mondialista oggi dominante. 

Un fecondo pensatoio che ha rinvigorito l’idea (un po’ vecchiotta) che l’obiettivo principale del pensiero conservatore è la “liberazione dallo Stato”. L’ennesima esaltazione del libero mercato.

Siamo anni luce lontani dal pensiero cui la Destra nazionale e sociale italiana ha attinto e che l’ha caratterizzata come una originale e coraggiosa forza innovatrice sia per le istituzioni sia per l’economia e il lavoro. 

D’un colpo sono spariti Sorel, D’Annunzio, Marinetti, Pareto, Gentile, Rocco, Arias, Carli, Del Vecchio, De Ambris, Manoilescu, von Greene, Blanc, de Saint Simon, Spirito, Fourier, Owen, Proudhon. Sparite con un colpo di bacchetta magica le Encicliche sociali della Chiesa, dalla “Rerum novarum” di Leone XIII alla “Centesimus annus” di Giovanni Paolo II alla “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI, che hanno costantemente ribadito davanti al mondo che carità e verità camminano, insieme, su una strada opposta al relativismo materialista (quindi anche liberale-liberista-libertario) e che quella da perseguire decisamente è l’economia sociale di mercato (non il mercato-padrone dei liberali né lo Stato-padrone dei marxisti). Sparita la via costituzionale per la rappresentanza politica del lavoro. Sparita l’alternativa corporativa alla tecnificazione della politica. Sparito l’autogoverno del mondo produttivo. 

Tutta robaccia, tutte macerie. 

Dico queste cose senza la nostalgia di una Storia cui appartiene, senza se e senza ma, la mia vita. Le dico con grande amarezza per l’oggi e per il domani, per il mio Paese che rischia di sprecare la grande occasione di non affogare nel mondialismo sempre più intollerante con chi dissente, sempre più prepotente con chi si oppone, sempre più liberticida con chi non si uniforma. Un’occasione grande per l’Italia ma anche per l’Europa che ci è sempre piaciuto chiamare Nazione, come ci insegnò Filippo Anfuso, e non Unione, come ci imposero De Gasperi-Schumann-Monnet.

Mi viene in mente una considerazione che Jean-Marie Le Pen ha fatto con me più volte: andare al potere è cosa buona e giusta, ma per che fare?  Per realizzare il tuo programma o quello degli altri? quello per il quale hai raccolto il consenso oppure quello che gli “alleati” ti ingiungono, cortesissimi, di portare a casa, tanto-ormai-sei-arrivato-al-traguardo?  

Gianfranco Fini ci arrivò. Che resta di quella storica “prima volta”? Eppure anche lui ci portò bei nomi.

Ecco, con quei filosofi padri e quelle pietre miliari cui è stata fatta l’apologia a Milano, dove si va, che strada si percorre, dove si arriva? Alla mèta, dirà qualcuno: la tua o la loro?

Assumendo i princìpi di von Hayek e di von Mises cosa si potrà dire a chi, fra qualche mese, dovrà fare i conti con una situazione sociale che si annuncia drammatica come poche nel dopoguerra? Ai giovani, alle giovani famiglie, ai pensionati, ai precari, agli immigrati? Che futuro gli si promette? Con quali sogni? Con quali progetti? Con quali bandiere? Forse col libero mercato? 

E’ questo il traguardo conservatore? 

Nel Regno Unito, ai tempi della Thatcher, ci fu un dibattito assai acceso fra conservatori “classici” e thatcheriani (i liberal-conservatori). 

La spuntò la lady di ferro. La sua esperienza durò un decennio. Si disse sì al nucleare. Si depenalizzò l’aborto. Si mantenne la pena di morte. Venne privatizzata l’industria pubblica più importante. Regnò la deregolamentazione.

Sono ancora modelli?

Con il pensiero di quei “filosofi padri” (padri anche della Thatcher) sì, sono ancora modelli. 

Il 25 settembre gli italiani voteranno anche su questo liberismo d’importazione con cui si vuole rifondare la Destra italiana. Ma a furia di parlare liberale-liberista-libertario ci si troverà a parlare anche atlantista, proprio come predica il Council on Foreign Relations.

Il sol dell’avvenire non sorge più a est, come dicevano gli antenati di Letta, ma ad ovest, come dice Biden. 

Tutto si tiene, diceva Alberto Giovannini.

Gratta il conservatore e trovi il liberale.

Quel che questa Destra rifondata propone è davvero “altro” rispetto a quel che conoscevamo. Ma altro non vuol dire nuovo. Vuol solo dire altro, cioè differente, distinto e distante, estraneo, (forse anche) intruso. 

Non sono nuovi Pera, Tremonti, Nordio, Terzi di Sant’Agata. Sono rispettabilissime persone. Ma sono altro da me e da chi non ha mai spento la Fiamma né lasciato in cantina idee, valori, progetti, suggestioni, memorie che sono stati, tutti insieme, la nostra Storia. Per questa Storia  non furono pochi coloro che ci lasciarono la vita. 

Volevano conservare o volevano cambiare?

Ricordo assai bene il dicembre 1984, quando la sede nazionale del Msi passò da via Quattro Fontane 22 a via della Scrofa 39. 

Fu una festa. 

Adesso è tempo di traslochi.   

C’è chi entra e c’è chi esce.

*Scrittore e giornalista, già portavoce di Giorgio Almirante e direttore di Rai International

@barbadilloit

Giorgia flambé

Marcello Veneziani ,  La Verità (21 agosto 2022)

Dopo la gogna dell’abiura – rinnega il fascismo, sputaci sopra – comincia ora per Giorgia Meloni la gogna della conversione: abbraccia l’antifascismo, bacialo davanti a tutti. Ma se la generazione di Fini crebbe nel Movimento Sociale Italiano nel ricordo del fascismo, la Meloni crebbe in Alleanza Nazionale nel ricordo dell’Msi. Il fascismo era per lei un nonno remoto. La fiamma a cui Fratelli d’Italia resta legata evoca per lei il Msi, non il fascismo: è il ricordo di un partito d’eterna minoranza e opposizione di cui si può non condividere nulla, e magari felicitarsi che non andò mai al potere; ma non ebbe scheletri nell’armadio e fu figlio minore di questa repubblica.

La fiamma, la falce e martello, il sol dell’avvenire, lo scudo crociato e gli altri simboli politici furono simboli di riscatto popolare e di passione ideale e civile e restano segni di memoria storica. I simboli sono le stimmate di un’epoca in cui la politica era una fede e non solo una carriera; una cosa seria, anche troppo.

Il Msi non fu un partito di governo, non fece la storia, si limitò a ricordare quella precedente; fu un partito anti-sistema ma inserito in Parlamento, mai eversivo. Oggi ci manca qualcosa che ci leghi a una storia e a un mito.

Il Msi era un partito anomalo, fuori dall’arco costituzionale, la fiamma ebbe “poco da ardere, visse al cinque per cento”, parafrasando una poesia di Montale. Fu l’unico partito che volle chiamarsi movimento, che rifiutò lo status di partito, anche se in tutto e per tutto lo fu. Fu il primo partito che tuonò contro la partitocrazia, portando nell’arena politica la definizione prima usata dai politologi. Fu il primo partito che attaccò la corruzione, le tangenti, la lottizzazione, si oppose alle regioni e pose la questione morale prima di Berlinguer. Fu il primo partito che invocò la riforma costituzionale in senso presidenziale; prima l’avevano proposta gruppi e personalità come Pacciardi o Europa 70. Il Msi fu un partito popolare, interclassista, proletario e borghese. Cattolico ghibellino. Gente onesta, per bene, che militava contro i propri interessi. Fu il partito del tricolore in piazza, dell’identità sbandierata, l’unico partito nazional-europeo (l’Europa-Nazione, dicevano) che in modo sfacciato, a volte retorico, coltivò l’amor patrio. Il Msi fu il partito della continuità storica: mentre tutti ribadivano la discontinuità col Ventennio, il Msi rivendicava una linea di continuità nazionale, dal Risorgimento alla Grande guerra e al fascismo, inclusa la Rsi. Prevalse nel Msi la linea filo-atlantica nel nome dell’anticomunismo; Almirante candidò pure l’Ammiraglio Birindelli, comandante della Nato (la Meloni è nel solco missino).

Il Msi rappresentò l’emisfero in ombra della Repubblica italiana, la faccia nascosta ma pulita, il desiderio represso, la nostalgia proibita. Non fu il partito dei violenti, alcune frange non possono offuscare la storia di un partito che ebbe più vittime che aggressori con una trentina di caduti; anzi ebbe il merito di incanalare dentro la politica, dentro il parlamento e le istituzioni, l’esuberanza estremista e la tentazione golpista che allora attraversava mezza Italia. Prima con don Sturzo poi anni dopo con Tambroni si profilò per il Msi l’inserimento nell’area di governo, nella prospettiva di un centro-destra; ma fu impedita dalla mobilitazione di poteri e di piazze. Quando ebbe l’exploit con la Destra nazionale nel 70-72 attirò monarchici, liberali, dc e pure partigiani e antifascisti, sull’onda della maggioranza silenziosa, ma fu ricacciato nel ghetto più di prima, peggio di prima; era meno fascista ma più ingombrante. Con la scissione di Democrazia nazionale, i due terzi della miglior classe dirigente lasciarono il Msi. Ma ebbe ragione Almirante, fu una scissione di vertice; il popolo missino restò con la fiamma tricolore. Lo “sdoganamento” del Msi avvenne in tre fasi nel decennio 83-93. Il primo fu con Craxi che ricevette Almirante e poi Fini. Poi fu il Capo dello Stato Cossiga ad aprire ai missini postalmirantiani. Infine col sistema elettorale bipolare e il pronunciamento di Berlusconi in favore di Fini candidato sindaco a Roma, completò lo sdoganamento a livello politico, da cui nacque il centro-destra. A livello elettorale però i cittadini avevano già sdoganato il Msi, tributando vasti consensi. Ma il Msi non fu mai sdoganato a livello culturale.

Quando chiuse i battenti, la sua eutanasia apparve a taluni militanti un tradimento. A Fiuggi il Msi fu espulso per un calcolo politico come un calcolo renale… Si doveva elaborare il passaggio, prepararlo e compensarlo con la nascita di una Fondazione che potesse conservare e coltivare il cuore fiammeggiante della memoria storica, liberando la politica dal passato. Il Msi era un partito fondato sull’etica della fedeltà e il valore storico della testimonianza. A conti fatti, facendo il magro bilancio del ventennio di An, si può dire che oggi è più viva l’eredità del Msi che quella di An. Assurdo sarebbe però invocare una rifondazione missina oggi. Aver nostalgia di un partito nostalgico significa patire un nostalgismo al quadrato.È bene coltivare la memoria storica, avere esempi e ricordi per un’autobiografia collettiva ma la nostalgia non è, non può essere, una linea politica. Il Msi ebbe anche iscritti speciali, come il giovane Paolo Borsellino o il filosofo gentiliano Andrea Emo, uno dei più grandi pensatori del nostro novecento scoperto solo dopo la sua morte. Ricordo con affetto tra quelli che ho conosciuto alcuni esponenti di spicco del Msi come Beppe Niccolai, Mimmo Mennitti e Pino Rauti, Pinuccio Tatarella e Nino Tripodi, Franco Servello e Marzio Tremaglia, oltre naturalmente i leader, da Almirante a Romualdi. E quel fervore, quel clima, quell’entusiasmo di poter cambiare il mondo e salvare l’Italia. Era una battaglia virtuale, magari virtuosa, ma destinata alla nobile sconfitta. Quella fiamma accese gli animi ma non bruciò nessun nemico, nessun palazzo e nessuna costituzione.

Lettera a un elettore che si sente tradito

Marcello Veneziani  La Verità (5 agosto 2022)

Caro Andrea, non sei il solo ad aver scritto dopo il mio invito a preferire nel voto il centro-destra ma senza farsi alcuna illusione. Alcuni hanno criticato la freddezza dell’appello, l’assenza di fiducia e di entusiasmo; altri, diciamo i più, hanno criticato all’opposto l’idea di sostenere leader e partiti che li hanno già delusi profondamente e non vogliono turarsi il naso e scegliere il male minore. Tu sei tra questi e le ragioni del tradimento che denunciate sono ormai note: in tema di vaccini e green pass, in tema di guerra e allineamento alla Nato, in tema di annacquamento e genuflessione ai poteri, in tema di storia, fascismo, inciuci e si potrebbe continuare.

Non entrerò nel merito dei temi sollevati, e su molti di questi ho già espresso dissensi piuttosto chiari. Ma il tema è più generale, non riguarda le singole questioni ma l’attitudine, la predisposizione con cui si affrontano le situazioni. Diciamo subito una cosa: se la Meloni, o per altri versi Salvini, avesse tenuto fede alla linea che tu, voi, gli attribuite o chiedete di seguire, avrebbe salvaguardato appieno la sua coerenza ma avrebbe probabilmente la metà dei consensi e nessuna possibilità di governare. I poteri non scherzano, e mai acconsentiranno ad avere un governo in rotta radicale con le loro linee di fondo. Non facciamoci illusioni. Certo, ci sono compromessi e compromessi, al ribasso o di alto profilo, lucidi o codardi. Ma i compromessi sono necessari, mettiamocelo in testa. Altrimenti non resta che la rivoluzione; impraticabile, inconcepibile e con esiti rovinosi.

Dalla politica dovete decidervi cosa volete: testimonianza o governo. Se deve solo testimoniare un’idea, un programma di propositi, una ferrea coerenza, allora mettetevi l’anima in pace, non avrà mai la possibilità di governare. Opposizione in eterno. A voler trovare un precedente, pensate alla storia del Msi, quasi mezzo secolo all’opposizione; pura testimonianza, senza mai possibilità di governare o allargare i consensi. Se pensate invece che compito del politico non sia quello di testimoniare ma di governare, allora la strada purtroppo è quell’altra e passa dai compromessi, le ibridazioni, le alleanze. E se tutto ciò non vi piace, statevene alla larga, come faccio io.

Non si tratta di essere idealisti o cinici, votarsi alla testimonianza o alla carriera. Il discorso è più complicato. Per cominciare c’è pure chi campa sugli idealisti, mette a profitto la voglia altrui di testimonianza e magari costruisce la propria carriera politica sulla dedizione e l’idealismo di chi li vota. Così come chi vuole incidere nella realtà e provare a governare e a cambiare quel che c’è da cambiare, può scegliere di farlo cancellando totalmente gli ideali da cui era partito e votarsi cinicamente al potere. O invece può tentare di calare gli ideali nella realtà, cercare di renderli compatibili, accettare un tasso di rinunce, cedimenti e compromessi per salvare però alcune posizioni considerate non negoziabili, i punti fermi. C’è pure un’etica nei compromessi e un’etica del governare, ed è nel rapporto che si riesce a stabilire tra la realtà e le aspirazioni, tra le promesse e le realizzazioni, tra i valori e l’agire efficace. E questo è commisurato non solo alla volontà e alle buone intenzioni ma anche alla forza che si dispone per imporre o affermare le proprie istanze. Più si è forti e meno si cede ai compromessi. Dura legge della politica e dei rapporti di potere, che sono sempre rapporti di potenza.

Voi pensate davvero che chi non si piega a questi compromessi abbia poi la forza per imporre la sua linea a un establishment così vasto, ostile e potente, interno e internazionale? Tenteranno di farli fuori, con ogni mezzo, prima che arrivino al governo. Poi tenteranno di pressarli, minacciarli, condizionarli per renderli docili e dunque disposti a cedere e a farsi guidare; o renderli impotenti, cioè privati della forza per sostenere le loro linee. In ogni caso proveranno a devitalizzarli, a anestetizzarli. Se non lo sono già…

Immaginate davvero possibile andare al governo e criticare la Nato, gli Usa, l’Ue, la Bce e le sedi dei poteri che contano? Immaginate davvero possibile che si possano sostenere stando al governo, questioni di principio e di identità su alcuni nodi storici, civili, sociali, giuridici? Pensate davvero che si possa cambiare, svoltare, fare gli spavaldi, sottrarsi agli obblighi e agli inchini o non piuttosto ingoiare bocconi, alzare la zampa quando lo dicono i domatori? No, non è possibile, ci vorrebbero giganti. Personalmente smisi di pensarlo già a diciott’anni. E smisi di puntare sulla politica o riporvi grandi aspettative.

Si tratta di accontentarsi di molto meno, non dico niente, ma poco. Accontentarsi di non avere ancora gli stessi di ora a comandare, almeno non tutti gli stessi. Già rimuovere dem, sinistre e grillini dal potere sarebbe un gran risultato. Già vedere i loro adulatori e vassalli con la coda tra le gambe sarebbe una bella soddisfazione. Di più non si può pretendere da un voto adulto, maturo.

Chi ama testimoniare la fedeltà e la coerenza non deve rivolgersi alla politica; può coltivare quei principi nel foro interiore o tra selezionate e ristrette comunità, cenacoli e tribune, oltre che in letteratura e nel mito. Ma non si illuda che ciò possa avvenire in politica: anche cambiando continuamente vettori, passando di illusione in delusione, non arriverete mai a trovare il Leader o il Partito Ideale che vince le competizioni politiche e va a governare mantenendo illibata la sua purezza. I puri restano tali se perdono o non esercitano; vincendo e praticando perdono la purezza. Se tutto questo non vi piace, ripeto, state alla larga dalla politica. O se siete realisti, abbiate minimi contatti con la politica. Lo stretto necessario, poche aspettative e minime pretese.

 

Con che spirito andremo al voto

Marcello Veneziani   La Verità (27 luglio 2022)

Con che spirito affrontare questi due mesi di campagna elettorale e poi il voto? Gli entusiasti non hanno dubbi e per loro sarà facile schierarsi. Beati loro. Ma per i disincantati, quelli che ne hanno viste troppe, quelli che hanno uso di mondo, esperienza di uomini e situazioni, e sanno come va a finire, si tratta di mettere a freno il proprio scetticismo e provare a ragionare, cercando di trovare motivi in positivo.
Sul piano generale, il tema preliminare che si propone è triplice. Riportare la politica alla guida dei governi. Riportare i governi alla guida di stati sovrani. Riportare il popolo sovrano alla guida della politica. Queste premesse generali già dicono quali sono i pericoli da sventare col voto: i commissari straordinari che diventano ordinari e restano a tempo indeterminato; la sottomissione degli stati sovrani alle oligarchie transnazionali e ai loro interessi; la nascita di governi su mandato delle oligarchie (la cupola) e non dalla volontà liberamente espressa dai cittadini sovrani e degli interessi popolari.
Sul piano pratico e specifico, questa premessa generale si traduce in precise conseguenze: priorità assoluta è avere finalmente un governo che non sia guidato, determinato e influenzato dal Partito Democratico, che finora è stato l’asse di tutti i governi che non sono nati dal popolo, sorti nel nome dell’emergenza. Riportare finalmente il Partito Dragocratico, in sigla PD, fuori dal potere, se il verdetto elettorale lo indica in modo chiaro e netto; e con loro tutti i loro alleati, ascari, dependance e periferiche.
Seconda condizione per restituire dignità alla politica è liberarsi dei grillini che sono stati il punto più basso e indecente dell’antipolitica che si è fatta potere; grillini, ex-grillini, contorsionisti e trasformisti, dilettanti e invasati. Hanno fatto danni con la loro azione politica e le loro leggi; e, come ulteriore danno, hanno fatto rimpiangere la prima repubblica, rivalutando i vecchi partiti, e sono riusciti a rendere inaccettabile il populismo.
Da queste premesse derivano scelte di voto ben chiare. In un sistema bipolare rispetto a questi mali maggiori, il centro-destra è da considerarsi quantomeno il male minore. Non aspettarsi nulla da loro, non pensare che possano cambiare davvero le cose. Votare dunque per schivare o per schifare il peggio. Ma senza riporre speranze o fiducia nel centro-destra.
Per quel che ci riguarda, come sapete, non abbiamo risparmiato critiche anche severe ai singoli leader del centro-destra e alla coalizione intero. Personalmente mi sforzerò in questi due mesi di restare in apnea fino alle votazioni; di non prendermela col centro-destra, coi loro leader, candidati e classi dirigenti, con la loro credibilità e affidabilità. Saranno già massacrati dalla Grande Macchina del Potere in tutte le sue ramificazioni, e non ci aggiungeremo noi ad aggravare la pena. Anzi la campagna di linciaggio, già partita, accenderà la voglia di difenderli e di combattere la piovra scatenata dai cento tentacoli. Sarà prioritario buttar fuori dal potere i Dem, la cupola dei poteri cresciuta intorno a loro, più la galassia di alleati, complici, derivati annidati nei governi, nelle istituzioni, nella cultura, nell’informazione, nell’intrattenimento, nei poteri diffusi, nella magistratura e in tanti altri ambiti. E lo sciame di leggi che vorrebbero introdurre per snaturare definitivamente la nostra società. È triste votare contro, anziché a favore, benché il voto contro sia stata la molla prioritaria della politica in Italia, tra antifascismo e anticomunismo, antiberlusconismo e ora antisovranismo. Ma la spinta originaria della politica, lo insegnava Carl Schmitt sulla scia di Hobbes e Machiavelli, è il conflitto, le alleanze che si costituiscono per fronteggiare il Nemico.
Più facile sarebbe stato incoraggiare l’astensionismo, chiamare fuori e tirarsi fuori. E facile sarebbe sostenere piccole formazioni più radicali che raccolgono gli scontenti della destra, della lega, dei grillini: ma è una legge inevitabile della politica che la loro intransigenza è direttamente commisurata al momento nascente di opposizione radicale. Finché sono irrilevanti fanno la voce grossa. Se dovessero avere i numeri per diventare forza di governo, oltre a mostrarsi anche loro inadeguati, ripercorrerebbero gli stessi “tradimenti” che attualmente denunciano delle forze “vendute” al sistema.
Con ogni probabilità quelli del centro-destra cederanno su molte cose per sopravvivere, su alcune saranno inefficaci o intimiditi; alcuni si venderanno alla Cupola, se già non è successo. Ma lasciando il passo ai loro avversari, avremo non la probabilità ma la certezza che le priorità del Paese reale verranno calpestate. E dunque dovendo scegliere tra i nemici virulenti e gli inefficaci difensori, obtorto collo, preferiremo comunque, per realismo, i secondi. È ben chiaro che una scelta di questo genere è a sangue freddo, turandosi naso orecchie e gola, e talvolta anche tappandosi la vista. Condivido quasi tutte le critiche attualmente rivolte ai tribuni del centro-destra; le ho espresse fino all’altro giorno. Ma l’idea di battere o arginare un potere soffocante e avverso, all’insegna del politically correct e dei dettami della Cappa, è impellente e non consente diversioni e defezioni. Un atteggiamento del genere è distaccato e disincantato, ma non va incontro a delusioni perché non abbraccia illusioni. Una cosa sola vi chiedo: accogliete o respingete questo ragionamento ma non siate malpensanti. Possiamo sbagliarci ma non abbiamo mai sostenuto tesi per trarne personale profitto e non lo faremo certo ora, in età grave.
Altri invece, gli entusiasti, avrebbero preferito un fervorino per l’ordalia, un appello euforico alle armi. Vi capisco, ma non è il caso. Abbiamo i piedi per terra e ci limitiamo solo a opporci a chi ci mette i piedi in testa e ci vuole sotto terra.

Il Centrodestra non si crei problemi da solo: altro che premiership

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Non c’è dubbio che il Centrodestra avrà un po’ di problemi in campagna elettorale, a partire da un’offensiva disgustosa della sinistra. I toni sono già enormemente gravi, Letta e soci li alzano perché non altro da dire agli italiani.

Della Meloni dicono ormai di tutto, Berlusconi lo dipingono – davvero volgarmente – come “la ruota di scorta di Salvini” e di quest’ultimo non ne parliamo che ci è abituato. A sinistra non cambiano mai.

I problemi del Centrodestra servono alla sinistra

L’ultima cosa che deve fare il Centrodestra è caricarsi problemi propri. Ma a che serve insistere sulla premiership: a me sembra evidente che se davvero la Meloni prende più voti andrà a Palazzo Chigi. E immagino che Salvini tornerà al Viminale. Difficile che la sinistra sia contenta.

Può succedere anche il contrario: se Salvini arriva prima toccherà a lui. Ma a che serve discuterne ora? Se hai voti hai anche parlamentari. (E a proposito, ha poco senso pretendere il 50 per cento dei collegi: serve solo a demotivare parlamentari e partiti, un autogol).

Ha detto ancora ieri Salvini: “Lasciamo a sinistra litigi e divisioni: per quanto ci riguarda, siamo pronti a ragionare con gli alleati sul programma di governo partendo da tasse, lavoro, immigrazione e ambiente. Chi avrà un voto in più, avrà l’onore e l’onere di indicare il premier”. Più di questo che deve dire per rassicurare la leader di Fdi?

Pensare al programma per il futuro degli italiani

Pensate al programma, agli impegni sulle cose da fare per l’Italia e non alla prima poltrona della politica. Rassicurare e non spaventare, non è un assalto alla cittadella del potere.

E siccome credo di conoscere la Meloni molto bene, non ce la vedo proprio come ossessionata da Palazzo Chigi. Se ci andrà sono certo che sarà all’altezza del compito. Ma ora vi dispiace andare a prendere voti anziché ammirare i sondaggi?