Il voto è un referendum tra la Meloni e la paura

Marcello Veneziani  , La Verità (4 settembre 2022)

Fra tre domeniche si vota e sono chiari i contorni della sfida e i suoi principali competitori: il vero avversario di Giorgia Meloni, favorita nei sondaggi e nelle piazze, non è Enrico Letta e nemmeno Calenda o Conte, o all’interno del centro-destra Berlusconi o Salvini, ma è la Paura, la Grande Paura. E’ l’unica avversaria che può batterla. Se seguite con attenzione la campagna di orchestrazione generale per fermare la Meloni, alla fine, l’unica, vera antagonista che si contrappone a lei è proprio la Paura. Né ci sono altri candidati premier oltre lei.

Chi è, cos’è la Paura che si oppone alla leader di Fratelli d’Italia? Possiamo intenderla in due sensi, generale e specifico. In senso generale è la Paura indotta dalla situazione e dal temibile autunno che si paventa alle nostre porte: rincari, trambusti, spread e inflazione alle stelle, imprese che chiuderanno, crisi energeticadisoccupati e pensionati sul lastrico; e poi ancora guerra, ancora covid, ancora rischi globali e ambientali. Davanti alla paura, il suggerimento anche nascosto, subliminale, che viene rivolto, è di restare nel guscio, non tentare avventure, non cambiare gli assetti, tenersi stretti i poteri vigenti, attaccarsi a Draghi e alla Regina Madre Mattarella, per non correre rischi letali.

Alla Paura generica e generale, che precede le scelte politiche e non fa nomi né esprime preferenze ma suscita solo apprensioni di massa e angosce paralizzanti, si aggiunge la paura specifica, politica, ad personam per la Meloni fascista, putiniana, trumpiana e orbaniana. Con un aggiornamento: la Meloni non sarà tutto questo ma fa paura affidare una situazione così grave a una mezza pischella d’opposizione senza esperienza; non ha numeri, non ha appoggi, non ha gente qualificata, accettata e adeguata per affrontare la situazione terribile che già si profila in questi giorni. Dunque, anche se dovessero cadere tutte le fasciofobie e le paure preliminari, le barriere ideologiche, le pregiudiziali maschiliste e antifasciste, europeiste e atlantiste, resta pur sempre lei, Calimero, un pulcino spelacchiato e nero, col guscio d’uovo rotto sulla testa al cospetto dei Grandi Problemi della nostra epoca. Si può passare dai draghi fiammeggianti alle piccole mamme militanti della fiamma? Si può davvero credere che lei, così piccola e fragile, sia pronta a governare, come dicono i manifesti?

Perciò al di là di tutta la messa in scena elettorale, il teatrino televisivo, la rappresentazione delle forze in campo, alla fine l’unica carta su cui puntano non solo gli apparati che contano, ma anche gli stessi dem, i terzopolitisti e tutti gli avversari anche nascosti e interni della Meloni, è la Paura. Meglio l’ingovernabilità condivisa che la governabilità chiara con lei alla guida del governo.

Nel nome della paura dovremmo sospendere a tempo indeterminato la politica e la democrazia, la sovranità popolare e nazionale, il ricorso alle urne. Se un paese non è in grado di scegliere i propri governanti ma deve sempre attenersi ai protocolli sanitari d’emergenza e preferire alla scheda elettorale le maniglie antipanico delle vecchie Zie e le mascherine d’obbligo dei tecnici al potere, allora può chiudere i battenti. Basta esprimere il voto, la nostra facoltà di scelta è limitata ai prodotti Amazon. E’ curioso notare che dopo aver ripetuto che il voto populista è un voto infantile mentre volere Draghi significa essere adulti, ora s’inverte il criterio: abbiamo bisogno della patria potestà, rassicurante e protettiva, da soli con Giorgia non ce la facciamo, siamo bambini inermi esposti al pericolo.

Al di là di ogni obiezione, riconosco l’efficacia psicologica e minatoria della Paura come arma elettorale. Se ogni giorno tutti ti dicono che se vince la Meloni ci ritirano il Pnrr e la patente, ci chiudono le porte e i conti, ci fanno schizzare lo spread e l’inflazione e tutto il resto, oltre al fascismo, il razzismo e via dicendo, prima ti arrabbi, protesti, deprechi; ma alla fine, dai e dai, quando fai due conti finali ti dici: ma perché devo rischiare così tanti guai solo per mandare la Meloni o chi per lei a Palazzo Chigi? Meglio tenersi chi abbiamo. La Paura è un concorrente temibile.

Vorrei sommessamente far notare che in questa situazione di pericolo e di guaio non ci ha portati la Meloni, semmai coloro che invochiamo come suoi argini e nostri garanti: erano loro al potere, mica la Meloni.

Aggiungiamo per amor di verità che il successo della Meloni non è dovuto solo alla sua bravura in tv o alla coerenza lineare che ha avuto finora rispetto agli altri leader ondivaghi e agli altri partiti ballerini: ma anche perché lei è l’unica Vergine del Potere, l’unica che è stata sempre Contro, rispetto a tutti gli altri che al governo ci sono andati (lei fu ministro della gioventù da ragazza, ma eravamo nell’era mesozoica di Berlusconi, lei contava poco, non fa testo). Insomma, la gente vota per chi non ha precedenti e non ha mai dato prova di sé, come fu coi grillini, vota per chi non si è mai contaminato col potere; magari appena accadrà, i consensi caleranno anche per lei…

Tutte le riserve e i dubbi sono legittimi sulla Meloni premier, sulla classe dirigente di cui si circonda, sulla tenuta dei suoi alleati, sulle scelte che ha compiuto nelle liste e nei candidati; o sulla linea in politica estera, l’atlantismo filo-Nato, l’eurodraghismo d’asporto o le mille promesse che non potrà mantenere. Tutto ciò che volete, ma dobbiamo riconoscere che giudicare preventivamente l’alternanza o la svolta come una sorta di catastrofe per l’Italia è un modo per uccidere la democrazia e ridurre il libero consenso a impaurito assenso nei confronti dei poteri vigenti, senza possibilità di mutarli. Non si può votare solo per paura. Il referendum tra la Meloni e la Paura peraltro non coinvolge tutti i cittadini; ci sono quelli che non si ritrovano nell’una o nell’altra. Ne riparleremo prossimamente.

 

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