Close

Seduta del 14 luglio 1960

La violenza di piazza contro l’autorità dello Stato. 1960 vince il terrore scatenato dai socialcomunisti nelle strade di Genova (e in altre città) che colgono a pretesto la celebrazione del congresso del Msi in quella città. Nel mirino è il governo Tambroni, che ha l’appoggio esterno missino. Il 14 luglio si tiene alla Camera un’infuocata seduta, oggetto le interpellanze e le interrogazioni sui fatti di Genova. Cinque giorni più tardi Tambroni salirà le scale del Quirinale per rassegnare le dimissioni. Almirante riflette ad alta voce sulla situazione politica che si è venuta a creare nel Paese.

Genova ’60, la piazza

contro lo Stato

ALMIRANTE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, per quanto riguarda la risposta data dal signor Presidente del Consiglio a quella parte dell’interpellanza illustrata ieri dal nostro capogruppo onorevole Roberti circa gli incidenti di Genova, le nostre valutazioni in merito e le nostre richieste di precisazioni, diamo atto al Presidente del Consiglio delle risposte e dei chiarimenti che ci ha dato e che ha offerto alla conoscenza e alla valutazione di tutto il Parlamento, e manteniamo ferme talune nostre riserve che l’onorevole Roberti ha espresso molto chiaramente circa il comportamento tenuto in quella occasione, a tutela dell’ordine, della libertà e della incolumità dei cittadini, sia dalle autorità centrali sia dalle autorità periferiche.

Quanto al merito della situazione politica, mi sia consentito di fare molto brevemente e molto serenamente alcune considerazioni.

Abbiamo ascoltato da parte dell’onorevole Pajetta, con gli stessi accenti (e non c’è da stupirsene) adoperati prima dall’onorevole Nenni e subito dopo (e non c’è ancora da stupirsene, per la esagitazione psicologica del personaggio, che è tipico per simili sbalzi di umore) dall’onorevole Saragat, perentori inviti al Governo affinché si dimetta. Abbiamo anche udito i sostenitori di questa tesi avanzare tale richiesta in forma addirittura ultimativa (l’onorevole Nenni, se non sbaglio, ha concesso 24 ore al Governo), e dire che tale richiesta sarebbe conforme al rispetto che è dovuto al Parlamento. Consentite a me, ultimo tra gli allievi di vita parlamentare, però allievo vostro da 12 anni, qualche modesto rilievo al riguardo.

L’onorevole Nenni ha detto oggi (lo aveva detto anche l’altro giorno) che attraverso una discussione di interpellanze in pratica si era introdotta una discussione sulla sfiducia al Governo. Io non credo sia stato corretto, leale, coraggioso adottare questo metodo. Credo che sia stato atto di grande riguardo nei confronti del Parlamento quello che il Governo e tutti i colleghi della maggioranza hanno compiuto, perché avrebbero tutti potuto chiedere alla Presidenza di negare l’accettazione di tali interpellanze, che hanno introdotto una discussione sulla sfiducia senza che i vari gruppi politici si assumessero le responsabilità connesse a tale discussione. V’è una seconda considerazione da fare e che concerne l’inizio singolare, sintomatico, della seduta di oggi. Non so se gli onorevoli colleghi lo hanno notato. Prima che il Presidente del Consiglio prendesse la parola, il Presidente della Camera ha dato annuncio dell’esito di una votazione. Era una votazione a scrutinio segreto su un bilancio non di secondaria importanza, il bilancio dell’agricoltura. Vogliamo rileggere quei dati perché attraverso essi si è espressa, io credo, la libera coscienza dei deputati di tutti i settori. I dati sono: 519presenti e votanti, maggioranza richiesta 260, voti favorevoli 295, voti contrari 224. Ciò significa che in questa votazione su un bilancio, come, lo sapete benissimo, in tutte le precedenti votazioni sui bilanci di alta importanza, comunque i bilanci dello Stato (ed io penso che una delle fondamentali funzioni del Parlamento sia esattamente questa: approvare o disapprovare, comunque valutare nella discussione e nel voto i bilanci dello Stato), la maggioranza che, per appello nominale, nascendo codesto Governo in questo ramo del Parlamento, era stata risicatissima, è aumentata fino a raggiungere, in questo caso, il margine di differenza tra i voti favorevoli e i voti contrari di oltre 70 voti, e cioè il margine di maggioranza di 35 voti,se non erro. Il che significa, onorevoli colleghi di tutte le parti, delle due l’una: o taluni partiti e taluni gruppi parlamentari a scrutinio segreto nei confronti di questo Governo, anche in questo momento, anche oggi, assumono un atteggiamento diverso dall’atteggiamento che assumono palesemente con i dissensi, con le interruzioni, con le intimazioni; o esistono in tutti i gruppi politici o almeno in parecchi gruppi politici (e sarebbe difficile, nella presente situazione di equivoco e di ipocrisia diffusissimi, individuare esattamente i gruppi in cui tali crisi possono essersi manifestate) deputati la cui libera coscienza si rivolta contro la politica ufficiale di opposizione che gli stessi gruppi politici vanno conclamando. Altra spiegazione non può esservi, e questi sono dati parlamentari, sono dati che il Movimento sociale italiano si limita, da pivello del Parlamento, ed in Parlamento, a sottoporre alla cortese attenzione dei mastri di vita parlamentare e politica che abbiamo sentito tuonare da tutti i banchi compresi nell’area della democrazia, o nell’arco della democrazia.

Questa era in febbraio, questa è oggi ufficialmente la sua posizione, con una chiarezza che sarà forse ingenua, ma che è tanto simpatica proprio perché è ingenua. L’onorevole Saragat, del resto, ci è simpatico perché con la sua chiarezza, con la sua lealtà, forse per la sua ingenuità, manda per aria i giuochi e le manovre di uomini forse meno ingenui ma indubbiamente meno leali e meno simpatici di lui. Ringraziamo, dunque, l’onorevole Saragat per aver confermato che il Partito socialdemocratico vede la formazione di una maggioranza esattamente nei termini in cui la vedeva e la poneva qualche mese fa. Con una sola differenza: che allora il Partito socialdemocratico voleva andare al governo, oggi, per un breve periodo, per un breve tratto di strada, è disposto a star fuori del governo, in compagnia ancora più stretta col Partito socialista, le cui azioni subirebbero un notevole rialzo qualora il Partito socialista stesso fosse fuori del governo insieme con altri partiti fuori del governo e facenti parte allo stesso titolo della maggioranza. Le posizioni di Saragat sono dunque peggiorate, onorevoli colleghi della Democrazia cristiana, nei vostri confronti, se le paragoniamo con le sue posizioni del mese di febbraio. Perché allora egli poneva, almeno per un certo periodo, per un certo tratto di strada, il Partito socialista fuori dall’uscio del governo, e dichiarava che potevano essere accettati, quasi tollerati i suoi voti perché proprio non se ne poteva fare a meno. Ma stabiliva un periodo di prova, un periodo di apprendistato, di tirocinio, nel corso del quale si sarebbe veduto se l’onorevole Nenni veramente fosse capace, fosse degno, fosse pronto ad entrare nell’area o nell’arco della democrazia.

Oggi no: oggi l’onorevole Saragat si presenta a voi disposto a fare dei sacrifici, sulla pelle vostra, come sempre; e il compianto onorevole Zoli parlò, con la sua brutale, chiara, onesta eloquenza romagnola, dei sacrifici che per dieci anni i socialdemocratici avevano fatto al governo insieme con la Democrazia cristiana! Saragat, dicevo, è pronto a fare dei sacrifici, e il suo sacrificio consiste nel portarvi in casa, nella maggioranza parlamentare e di governo, immediatamente, senza prove, senza tirocini, l’onorevole Nenni, dopo i discorsi che l’onorevole Nenni ha pronunziato in questi giorni, dopo l’atteggiamento che il Partito socialista ha tenuto in questi giorni, in queste settimane! Se l’onorevole Saragat è l’ingenuo e simpatico della vita parlamentare italiana, non oserei dire che l’onorevole Nenni, dopo quanto abbiamo ascoltato dalle sue labbra e dopo quello che il Partito socialista ha compiuto, negli scorsi giorni, soprattutto contro di noi, non oserei dire dicevo che l’onorevole Nenni sia simpatico ed ingenuo anche lui; ma indubbiamente un certo che di freschezza è rimasto anche nella eloquenza dell’onorevole Nenni, il quale oggi ha avuto dal Presidente del Consiglio e non se n’è accorto (strana cosa per l’onorevole Nenni che è uomo così fine) la più clamorosa fra le occasioni per potersi dissociare dalle responsabilità del Partito comunista.

Il Presidente del Consiglio è stato cortese riconosciamolo con l’onorevole Nenni e con il Partito socialista, pur nella polemica. Il Presidente del Consiglio ha documentato quello che, d’altra parte, sapevamo o intuivamo, ma che dal banco della Presidenza del Consiglio non era stato ancora detto, ed è molto importante che sia stato detto, e lo avete applaudito e penso che l’applauso sia impegno di responsabilità. Il Presidente del Consiglio ha detto quello che più o meno gli italiani per bene sanno circa i dirigenti del Partito comunista, le loro responsabilità, le loro congiure, i loro legami, i loro reati flagranti contro lo Stato italiano. Era un’ottima occasione per l’onorevole Nenni (che il Presidente del Consiglio ha trattato cortesemente, pur dopo essere stato da lui minacciato di deferimento alla Corte costituzionale) per dichiarare, senza venir meno alla sua fede socialista e all’impegno di partito, che il suo partito non ha nulla a che vedere, che i dirigenti del suo partito non hanno nulla a che vedere con i complotti internazionali e le congiure interne e i reati previsti dal codice penale che alcuni dirigenti del Partito comunista compiono indisturbati da tanti anni in Italia. L’onorevole Nenni non solo non ha raccolto la favorevole e positiva occasione, ma, al contrario, pur dopo le precisazioni e le documentazioni gravissime del Presidente del Consiglio, ha voluto confermare in pieno, e sul terreno dei fatti e sul terreno dei principi, la solidarietà con l’azione, la corresponsabilità con l’azione che, sul presupposto pretestuoso dell’antifascismo e della Resistenza, il Partito comunista ha condotto per scardinare lo Stato in queste ultime settimane. L’onorevole Malagodi (eccoci alle convergenze) ha rilevato questo dato quando, nel suo intervento successivo a quello dell’onorevole Saragat, ha dichiarato (mi sono permesso di prendere appunti per non essere infedele nel riferire) che l’apertura a sinistra è stata tentata ed è fallita due volte in quanto il Partito socialista, su concetti fondamentali che concernono lo Stato, continua a condividere le tesi e le responsabilità del Partito comunista. Ed allora, dov’è la convergenza, la convergenza fra l’onorevole Saragat e l’onorevole Malagodi? Dov’è la convergenza fra l’onorevole Saragat e l’onorevole Gui? Io non so vederla. Mi risulta (e lo ha detto l’onorevole Malagodi, che cito ancora fra virgolette) che «sui concetti di difesa dello Stato, dell’ordine e della legge e quindi della libertà, sul diritto che gli agenti dell’ordine siano difesi dalle contumelie, dalle ingiurie e dalle violenze, siamo d’accordo». Ma come si può essere d’accordo con lo Stato e con gli eversori dichiarati dello Stato? Come si può, nell’attuale situazione, dopo quanto è accaduto ed è stato documentato, essere ad un tempo d’accordo con l’onorevole Togliatti, con l’onorevole Nenni, con l’onorevole Saragat, con l’onorevole Gui, con l’onorevole Malagodi? Ma questo è un pasticcio!

Si è parlato di asini. Vi è l’asino di monsignor Perrelli, ma vi è anche l’asino di Buridano, che in questo caso (chiedo scusa per l’accostamento, che vuole essere occasionale e rispettosissimo) è l’onorevole Gui, il quale si trova fra i due mucchi di fieno (quello Saragat e quello Malagodi, quello socialdemocratico e quello liberale, quello aperturista e quello centrista) e non sa che scegliere, perché non può scegliere, perché non è in condizioni di scegliere, perché il dibattito ha serenamente dimostrato che non sono maturate le condizioni politiche ed obiettive per la scelta.

Il dibattito ha dimostrato cioè che siamo, che siete allo stesso punto in cui vi trov­vate nel mese di febbraio. Se voi non poteste allora fare delle scelte, abbiamo la fondata impressione che non possiate farne nemmeno adesso. Il che ci esime da ogni preoccupazione di parte circa un’apertura di crisi, che taluni settori hanno forse con qualche cattivo gusto indicato prima di tutto come una rottura drammatica col Movimento sociale italiano, perché siamo matematicamente certi che, se qualcuno avrà l’imprudenza di aprire in questo momento una crisi, ne verrà un supplemento di crisi: lunga, grave, pericolosa ed inutile come la precedente. Con un’aggravante, però: che nel frattempo il comunismo ha gettato la maschera e un Presidente del Consiglio coraggioso (e gliene dobbiamo dare atto) ha strappato quel poco di maschera che il comunismo non aveva ancora gettato.

Vorrei sapere quale nuovo Governo, quale nuovo Presidente del Consiglio, quale ministro dell’Interno potrebbero assumersi la responsabilità pesantissima dal momento in cui fosse stabilito come sembra essere stato decretato dall’onorevole Nenni e dall’onorevole Saragat che la piazza prevale sul Parlamento e che è sufficiente che il Partito comunista dica che un governo se ne deve andare perché quel governo se ne debba andare al momento in cui (guarda caso!) a scrutinio segreto la sua maggioranza si consolida. Vorrei sapere dagli onorevoli colleghi del partito di maggioranza relativa se essi ritengano di avere uomini pronti e capaci di assumersi una responsabilità di tal gene­re che farebbe tremare le vene e i polsi di chicchessia.

E perché l’onorevole Gui ha parlato ieri di anticomunismo e di antifascismo, mi si consenta, con molto garbo e con molto riguardo, qualche modestissima e rapida osservazione. Si è discusso ieri se l’anticomunismo debba esser fatto con le leggi di progresso sociale o con la tutela dell’ordine pubblico. Mi si consenta di dire che questa è una posizione indegna di un Parlamento! Sono argomentazioni sofistiche che si possono leggere sui giornali di quart’ordine o su grossi giornali finanziati da determinati partiti; le abbiamo lette in certi articoli di fondo che, forse per una tal consonanza, erano molto simili alle pietre che gli attivisti del Partito comunista hanno lanciato sulle teste dei tutori dell’ordine. Sono sofismi! È chiaro: il comunismo si combatte e con le leggi sociali e con la tutela dell’ordine; è chiaro che ogni moto sovversivo si combatte realizzando una giustizia nel più vasto senso del termine e consolidando, attraverso la giustizia e il rispetto delle leggi, lo Stato. Io credevo che queste cose fossero note a tutti i parlamentari, ma mi sono accorto con disappunto che qualche parlamentare ha ancora bisogno d’impararle o di discuterle. Ma, a parte ciò, è chiarissimo che, dal punto di vista politico, il comunismo si combatte non dando partita vinta al Partito comunista. Non v’è altro modo! Quando il Partito comunista riempie l’Italia dei suoi manifesti, prende iniziative sue (e l’avete detto tutti: perché l’ ha detto il Presidente del Consiglio, ma l’ha detto anche il presidente del gruppo democristiano e l’ ha detto anche l’onorevole Malagodi), quando il Partito comunista assume l’iniziativa di una sua battaglia politica per un determinato obiettivo politico e i gruppi che si dichiarano anticomunisti fanno quel che il Partito comunista comanda, il Partito comunista ha vinto; e sarà perfettamente inutile concedere al popolo provvidenze sociali di cui il Partito comunista dirà: sono merito mio e non del Governo, perché sono io che determino le crisi dei governi contro lo stesso Parlamento e contro gli stessi partiti che ai governi danno vita! E sarà soprattutto inutile tentare di difendere l’ordine pubblico in un paese il quale avesse dovuto assistere (e Dio voglia che ciò non accada!) alla capitolazione dello Stato e, quindi, dell’ordine e della legge, di fronte ai provocatori dei disordini, ai sobillatori, ai sovversivi! Questo mi sembra che sia un anticomunismo serio. Noi non ne abbiamo fatto la privativa o il monopolio. Ci limitiamo a combattere la nostra battaglia e a portare il nostro contributo in questo senso. L’abbiamo fatto e continueremo decisamente a farlo. Quanto all’antifascismo, onorevole Gui, noi non gliene vogliamo affatto per la sua pesante tirata antifascista di ieri. Noi pensiamo che la Democrazia cristiana abbia perfettamente il diritto, e forse il dovere dal punto di vista ideologico (l ‘ha detto oggi il Presidente del Consiglio), di manifestare e di affermare in ogni occasione il suo antifascismo. Se ci consente, onorevole Gui, vi è stato da parte sua forse qualche piccolo eccesso di cattivo gusto, qualche sfasatura. Quando in tema di antifascismo si assumono gli stessi toni, gli stessi accenti drastici del Partito comunista, quando si dividono gli italiani irrevocabilmente, non a seconda di quello che pensano o fanno o delle responsabilità che si assumono per l’oggi e per il domani, ma a seconda di quello che hanno pensato o fatto ieri, e quando tali divisioni drastiche, tali anatemi provengono da un partito il quale ha nella sua classe dirigente un numero cospicuo di ex iscritti o addirittura di ex dirigenti del Partito nazionale fascista, ci si consenta di dire che sono posizioni che rasentano il cattivo gusto e sono posizioni che inveleniscono senza alcun motivo gli animi degli italiani.

Si è parlato di guerra civile; ma il linguaggio della guerra civile è esattamente questo. Il linguaggio della guerra civile consiste nel dividere aprioristicamente, alla manichèa, gli italiani in buoni e cattivi a seconda del loro passato, per impedire che gli italiani si ritrovino uniti nel loro presente e per il loro avvenire di fronte a responsabilità e di fronte a pericoli che tutti quanti voi, onorevole Gui e onorevole Tambroni, avete chiaramente e duramente riconosciuto. Dopo di che il Movimento sociale italiano ha concluso le sue osservazioni sulla situazione. Tanti auguri per le convergenze; che esse possano realizzarsi presto e bene e che non diano luogo ad altri disappunti, ad altre delusioni (povero onorevole Saragat e povero onorevole Nenni!) e a crisi che potrebbero in questa situazione fare unicamente il gioco del Partito comunista e del suo capo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *