Donna Assunta, la Regina Vedova

Assunta Almirante restò missina fiammante per tutta la vita. Anche se per lei il Movimento Sociale Italiano era il nome d’arte del suo grande amore, Giorgio Almirante, di cui lei era stata la grande fiamma e poi sua moglie. Donna Assunta era fiammeggiante nel temperamento, scoppiettante nel carattere e leggermente ustionante nel parlare, con lieve inflessione calabrese, nei colori vivaci a cui l’associo (me la ricordo come un quadro di Andy Warhol). Restò per la destra postfascista la Custode inflessibile del Fuoco di Vesta della Fiamma missina.

Donna Assunta ha resistito al 25 aprile ed è morta alle prime ore di ieri; aveva già compiuto cento anni, ai nostalgici piacerà ricordare che è morta nel centenario della Marcia su Roma. Ma Donna Assunta era diventata dopo la morte di Almirante, un personaggio di prima fila nella vita pubblica italiana. Dico prima fila non a caso perché avrò visto Donna Assunta in prima fila in eventi politici, spettacolari, teatrali, mondani e istituzionali almeno trecento volte. Non poteva mancare, a volte la sua presenza sanciva l’importanza dell’evento. E tra le tante sue prime file me ne ricordo una. Ero sul palco per un mio “comizio d’amore all’Italia” e in un video che lo accompagnava, con la colonna sonora Ritornerai di Bruno Lauzi, apparve il volto di Almirante in comizio. Lei sbarrò gli occhi, ebbe un sussulto e disse alzando le braccia “Madonna mia”. La sua spontaneità espansiva, la sua mimica, la sua gestualità, raccontavano il personaggio. Anche quando era in platea era sul palcoscenico.

Donna Assunta diventò una celebrità dopo la scomparsa di Almirante. Fu vista di volta in volta come la Regina Madre, la Vedova Indomita, la Suocera della destra nazionale, la Maestra di catechismo almirantiano, la Madonna pellegrina della Missineria Impenitente; ma restò soprattutto la combattiva signora senza peli sulla lingua che non risparmiava nessuno. Piaceva a destra ma non dispiaceva affatto a sinistra, e lei sapeva essere ammiccante anche con loro. Raccontò di molti incontri tra Almirante e Berlinguer, forse più di quelli realmente accaduti e cavalcò l’onda del paragone tra i giganti gloriosi del passato e i nani infami del presente. Strapazzava i missini, poi aennini, poi fratellini, senza riguardi, ma loro devotamente pendevano dal suo rossetto. Trattava anche maturi ultrasessantenni come ragazzini. Picchiò duro su Fini dopo il suo “tradimento” e su tutti i colonnelli, a turno o insieme. Ricordo sue telefonate interminabili e appassionate su di loro, sulla Fondazione, magari in seguito a miei scritti. Negli ultimi tempi ricordo pure qualche piccola confusione: come quando disse che Almirante, sdegnato per come avevano trattato Craxi, andò a trovarlo nel suo esilio di Hammamet. Ma Almirante era morto cinque anni prima. In realtà lei proiettava su Almirante, sentendosi la sua propaggine, la sua simpatia per Craxi. Ma, salvo qualche defaillance, la lucidità l’accompagnò nella lunga vecchiaia e nei 34 anni di onorata vedovanza.

Qualcuno le attribuì la colpa di aver suggerito lei ad Almirante di nominare Fini, e pure lei alla fine ci credette. Ma la scelta di Almirante fu dettata da due ragioni politiche comprensibili: Fini consentiva il salto generazionale postfascista ed era un leader adatto per un partito fondato sui comizi e l’oratoria. Gli altri notabili missini erano poco più giovani di Almirante se non più vecchi (come Pino Romualdi), non avevano capacità oratorie e televisive o esprimevano una linea di opposizione ad Almirante, per giunta con un’indole meno “politica” (come Pino Rauti o Beppe Niccolai). Lei magari aveva espresso un parere favorevole sul giovanotto Fini ma non è sensato pensare che Almirante, che considerava il Msi come la sua vita, decidesse di scegliere il suo successore su consiglio muliebre, seppure della sua sveglia consorte.

Donna Assunta, al secolo Raffaela Stramandinoli, non volle mai scendere in politica e godere del voto riflesso, in memoria di Almirante; preferì esserne la custode e la vestale, arrivando perfino a parlare in suo nome (“Giorgio non l’avrebbe mai fatto”). Donna Assunta fu l’esempio di come una donna possa essere rispettata e perfino temuta, pur non essendo femminista né disponendo di alcun potere. Gestì con salda e signorile noncuranza le voci sull’infedeltà di suo marito, ritenendole parentesi passeggere e irrilevanti, perché sapeva di essere lei saldamente al centro della sua vita affettiva e privata. La chiamavano tutti Donna Assunta, ma quel Donna stava anche nel significato classico di Domina.

Con lei ho avuto un rapporto affettuoso e un po’ omertoso: non ebbi mai il coraggio di dirle il mio dissenso da Almirante, né mai le raccontai uno scambio epistolare polemico con lui con sgradevoli conseguenze. Ma non volli mai rivangare con lei quei dissapori; il tempo è gran signore e i signori dimenticano, soprattutto per non dispiacere le signore.

Negli anni scorsi Donna Assunta restò imbottigliata nel traffico stradale: mi riferisco alle vie che si volevano intitolare ad Almirante in tutta Italia o che si voleva impedire di farlo, quelle che furono negate o cancellate appena cambiò la giunta dei comuni. Donna Assunta fu tirata di qua e di là per esprimere pareri, giudizi, plausi e condanne, ma mantenne gelosamente la sua dignitosa indipendenza. Paradosso vuole che oggi sarebbe più facile dedicare una via a lei, Donna Assunta, che a suo marito. Sarebbe per lei una trionfale, postuma sconfitta.

Marcello Veneziani

La Verità, 27 aprile 2022

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