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Seduta del 21 Aprile 1950

Seduta del 21 aprile 1950 contro l’abbandono di Trieste italiana

La quarantennale battaglia politica di Almirante ha avuto punti di riferimento chiari, precisi, ineliminabili: uno di questi è stato rappresentato dalle terre dalmate, giuliane, istriane, per la cui italianità tante sono state le parole pronunciate in Parlamento, molte sono state le iniziative di mobilitazione a Trieste e in tutto il Paese. Nel discorso che pubblichiamo – esso si riferisce allo svolgimento di una interpellanza – Almirante porta in Parlamento le speranze di Trieste italiana con la volontà del Msi di non abbandonare un territorio che è nazionale e tale deve restare.

ALMlRANTE: “Onorevoli colleghi, devo confessare di aver provato un certo senso di perplessità prima di presentare la mia interpellanza, perché è anche troppo facile, malauguratamente, rendersi conto che, se da un lato questo dibattito era inevitabile, dall’altro esso è anche inutile. Peggio, è doloroso; peggio ancora, potrebbe essere dannoso, se in esso ciascuno di noi non portasse quel senso di responsabilità che, in qualunque partito militiamo, dobbiamo portare quando si affrontano problemi simili, che interessano non le fazioni ma veramente la nazione nel suo profondo significato. È perciò (né, d’altra parte, vi era bisogno da parte mia di preannunciarlo, in quanto è noto il tono di responsabilità e di moderazione con il quale da questi banchi si sono sempre trattati, qui dentro e fuori di qui, i gravi problemi nazionali) è perciò che io mi propongo di parlare… “

(Interruzione del deputato Pajetta Gian Carlo).

“Onorevole Pajetta, la consiglio di ascoltare, non si affanni in anticipo. Mi propongo di parlare chiaro, ma in tono di estrema moderazione. Ed è perciò, soprattutto, che mi sforzerò di contenere la piena dei sentimenti che vibrano in ciascuno di noi di fronte al dramma di Trieste. Ho superato la perplessità iniziale per quattro ordini di motivi: prima di tutto per la necessità di assolvere ad un responsabile dovere nei confronti dei nostri fratelli di Trieste e della Venezia Giulia i quali certamente, purtroppo, sanno anche essi che dalle nostre parole altro conforto non possono attendersi che questo; ma che d’altra parte hanno diritto di pretendere e reclamare da noi tale conforto. Secondariamente, perché sento la necessità di respingere e di smascherare sul piano interno ed internazionale troppo facili speculazioni che si innestano a questa nostra nazionale sventura. In terzo luogo, perché avverto la necessità di far sentire sul piano interno e sul piano internazionale la voce di uomini i quali, non avendo certamente alcuna simpatia né per la Russia sovietica, né per il comunismo, d’altra parte reclamano una politica nazionale veramente indipendente e autonoma, e denunciano con estrema chiarezza i torti di coloro che dicono di voler combattere insieme con noi per la salvezza della civiltà e, in sostanza, non riescono a coprire la propria paura e praticano da troppo tempo la politica della paura, anche a questo riguardo. In quarto ed ultimo luogo, perché sono convinto della necessità, pure espressa nel testo dell’interpellanza, di invitare il Governo ad uscire dalle formule inconcludenti, per tracciare una buona volta, se è possibile, le linee di una politica nazionale responsabile. Come esprimere la nostra solidarietà per i triestini e per i giuliani? Che dire loro, che già non sia stato detto e scritto? Un concetto, soprattutto, voglio qui affermare, e penso che il Parlamento intero dovrebbe affermare, e questo concetto è che il dramma della Venezia Giulia di questi ultimi cinque anni deve essere denunciato all’opinione pubblica mondiale non solo e non tanto come il dramma in se stesso della Venezia Giulia, ma come -direi -il simbolo, più che il sintomo di un colossale fallimento. Leggevo poco tempo fa sull’Osservatore romano: «Stiamo assistendo al fallimento totale di una filosofia, di una politica e di una pseudo civiltà». Pseudo civiltà. Oggi la si chiama «pseudo», ma qualche anno fa, in nome di questa pseudo civiltà, i popoli, e soprattutto il popolo italiano, sono stati illusi ed il segno più tipico, più tragico, più dolorante di questo disinganno, di questo colossale tradimento è proprio Trieste, è proprio la Venezia Giulia. Io penso che dovremmo mobilitare intorno a questo problema -intorno a questo dramma, che si risolve in una denuncia contro i potenti del mondo orientale e del mondo occidentale – l’ opinione pubblica mondiale. Dobbiamo far sentire a tutto il mondo il peso di un’opinione pubblica adeguata per questo colossale tradimento. Ricordiamo quanto nei tempi decorsi mobilitazioni consimili dell’opinione pubblica internazionale abbiano potuto influire sul corso degli eventi, quanto abbiano potuto difendere la causa dei piccoli popoli che sembravano inermi, indifesi ed esposti a tutti i colpi del destino. Ricordate ciò che nel 1800 hanno fatto gli esuli greci in pro del loro paese. Dobbiamo mobilitare gli amici dell’Italia in ogni parte del mondo, i nostri umili amici che sono molto più numerosi di quanto solitamente si creda, per questa crociata in difesa di Trieste e della Venezia Giulia. Dobbiamo inchiodare allo sdegno dell’opinione pubblica mondiale i grandi responsabili di ciò che sta accadendo. Quanto alle speculazioni interne che si innestano su questo problema, abbiamo sentito poco fa parlare l’onorevole Nenni, il quale deve avere fatto sua una frase, veramente poco educata, di Clemenceau; ma Clemenceau era un uomo notoriamente poco educato. L’onorevole Nenni vorrà perdonarmi se ripeto quella frase, attribuendola a lui. Clemenceau dava un consiglio ai suoi amici dicendo: «Se ti puzzano i piedi, mettiti accanto ad uno a cui puzzano ancora di più». È per questo, probabilmente, che l’onorevole Nenni si sente al coperto in questo settore, e pensa che si possano affrontare certi temi, perché accanto a lui siedono i maggiori responsabili… “

(Vivaci proteste all’estrema sinistra).”

Stavo osservando che l’onorevole Nenni può parlare come ha parlato perché, indubbiamente, le sue responsabilità sono meno clamorose delle responsabilità di taluni suoi amici. L’onorevole Nenni era ministro degli Esteri nel novembre 1946, al tempo di quella famosa missione Togliatti a Belgrado della quale egli ha parlato. Quando si parla della missione di Togliatti a Belgrado, i comunisti protestano dicendo che si è troppo speculato, che si è deformata la realtà, ed io non ho nessuna intenzione di speculare, né di deformare la realtà, né di approfittare dei troppo facili motivi polemici che mi verrebbero incontro. Non ho intenzione di insistere sulle espressioni che, in quei giorni, gli italiani potevano leggere sull’ Unità a proposito della missione di Togliatti e dei nobili sentimenti del poi scomunicato maresciallo Tito. Vi è un comunicato della segreteria del Partito Comunista, in data 8 novembre 1946, in cui la segreteria stessa «esprime la propria riconoscenza, a nome di tutti i veri democratici italiani, al maresciallo Tito, per la generosa comprensione da lui dimostrata per le questioni che più stanno a cuore al popolo italiano». Ma sorvoliamo. Sono espedienti polemici fin troppo facili. Vediamo, piuttosto, i fatti. Cerchiamo di precisarli, perché da parte comunista molto spesso si specula sulla scarsa memoria degli italiani, e soprattutto sulla scarsa capacità degli italiani a raccogliere e conservare documenti. Il documento fondamentale che riguarda quella missione è il comunicato apparso sull’ Unità del 7 novembre 1946. È molto breve e posso darne lettura. Questa è la dichiarazione di Togliatti: «Il maresciallo Tito mi ha dichiarato di essere disposto a consentire che Trieste appartenga all’Italia, cioè sia sotto la sovranità della Repubblica italiana, qualora l’Italia consenta a lasciare alla Jugoslavia Gorizia, città che, anche secondo i dati del nostro Ministero degli esteri, è in prevalenza slava (da notare che questa notizia fu poi dichiarata completamente falsa). La sola condizione che il maresciallo Tito pone è che Trieste riceva, in seno alla Repubblica italiana, uno statuto autonomo effettivamente democratico (pensate da quale pulpito veniva questa raccomandazione!) che permetta ai triestini di governare la loro città e il loro territorio secondo principi di democrazia». L’onorevole Togliatti commentava: «)Io penso che la proposta del ma resciallo Tito possa felicemente servire di base per la soluzione definitiva di tutte le questioni controverse fra i due paesi… lo ritengo assurda e antinazionale la campagna, che qualcuno conduce, per fare fuggire gli italiani dai territori che rimarranno alla Jugoslavia… È chiaro che tutte le campagne circa le pretese persecuzioni degli italiani in Jugoslavia sono da porre al novero delle calunnie e delle menzogne». I commenti sono facili a farsi. Ma fermiamoci ai fatti. In quale momento della vita politica del nostro paese e della vita politica internazionale avveniva tutto ciò? Ciò avveniva alla vigilia delle elezioni amministrative italiane. Ecco perché io vorrei consigliare -e non lo dico certo per fare l’avvocato d’ufficio, perché ho molte cose da dire, e gravi cose da denunziare nei riguardi del Governo -ma per equità vorrei consigliare, sulla stregua di questi documenti, le sinistre a non insistere sul tema dei buffetti elettorali; perché un buffetto elettorale è stato, senza alcun dubbio, quello del 20 marzo 1948; ma, d’altra parte, quello del novembre 1946 non so come definirlo, non so come Tito lo chiamasse. Era indubbiamente un buffetto o uno schiaffetto del maresciallo Tito sulla guancia dell’onorevole Togliatti e sulla missione dell’onorevole Togliatti a Belgrado, alla vigilia delle elezioni amministrative italiane; speculazione elettorale così la «missione» che il «buffetto». Quanto poi al momento internazionale, la faccenda è ancora più delicata e più grave; perché, mentre L’Unità recava ciò che ho letto, a New York erano riuniti i quattro ministri degli Esteri, per redigere il testo definitivo del trattato di pace con l’Italia (che alla conferenza dei 21 a Parigi non era stato redatto), e per occuparsi, soprattutto, dei problemi controversi e, tra questi, principalmente del problema di Trieste e della Venezia Giulia. La delegazione italiana presso i quattro aveva già espresso ufficialmente in una nota -pubblicata dall’ Unità in precedenza, il 5 novembre -il proprio pensiero (l’onorevole Nenni lo sa bene, perché in quel momento egli era ministro degli Esteri); ed il pensiero espresso ufficialmente dalla delegazione italiana a New York era in netto contrasto col pensiero espresso dall’onorevole Togliatti a Belgrado. La delegazione italiana a New York non solo aveva rivendicato le zone comprese proprio nel cosiddetto territorio libero, ma aveva anche chiesto che si estendesse il territorio libero fino alla zona di Parenzo e di Pola. Ed in una nota ufficiale, che l’onorevole Nenni dovrebbe ben conoscere, la delegazione italiana aveva comunicato ai quattro che le rivendicazioni esposte nella nota erano «destinate a mantenere, in ogni caso, il loro pieno valore, in quanto imposte dalle permanenti e fondamentali esigenze di vita e di sviluppo della nazione italiana». Che cosa accadde, dunque, a Belgrado? Accadde che il capo di un partito italiano, che faceva parte del Governo, si recò all’estero e non portò all’estero il pensiero responsabile dei circoli italiani (perché sembra che non si sia curato neppure di conoscerlo), ma portò in Italia la volontà del maresciallo Tito, volontà che non era neanche attenuata nei confronti della precedente richiesta fatta dalla Jugoslavia a Parigi, perché a Parigi le stesse cose aveva chiesto la Jugoslavia e le erano state negate; volontà che era altresì rispecchiata perfettamente in una proposta, che subito dopo, il 3 dicembre, la Jugoslavia faceva alle quattro Potenze -pubblicata anche questa sull’ Unità, il 4 dicembre -e con la quale chiedeva Gorizia, annunziando di essere pronta a cedere, con uno statuto speciale, la città di Trieste. Al di fuori, dunque, di ogni polemica, la famosa missione Togliatti a Belgrado altro non fu, ripeto, che il tentativo, non riuscito, di rendere un servizio, da parte del Partito Comunista Italiano, al Partito Comunista, non ancora scomunicato o eretico, jugoslavo. Che cosa fece in quel frangente il ministro degli Esteri? Stando all’ Unità, che in quei giorni (l’onorevole Nenni lo ricorderà) fu piuttosto reticente ed imbarazzata al riguardo, il ministro degli Esteri non ebbe troppo da rallegrarsi col compagno onorevole Togliatti per il passo da lui compiuto a Belgrado. Ebbe tanto poco da rallegrarsi, che diramò subito un comunicato in cui era detto che «il Governo non poteva evidentemente prendere come punto di partenza di trattative dirette con la Jugoslavia la rinunzia a una città italiana che i «quattro» hanno già deciso debba restare all’Italia». Il ministro degli Esteri fu tanto poco soddisfatto che si trovò in polemica al Consiglio dei ministri (come avvertiva l’Unità del 15 novembre 1946) con il compagno Scoccimarro, il quale rimproverava a Nenni la diramazione di quel comunicato; fu tanto poco soddisfatto, che nello stesso giorno fu in polemica, nella Commissione dei trattati, con l’onorevole Parri il quale, sconsolato dalle dichiarazioni del ministro Nenni, disse che quelle dichiarazioni dissipavano «le grandi speranze fatte sorgere dal passo del compagno Togliatti». In seguito, subito dopo, l’onorevole Nenni tentò di prendere contatto -sulla base delle trattative instaurate dall’onorevole Togliatti -con il Governo jugoslavo e ne riferì al Consiglio dei ministri; ma furono notizie piuttosto desolanti, perché dichiarò di aver tentato di mettersi in contatto con Belgrado come privato (è ben strano che un ministro degli Esteri tenti di prendere contatto con un altro governo in qualità di privato cittadino!), ma di non aver avuto risposta. È passata molta acqua sotto i ponti. Tito ha ricevuto la scomunica, l’atteggiamento del Partito comunista e del Partito socialista è mutato nei confronti del governo jugoslavo.”

NENNI PIETRO: “Il nostro atteggiamento non è cambiato.”

ALMIRANTE: “Prendo atto ben volentieri di questa sua dichiarazione che è una specie di strana rottura del patto di unità d’azione con i comunisti. Sono lieto di sentire che, per la prima volta, l’onorevole Nenni ammette e tiene a dichiarare che il suo atteggiamento si distingue da quello dei comunisti.”

NENNI PIETRO: “L’ho illustrato pochi minuti fa, citando i discorsi che ho tenuto nel 1948. Oggi dico ciò che dicevo da ministro.”

ALMIRANTE: “Soltanto che da ministro non le riusciva di fare ciò che diceva, perché l’onorevole Togliatti faceva il ministro per conto suo.”

PIETRO NENNI: “Belgrado non accettò.”

ALMIRANTE: “È stato un matrimonio mal assortito. Ripeto: la situazione -non lei, onorevole Nenni che, non so se per sua fortuna o per sua disgrazia, rimase sempre lo stesso… “

MIEVILLE: “. .. come al tempo della fondazione del fascio di Bologna!”

ALMIRANTE: “…la situazione è obiettivamente mutata, e l’atteggiamento del Partito comunista e del Partito socialista da lei espresso -e spero che stavolta sia d’accordo con i compagni comunisti -verte su una situazione diversa. Però l’opinione pubblica italiana ha notato che proprio oggi che ha luogo questo dibattito parlamentare (è un fatto sintomatico, una strana combinazione: sono coincidenze diplomatiche veramente sorprendenti e, d’altra parte, non si può che elogiare un governo che ha il dono della tempestività)..”

PAJETTA GIAN CARLO: “Sarebbe molto più strano se si fosse parlato delle guerre puniche.”

ALMIRANTE: “Certamente. Dicevo che l’opinione pubblica italiana ha notato che proprio oggi è stata pubblicata una dichiarazione ufficiale del Governo sovietico nella quale il Governo sovietico, in sostanza, non fa che riconfermare l’atteggiamento che in ordine al problema del Territorio Libero ha sempre tenuto. Come l’onorevole Nenni, il Governo sovietico -non so, anche in questo caso, se per fortuna o per disgrazia -è rimasto sempre sulle stesse posizioni. Immediatamente, anzi contemporaneamente, anche stavolta, con un senso di tempestività di cui faccio elogio all’onorevole Pajetta, L’Unità ha pubblicato un comunicato della segreteria del Partito comunista italiano, nel quale dichiara di approvare in tutto e per tutto le dichiarazioni sovietiche e di tenerle come le uniche… “

PAJETTA GIAN CARLO: “Le legga!”

ALMIRANTE: “Le ho lette.”

PAJETTA GIAN CARLO: “Allora non ha capito nulla!”

ALMIRANTE: “Ho ben capito! La segreteria del Partito comunista…”

(Interruzione del deputato Pajetta Gian Carlo).

“Spero di non assistere qui, per bocca dell’onorevole Pajetta, ad un pericoloso screzio tra l’onorevole Pajetta e il Governo sovietico! Si dice che i rivoluzionari manchino del senso dell’umorismo. Ella è un grande rivoluzionario, indubbiamente! Dicevo che il comunicato, tradotto dal russo in italiano dalla segreteria del Partito Comunista Italiano (forse per questo il periodare è alquanto contorto), afferma che il Partito comunista aderisce alla tesi espressa nella nota sovietica, secondo la quale l’unica soluzione possibile per il Territorio Libero è quella prospettata prima che venisse diramata la dichiarazione anglo-franco-americana del 20 marzo. L’onorevole Nenni dichiarava poco fa che bisogna rifuggire dalle dichiarazioni, dalle prese di posizione che non hanno alcuna possibilità materiale di tradursi in atto. Ho l’impressione che anche questa dichiarazione sovietica sia nel novero di quelle che non possono tradursi in realtà. E se ella, onorevole Nenni, mi dicesse che non è certo colpa, in questo caso specifico, del Governo sovietico, non potrei che dargliene atto. La verità è questa: è colpa di tutta una situazione internazionale che è venuta a determinarsi. Secondo il nostro punto di vista, l’Italia avrebbe potuto uscire da questa situazione facendo una certa politica; secondo il nostro punto di vista, l’Italia avrebbe potuto non entrare in questa situazione facendo una certa politica. E cercherò, modestamente, di esporre in seguito il mio punto di vista in ordine a questo problema. Comunque, la situazione è quella che è, e anche la dichiarazione sovietica non è altro che una petizione di principio, non fa altro che riprodurre una determinata impostazione. E noi dobbiamo prendere atto che da un lato, a quel che sembra dalle dichiarazioni ufficiose, non ancora ufficiali (perché la dichiarazione poco fa citata del segretario di Stato Acheson non mi pare troppo chiara, per lo meno non mi pare risolutiva), da un lato i governi anglo-franco-americano sembrano recedere dalla loro posizione del 20 marzo 1948; dall’altro il Governo sovietico non recede affatto da quella che è stata la sua impostazione precedente alla rottura dei suoi rapporti con la Jugoslavia, e quindi impostazione che non può ritenersi favorevole all’Italia. Quindi, dall’una come dall’altra parte, si nota la cattiva volontà, l’impossibilità, in sostanza, di uscire e l’incapacità di uscire dal punto morto nel quale la diplomazia dell’una e dell’altra parte si è cacciata. Che la mancata diplomazia italiana, per conto suo, abbia accelerato questa situazione mi sembra un dato di fatto, ma che la dichiarazione sovietica, o che un’ impostazione sulla base della dichiarazione sovietica quale l’onorevole Nenni ha voluto dare, costituisca un rimedio positivo, una via d’uscita, mi sembra che non si possa obiettivamente sostenere. Vi è un’altra speculazione che è connessa a questa, ed è la speculazione opposta: la speculazione che potrei definire occidentale. Quegli stessi stranieri i quali vennero a suo tempo a patto col comunismo, anzi gli spianarono la strada, gli facilitarono l’avanzata verso l’occidente d’Europa, oggi vanno speculando sulla speculazione comunista e dicono: vedete, l’irredentismo istriano è alimentato da ambienti che traggono ispirazione dalla Russia e, in fin dei conti, fa il giuoco della Russia. A questo punto, molto fermamente, molto decisamente, se pur molto serenamente, noi dobbiamo ribattere: no, signori; il gioco della Russia lo state facendo voi. Molto bene scriveva qualche giorno fa il Quotidiano: «Gli anglosassoni lavorano contro il Cominform in Jugoslavia, ma è un fatto che lavorano per il Cominform in Italia». E vorrei dire, con la stessa serenità e con la stessa fermezza, che questo è un gioco pericoloso perché non si può impunemente scherzare con i sentimenti, con la dignità, con l’esistenza stessa di un grande popolo quale, malgrado tutto, è il popolo italiano. A questo punto i soliti retorici dell’antiretorica diranno che si tratta di linguaggio nazionalistico, o che noi vogliamo minacciare chissà che cosa, una specie di quos ego… forse la guerra, a questi stranieri che non ci comprendono? Certamente no Siamo con i piedi sulla terra, non amiamo e non pratichiamo mai la retorica. Guardiamo la situazione in faccia, quale che sia. È vero che noi abbiamo bisogno degli stranieri, è stato ripetuto parecchie volte. Ma è anche incontestabilmente vero che, di giorno in giorno, gli stranieri hanno più bisogno di noi e noi abbiamo un poco meno bisogno di loro. Ne abbiamo un poco meno bisogno, perché gli italiani si stanno ritrovando, perchè l’Italia sta rinascendo, prima nel morale che nel fisico, sta rinascendo la famiglia nazionale. La coscienza dei nostri grandi problemi si sta radicando un’altra volta nel cuore e nelle fibre del popolo italiano. E gli occidentali possono fare a meno di noi, possono trascurarci? Essi stanno giocando una partita europea che è un po’ la partita americana. Sono sfumati i tempi, non so se fossero belli, o meno, dell’isolazionismo. I due partiti americani, una volta, su questo problema erano divisi: oggi sono concordi nel mettere in soffitta quella formula e nel comprendere che nell’occidente europeo si combatte una battaglia che l’America per la sua salvezza non può disertare. Di queste battaglie l’America ne ha già recentemente combattuta e perduta una: quella per l’estremo oriente. Io vorrei chiedere ai diplomatici e ai giornalisti americani se, dopo un Ciang Kai Scek, ne vogliamo costruire altri. Non hanno compreso l’insegnamento evidentissimo, che dalla tragedia cinese dovrebbe essere giunto loro? A leggere un recente ed interessante rapporto del segretario di Stato Acheson, si dovrebbe dire che essi, o almeno alcuni di essi , lo abbiano compreso. Perché Acheson recentemente dichiarava che egli si rendeva conto che il nazionalismo asiatico aveva dei fondamenti storici, due soprattutto: la secolare ribellione contro gli imperialisti stranieri e la secolare ribellione contro l’imperialismo della fame e della povertà. Questo vale per l’Asia; ma non vale, forse, anche per l’Europa? E non vale, forse, soprattutto, in Europa, per l’Italia? Non è questo il nostro secolare problema, non è la secolare lotta del popolo italiano, lotta contro gli imperialismi stranieri, lotta contro la fame, la miseria, la degradazione sociale? Le simpatie del signor Acheson si sono risvegliate tardive per gli asiatici. Non destano in lui neppure qualche piccola preoccupazione circa quanto potrebbe accadere nell’Europa occidentale, se si continuasse, o se si rinnovasse qui la politica di Ciang Kai Scek? Hanno trovato nel maresciallo Tito una specie di Ciang Kai Scek in sedicesimo. Si fidano di lui, sono così puerilmente superficiali da non comprendere che, al momento opportuno, gli slavi di Belgrado marcerebbero insieme con gli slavi di Mosca verso l’occidente? Se anche non lo volessero comprendere, Tito stesso si incarica di dirlo loro. In un recente discorso, del mese di febbraio di questo anno, Tito ha dichiarato: «Noi non abbiamo voluto rinunziare ai principi del marxismo-leninismo, alla vera dottrina di questa scienza, anche quando l’Unione Sovietica faceva pressione su di noi. Noi non siamo caduti allora, e tanto meno cederemo all’occidente. Noi non abbiamo ritenuto di andare da questi ed ancor meno da quelli». Lasciamo andare, in questa dichiarazione, gli accenni fumosi e alquanto nebulosi alla dottrina, alla scienza, al marxismo; ma vi è un dato di fatto ineluttabile perché è storico e, vorrei quasi dire, fisico: questa gente, se marcerà, non marcerà mai da occidente verso oriente, ma marcerà sempre da oriente verso occidente. È veramente strano -cioè, non è strano, perché è tipica degli americani questa fondamentale ignoranza della storia dei paesi con i quali trattano -che si possano coltivare certe illusioni, e proprio a nostro danno. È soprattutto strano e dirò di più (forse è l’unica parola grossa che mi lascerò sfuggire) è ignobile che tali illusioni si coltivino nei riguardi di Trieste, della città che da sola, per secoli, ha sbarrato il passo all’oriente e ci ha salvati in tante occasioni, in tutta la sua vita, perché tutta la sua vita è una rifiorente avanguardia di latinità e di civiltà, contro la marea dell’oriente? Purtroppo, gli americani, non tanto i diplomatici quanto i giornalisti, hanno trovato piuttosto facile una risposta quando dicono: già, ma in Italia ci si dice, per bocca del senatore Scoccimarro, che nel giorno in cui l’Italia fosse coinvolta in una guerra, gli italiani prenderebbero posto a fianco delle truppe sovietiche. L’onorevole Togliatti, a Varsavia, sembra abbia fatto una dichiarazione dello stesso genere. È facile alla stampa occidentale speculare su questi argomenti, ma è altrettanto facile rispondere che spetta alla politica degli Stati Uniti, agli accorgimenti e alla previdenza della politica degli Stati Uniti far sì che dichiarazioni simili siano sprovviste di ogni senso; far sì, soprattutto, che non vi siano italiani indotti, dalla disperazione per i continui «buffetti elettorali» sulle guance o per i calci in altra sede, a gettarsi tra le braccia del primo straniero che capitasse sul nostro suolo. Vi sono, poi, gli zelatori sistematici degli Stati Uniti i quali dicono a uomini che parlano franchi e schietti come noi: siete dei bravi giovani, le vostre speranze, i vostri impulsi, meritano di essere incoraggiati, ma tacete perché potreste compromettere tutto, perché potreste rovinare tutto. Questo atteggiamento di codesti zelatori mi ricorda (e faccio subito ammenda se commetto un plagio, perché la favoletta che adesso vi dirò l’ho ascoltata da un collega di un altro partito al Senato) la favola del cacciatore, dell’amico e del leopardo. Mi ricorda, cioè, quel tale amico di un cacciatore che dava al cacciatore stesso tanti buoni consigli sui pericoli, sulla inopportunità della caccia del leopardo, sulle cautele che si devono prendere quando si va alla caccia al leopardo. Alla fine, disperato, il povero cacciatore disse all’amico: ma sei amico mio, o del leopardo? E a questi zelatori nostrani che ci danno tanti consigli di prudenza noi dovremmo chiedere: ma siete veramente amici dell’Italia e italiani, o soltanto amici degli stranieri e loro complici? S’illudono forse gli americani che i riflessi di questa loro politica si possono fermare all’Italia? Quand’anche essi ci considerino, come mostrano di considerarci, una specie di res nullius, credono di potere agire in tal modo nei nostri confronti senza che tutto il loro sistema ne risulti incrinato e scosso? Ma quale fiducia si potrà avere più, e non solo da parte nostra che non l’abbiamo mai avuta, ma anche da parte di coloro che hanno accettato quella politica, nei solenni impegni del Patto atlantico? Abbiamo sentito dire in questi giorni: «Il Patto passa per l’Italia»; un ministro ha una volta ancora proclamato solennemente che l’Italia è tutelata dal Patto. Ma sorge oggi spontaneo chiedersi se l’Italia sia difesa dal Patto così come è stata difesa dalle dichiarazioni tripartite del 20 marzo. Funzionerà il Patto allo stesso modo di quella dichiarazione? Avrà il Patto per le parti contraenti, lo stesso valore che ha avuto quella dichiarazione? O saranno possibili giuochi di equilibrio anche in quella sede? E, badate, queste considerazioni che facciamo, che tutto il popolo italiano sta facendo, possono rimbalzare, e rimbalzeranno fatalmente di popolo in popolo e potrebbe accadere che, per aver voluto guadagnare Tito, la politica americana perdesse non soltanto l’Italia ma l’Europa. Diceva poco fa l’onorevole Nenni che oggi Tito vale più di De Gasperi per l’America. Io dico che, obiettivamente, per la politica americana Trieste vale molto più di Tito, perché Trieste, in questo momento, è la pietra di paragone di tutta la politica, di tutta una capacità di condurre una determinata politica e, se la politica anglo- franco-americana, soprattutto se la politica americana fallisse a Trieste, tutto il mondo vedrebbe in ciò una bancarotta fraudolenta e perderebbe fiducia in questa politica. Su ciò dovrebbero riflettere gli americani prima di mercanteggiare con tanta faciloneria e con tanta puerile superficialità nei confronti dei nostri interessi. Io ritengo necessario dire tutto ciò agli americani, ritengo necessario parlare loro un linguaggio d’ assoluta fermezza, onde rilevare lo stridente contrasto che vi è fra le comunicazioni del passato e la situazione odierna. A questo proposito, mi permetto ricordare che nella famosa dichiarazione tripartita vi è una valutazione che costituiva un giudizio definitivo, in un certo senso, nei confronti del regime di Tito e di ciò che Tito stava facendo nel Territorio Libero. In quella dichiarazione era detto che essi (cioè gli ango-franco-americani) hanno ricevuto prove molteplici di una completa trasformazione del carattere della zona triestina e della sua virtuale incorporazione nella Jugoslavia, mediante procedimenti che non rispettano la volontà espressa dalle potenze di dare al Territorio uno statuto indipendente e democratico. Si aggiungeva nella dichiarazione che, «avendo il Consiglio di sicurezza assunto la responsabilità del mantenimento dell’ indipendenza e dell’ integrità del territorio di Trieste, i governi americano, britannico e francese sottoporranno all’approvazione del Consiglio stesso le sistemazioni da raggiungere di comune accordo». Non vi è, dunque, in queste parole l’ espressione generica di una speranza, ma l’espressione responsabile di un giudizio politico intorno al regime di Tito ed intorno al trattamento che esso stava facendo in quel tempo al territorio di Trieste; vi è un’assunzione precisa di responsabilità per il mantenimento dell’indipendenza e della integrità di quel territorio. Ho voluto rilevare ciò, anche perché si parla da parte di alcuni di un ricorso al plebiscito popolare. Ma ci si rende conto, da parte di costoro, che in questo periodo il volto, l’aspetto fisico del territorio libero per quanto riguarda la zona B è stato completamente snaturato? Ci si rende costo che diecine di migliaia d’ italiani sono dovuti fuggire? Ci si rende conto che molti altri -dei quali purtroppo non possiamo fare la tragica contabilità -sono morti in questi anni, o «infoibati», o finiti di stenti? Ci si rende conto che molte migliaia sono stati trasferiti nei cosiddetti «campi di lavoro» jugoslavi? Ci si rende conto di ciò che hanno fatto e stanno facendo, negli uffici anagrafici di tutti quei comuni italiani, gli jugoslavi? Con quale leggerezza si parla, dunque, di plebiscito in questo momento? Si vuol dare un’altra offerta a Tito,e dargli la possibilità di rifarsi una verginità democratica attraverso una consultazione che di democratico non avrebbe nulla? Onorevoli colleghi, le considerazioni precedenti sembrano scagionare in gran parte il Governo dalle sue responsabilità perché, arrivati a questo punto, si potrebbe dire: da un lato vi sono state le responsabilità -da me denunciate -di parte social- comunista, dall’altra vi sono le responsabilità -da me parimenti denunciate -di parte anglo-franco-americani; il Governo si è trovato un po’ fra l’incudine e il martello. Ma non è questa la mia tesi. La verità è che a me sembra che il Governo abbia voluto essere o non abbia saputo essere altro che l’incudine, sottoposta a tutti i martelli, e che fra l’incudine e il martello si siano trovati i vitali interessi del nostro: paese, che in questo modo sono stati frantumati! D’altra parte, non sono io il primo a denunciare questa politica di passività governativa: essa è stata denunciata da giornali lontani da noi e molto vicini -piuttosto -al Governo. Mi limito a leggervi una frase recente della Libertà: «Con un tenace spirito di fatalismo o d’ abdicazione, l’Italia ufficiale pone ogni sua cura nel pesare il meno possibile sulle decisioni altrui, anche se esse la riguardano direttamente e immediatamente. La politique de présence non è quella di palazzo Chigi! ». Da questa politica di passività, a quanto ha annunciato il recente Consiglio dei ministri, si dovrebbe uscire attraverso una politica di fermezza. Ora io attendo con una certa curiosità che l’onorevole ministro voglia spiegare in che cosa consisterà questa politica di fermezza, che voglia cioè dire quali saranno le impostazioni generali e le iniziative particolari in cui questa politica di fermezza si potrà concretare. Mi auguro, ad ogni modo, per il paese, che il ministro non ci voglia semplicemente dire che questa politica di fermezza è… una politica di fermezza! Così mi sembrano poco concludenti le frasi lette in una rivista ufficiosa molto vicina al Ministero degli esteri, in cui si dice «Non retrocederemo di un pollice, non cederemo di un pollice». Nessuno più di me approva frasi di questo genere, ma il problema mi sembra non tanto quello di cedere, quanto quello di uscire da questa situazione, di uscire da questo punto morto, di trovare la possibilità di svolgere una politica estera che abbia una sua linea di condotta coerente, e che porti a qualche risultato, al massimo risultato possibile, nell’attuale situazione del nostro paese! E neppure un’altra frase che ho letto sulla stessa rivista mi tranquillizza e mi conforta, e cioè: «Siamo usciti dall’isolamento». Ma, se si esce dall’isolamento per entrare -come mi sembra -in una specie d’ accerchiamento, mi pare che l’isolamento si sia aggravato. Attendo, dunque, ripeto, le impostazioni generali e le iniziative particolari di cui il Governo vorrà rendere edotta la Camera. Per mio conto, sento il dovere di non limitarmi alle critiche, ma di suggerire quelle impostazioni generali ed iniziative particolari che mi sembrano confacenti al problema. E, per chiarire il nostro punto di vista, voglio muovere da un esame obiettivo d’ un recente discorso del ministro degli Esteri. In quel discorso trovo affermazioni come queste: «Diciamocelo bene, la coscienza morale del mondo sta inserendosi anche nella vita internazionale, che fino a ieri fu quasi sempre egoismo e violenza». In quest’ affermazione, e in altra affermazione breve che vi citerò, io trovo il riflesso di quella specie di panglossismo che mi sembra caratterizzi molto bene, o molto male, l’azione del Governo in politica estera. Piuttosto che panglossismo, potrei dire una specie di narcisismo delle formule. Il Governo trova nel suo cammino delle formule nelle quali nessuno, in verità, crede. Le ripete, ci si specchia, ci si riflette, ci si compiace, e finisce per credere che esse rispondano ad una realtà. Ma, onorevole ministro, le sembra veramente che il mondo attuale possa determinare nel più ottimista fra noi affermazioni di questo genere, che nella vita internazionale si stia determinando una coscienza morale, mentre fino a ieri avevamo visto egoismo e violenza? Malauguratamente, se mi guardo attorno, nel vasto mondo non trovo altro che egoismo e violenza, e la pratica politica -mi pare che questo dibattito stesso ne sia la dolorosa prova -altro non è che egoismo e violenza scatenati. Ed ecco un’altra sua panglossiana frase: «Utopia, sapete ciò che sta diventando? Lo sta diventando il mito della sovranità assoluta dello Stato nazionale». Ma gli Stati Uniti, onorevole ministro, la Russia, la Francia, l’Inghilterra, la Jugoslavia, nella loro politica attuale le sembrano dei miti nel senso che ella sta dicendo, cioè realtà incorporee? Fosse vero! Ma, purtroppo, le sentiamo gravare sopra il nostro popolo. Andiamolo a raccontare ai triestini che è un mito la sovranità assoluta dello Stato jugoslavo di Tito, e credo che la loro risposta non sarà molto edificante. Ora, non si tratta qui, onorevole ministro, di fare la critica ad alcune frasi staccate, ma si tratta da parte mia di rintracciare la causa determinante, intima e profonda, direi , di tutta una linea politica che noi non possiamo assolutamente condividere. E siccome sono su questa strada, siccome cerco di documentarmi, ho trovato un documento più antico, in ordine a questa stessa linea politica e alle vostre responsabilità nei confronti della situazione di Trieste. L’onorevole De Gasperi scrisse il 22 agosto 1945 al ministro degli Esteri americano Byrnes una lettera a proposito delle trattative allora già in corso per il trattato di pace, nella quale si diceva testualmente: «Frontiera orientale con la Jugoslavia: noi ammettiamo francamente che, da un punto di vista etnico ed economico, la Jugoslavia ha diritto ad alcune rettifiche dell’ attuale frontiera… Noi siamo convinti che la linea suggerita dal presidente Wilson può essere presa come base di tale sistemazione. Questa linea significherebbe per l’Italia la dolorosa perdita di due città italiane, Fiume e Zara, e di circa 80.000 abitanti». La lettera concludeva, dopo aver parlato di altri problemi: «Ho preferito ammettere subito e francamente i sacrifici che noi ci sentiamo in dovere di fare… Questa nuova procedura deve essere considerata un’altra prova della fiducia assoluta che l’Italia nutre nel senso di giustizia e di comprensione degli Stati Uniti». Ma, onorevole De Gasperi, ella nutriva questa fiducia ed io non posso, né voglio in alcun modo dubitare della buona fede con cui ella si rivolgeva al ministro degli Esteri americano. Ma ella non aveva, mi pare, modestamente, il diritto di dire che l’Italia nutriva la stessa assoluta fiducia «nel senso di giustizia e di comprensione degli Stati Uniti». Ella non aveva il diritto di instaurare questa <nuova procedura» che consisteva addirittura nel dichiarare che all’Italia da voi rappresentata -e alla quale, pertanto, non si poteva fare nessuna delle colpe che potevate ritenere di attribuire all’Italia precedente -voi aveste il dovere di far fare dei sacrifici i quali poi, a chiare lettere, colpivano l’esistenza di almeno 80.000 italiani. Da quest’ impostazione politica -che discende da una concezione completa- mente astratta dei rapporti internazionali secondo cui, da parte dei nostri amici o alleati, vi sarebbe per principio tutta la buona fede di questo mondo -da questa impostazione politica sono nati tutti gli errori che via via ci hanno trascinato fin qui. Si è creduto di aver già creato quel mondo che si voleva creare. Si sono prese sul serio le famose quattro libertà; ma gli uomini che ne parlavano, ne parlavano soltanto per arruolare mercenari in tutte le parti del mondo. Ma ora basta. Ora, dopo questa dolorosa esperienza, ci siamo guardati in faccia tutti. Sappiamo che nel mondo non esistono vincitori né vinti. Il truculento e orgoglioso Winston Churchill diceva agli italiani: voi pagherete il biglietto di ritorno. Lo sta pagando lui, lo ha pagato in lire sterline qualche mese fa, quando ha mandato un avvocato per difendere il maresciallo tedesco Von Manstein. Tutto ciò è divenuto chiaro. Volete rifuggire dai grandi esempi? Prendiamone uno più vicino a noi. Vediamo quanto sta accadendo nella Germania di Bonn. Il presidente del Consiglio, Adenauer, è un democristiano. La stampa, cosiddetta democratica, italiana si è scandalizzata perché egli ha osato intonare il Deutschand uber alles. Egli si è alzato in piedi quando la banda….”

SFORZA: ” Ministro degli affari esteri. Non lo si è cantato! È stata cantata semplicemente la terza strofa, che è un inno alla libertà, strofa che era stata proibita da Hitler. “

ALMIRANTE: ! Hanno cantato la parte epurata; poi, disepureranno anche il resto. Ma posso ricordare anche un altro episodio. Al Parlamento tedesco si levò a parlare un deputato comunista, Reimann, che sostenne fossero giuste le frontiere attribuite alla Germania sul lato orientale, nei confronti della Polonia. Da quell’ affermazione derivò un indescrivibile tumulto. I deputati di tutti i partiti si lanciarono contro il Reimann per aver pronunziato un’affermazione antinazionale. (In Germania queste cose accadono ancora, e non credo sia male per il popolo tedesco che accadano). Placato il tumulto, il presidente Adenauer dichiarò, a nome del governo, che deplorava vivamente quella frase pronunciata nel Parlamento tedesco, e prendeva l’impegno di fare ‘in modo che il Parlamento tedesco non dovesse essere, in avvenire, disonorato come in quel momento. È un democristiano che parla in questo modo. Vediamo come parla il suo antagonista, Schumacher, vecchio antinazista, che è stato nei campi di concentramento di Hitler. In un comizio, rimasto famoso, in occasione delle recenti elezioni germaniche, egli ha dichiarato: «Io sono nazionalista, perché soltanto così so e sento di difendere il mio paese». Dobbiamo noi crocifiggere uomini che fanno affermazioni di tal genere? Fanno forse male alloro paese? Hanno forse nociuto al reinserimento della Germania di Bonn nell’Europa e nel mondo? Lo hanno ritardato? Con quali intendimenti gli anglosassoni stanno guardando alla Germania? Mi pare obiettivamente constatabile che uomini di tal genere, che osano parlare in tal modo, sia pur cantando strofe epurate, ma affermando fermamente i diritti del popolo tedesco, giovino nettamente e fortemente al loro paese. Questo è un argomento di pubblica discussione. Lo si ammette sui nostri giornali. Grazie a questi uomini, la Germania si sta reinserendo in Europa e nel mondo forse più rapidamente dell’Italia.”

BELLA VISTA: “Si inserirà venendo a Strasburgo.”

ALMIRANTE: “E’ da dubitare che a quel paese si oserebbe infliggere un trat tamento come quello che riguarda noi per Trieste. In sostanza -ed è questa la parte positiva che esce dalla critica precedente – in sostanza, noi rileviamo un terribile complesso d’ inferiorità da parte di chi ci governa; è il complesso d’ inferiorità che chiamerei della sconfitta, della disfatta. Si rimane immersi nel clima della disfatta e non si ha il coraggio di uscirne. Ma il popolo italiano n’ è già uscito per tre quarti. Al popolo italiano si può e si deve parlare altro linguaggio di quello che si parlava nel 1945. È passata dell’acqua sotto i ponti, si è ricostruito nelle coscienze e si è ricostruito nel morale. Parlare di nazione non è più un delitto, e non è un delitto, neppure il nazionalismo così come oggi può essere concepito. Si dice (imperialismo»; ma chi può essere tanto idiota in Italia da concepire un nazionalismo a carattere imperialistico, o chi potrebbe determinare intorno a sé un moto di coscienze su basi così chiaramente illusorie e pazzesche? In ben altro senso noi parliamo di nazione e di nazionalismo. Noi domandiamo: è vero o non è vero che, per giungere a quella famosa Europa, di cui tanto si parla, è necessaria una politica italiana autonoma ed indipendente, ed è necessaria l’esistenza di un’Italia veramente autonoma ed indipendente? È questo obiettivamente vero? Ed allora, conseguenza di ciò è la necessità di una politica italiana autonoma ed indipendente, che non sarà soltanto una politica nazionale, ma una politica europea, e cioè la sola politica europea che noi possiamo concretamente fare. Non si fa una politica europea andando a parlare a Strasburgo e non risolvendo con i fatti il problema di Trieste. Si dice ancora: è vero o non è vero che, per giungere ad una vera Europa autonoma, è necessario praticare una politica euro-africana; ed è vero o non è vero che per praticare una politica euro-africana il popolo italiano ha una missione dominante? E, se questo è vero, quando si rivendica in termini nazionali, e sia pure nazionalistici, il diritto del popolo italiano a colonizzare l’Africa, si fa una politica europea, si fa l’unica politica europea che si possa fare. Capisco che è difficile -e lo dico con molto rammarico -convincere gli altri ad uscire da questo torpore che paralizza tutti i vostri movimenti. Ma, siccome si va continuamente parlando di gioventù aggressiva, e ne ha parlato anche l’onorevole Presidente del Consiglio, il quale al Senato, il primo marzo, riferendosi ai nostri giovani diceva di apprezzare da un lato i nobili sentimenti di questa nostra gioventù nazionale, ma di ritenere per certo che questo nazionalismo diventa «fatalmente aggressivo e guerriero», io questo «fatalmente», onorevole De Gasperi, nella situazione odierna, conoscendo intimamente, per averla vissuta, l’esperienza di questa gioventù , io questo «fatalmente» lo considero da parte sua un errore d’ incomprensione. Nessuno, può credere a nostre mire aggressive, né orientamenti nazionalistici in questo senso potranno allignare in seno alla gioventù italiana; ma fra il non aggredire ed il lasciarsi prendere a calci o a buffetti, sia pure elettorali, ci corre una bella differenza! È in nome di questa differenza che noi reclamiamo una diversa politica nazionale. D’altra parte, una tale politica si può fare solamente con gli italiani, perché non è la politica della Russia e nemmeno la politica dell’ America, sebbene in ultima analisi sarebbe l’unica politica che potrebbe giovare alla Russia e all’ America. A questo punto, un oratore comunista direbbe, come molte volte ha ripetuto l’onorevole Togliatti, rivolgendosi a voi: ma tale politica non la potete fare. Io mi limito a costatare che questa politica non la fate e sembra, non abbiate intenzione di farla; e questo è estremamente grave, perché è inutile (voglio fare an ch’io un poco il manzoniano) andare cercando lontano: bisogna scavare vicino, qui è la chiave della soluzione di tutto il problema, sia pure una lenta, ostinata, tenace soluzione; ma essa è qui, nel popolo italiano. Non si può fare una politica estera che non sia connessa ad una determinata politica interna, e voi che fate una politica estera di generosità, sia pure d’ involontaria generosità, dovreste almeno cercare di accompagnarla con una politica interna d’ autentica distensione e d’ uguale generosità: allora la cosa potrebbe forse passare. Ma quando voi vi voltate verso l’interno, allora le cose cambiano, e parlate davvero di politica di fermezza e d’ autorità, e allora montate a cavallo. Io vi dico: qualche volta, cercate di montare a cavallo anche quando trattate con gli stranieri, e scendetene quando conversate con gli italiani. Ho accennato anche a possibilità d’ iniziative concrete. I nostri fratelli di Trieste hanno chiesto un passo presso l’ONU, hanno chiesto il ricorso alla conferenza dei quattro ambasciatori, ed a questo riguardo io ricordo che anche a proposito delle opzioni io chiesi il ricorso alla conferenza dei quattro ambasciatori; mi fu data formale assicurazione, e non so se il ricorso sia avvenuto. Queste sono iniziative concrete, sì, possibili anche, ma che si traducono, poi, nell’inutile formalità di una protesta. Noi chiediamo qualche cosa di più, ed ancora una volta i colleghi democristiani saranno lieti di apprendere che io non mi faccio alcun’illusione circa la possibilità che questa nostra richiesta sia accolta dal Governo, ma al tempo stesso ritengo di rendere un servizio al paese facendola responsabilmente qui dentro, a nome di un numero d’italiani molto maggiore di quanto non crediate, perché non si tratta soltanto degli italiani che aderiscono al nostro movimento, ma degl’italiani, che sentono profondamente il problema di Trieste e la dignità del nostro paese. Noi chiediamo formalmente che il Governo denunci il trattato di pace. Non vi è da inorridire, perché una richiesta dello stesso genere è stata avanzata per altro motivo, meno drammatico di questo, nell’altro ramo del Parlamento, qualche mese fa, e nessuno inorridì. Se ben ricordo, la risposta del Governo fu allora molto equilibrata al riguardo. Allora fu chiesta la denuncia del trattato di pace per violazione esplicita del trattato stesso da parte delle altre potenze contraenti. Nel preambolo del trattato di pace è detto che tra le finalità del trattato vi è quella di stabilire relazioni amichevoli, dopo avere regolato le questioni pendenti, e fare entrare l’Italia nell’ONU. A questo impegno primordiale, che avrebbe dovuto tradursi in una più decisa difesa dei nostri interessi, le altre potenze non hanno ottemperato per motivi che non riguardano noi, che non concernono noi, che non sono attribuibili a noi, ma unicamente alla responsabilità delle altre potenze contraenti. Gli altri contraenti hanno, dunque, mancato ai loro impegni. Oggi noi siamo in presenza, da parte dei maggiori degli altri contraenti, di una condotta politica che aggrava questi precedenti e che denunzia, da parte loro, una sistematica insensibilità, una carenza d’ interessamento di fronte ai diritti sacrosanti del popolo italiano. Vi è, fra l’altro, un particolare umoristico: nel trattato di pace è stabilito che l’ Italia risponde anche dei danni che le Nazioni Unite subirono nel Territorio Libero di Trieste. Noi rispondiamo dei danni che essi subirono; ma i nostri danni? E del grave danno che deriva all’Italia da questo modo di trattarla, ingiurioso, inverecondo, di questo danno chi ne risponde? È mai possibile che il Governo italiano si limiti alla solita protesta diplomatica e ai soliti passi diplomatici? Nuocerebbe all’Italia, non solo al prestigio dell’Italia -non sto, quindi, reclamando una politica di prestigio -ma alla autentica difesa dell’Italia, agli interessi italiani, nuocerebbe una decisa denunzia da parte del Governo e del popolo italiano -perché in questo caso il popolo sarebbe accanto al Governo -del trattato di pace? Noi riteniamo di no. Noi invitiamo il Governo a prendere in seria considerazione questa proposta, che non nasce né da noi singoli, né dal nostro partito, ma è fortemente sentita in larghi strati della popolazione italiana. Io ho un sospetto, che non vuole essere offensivo per nessuno: cioè che il problema di Trieste non sia sufficientemente sentito, non sia compreso fino in fondo dagli uomini politici italiani. Però coloro che furono a Trieste durante le elezioni dello scorso giugno l ‘hanno indubbiamente compreso; perché non fu una battaglia elettorale, non fu passione politica, fu una specie d’ epopea nazionale. Trieste in quei giorni restituì all’Italia ciò che dall’Italia aveva avuto trenta anni prima. E lo deve ricordare particolarmente bene l’onorevole Presidente del Consiglio che di quella epopea nazionale ebbe l’avventura di vivere l’atto supremo, la consacrazione suprema: la sera del 10 giugno in piazza Unità è rimasta incancellabile nell’animo di tutti coloro che hanno avuto la grande sorte ed il grande privilegio di viverla insieme col popolo triestino. Era sentimento? No, era un atto di storia, era un fatto storico fondamentale nella vita del nostro paese. Trieste quella sera, in quei giorni, celebrò la sua vittoria, che non fu vittoria politica, ma vittoria storica. Trieste riconsacrò l’Italia a se stessa. Da Trieste partì in quei giorni una luce, che chiari a molti italiani, che in questi anni ne avevano perduto la nozione ed il ricordo, cos’è la nazione, cos’è la patria, cosa significa amare l’Italia. Trieste vinse allora, e noi siamo sicuri che Trieste vincerà ancora. Trieste ha ricordato agli italiani, ha radicato nuovamente negli italiani, anche nei più riottosi, il senso vivo della nazione. Trieste, nell’ambito internazionale, saprà ricordare agli europei, agli uomini civili europei e di tutte le parti del mondo, il senso vivo d’ Europa, della sua civiltà, della sua lotta contro ogni barbarie.”

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