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Seduta del 7 novembre 1950

Sovranità piena dell’Italia

Il Patto Atlantico torna alla Camera dei Deputati per la presentazione di mozioni ad esso collegate. Almirante interviene anche in questa occasione e pronuncia un discorso teso a rivendicare i diritti dell’Italia nel contesto internazionale insieme con «la vigile e concorde difesa della nostra indipendenza e della nostra pace». È un discorso che punta sulla costruzione dell’Europa e sul ruolo italiano nella crescita del vecchio continente, in un momento storico in cui è fortissima l’influenza dei blocchi dell’Est e dell’Ovest. È un richiamo alla coscienza nazionale

ALMIRANTE: “Onorevoli colleghi, signori del Governo, un giornalista (evidentemente assai bene informato!) ha scritto nei giorni scorsi, preannunciando questo mio intervento, che, pur muovendo da premesse diversissime da quelle dell’onorevole Nenni, io sarei giunto presso a poco alle medesime conclusioni.

Devo smentire il giornalista, perché la tesi che io sosterrò dinanzi a voi consiste esattamente nel rovesciamento di quella espressa nella mozione Nenni.

Nella mozione Nenni è scritto che l’esercito unico atlantico menoma la nostra sovranità nazionale. La nostra tesi è che la menomazione, già in atto, della nostra sovranità nazionale non ci consente, sul piano politico e sul piano militare, una adeguata difesa dei diritti e della indipendenza del nostro paese. La nostra tesi è ancora, per quanto riguarda i riflessi interni, il retrofronte (che purtroppo è diventato non meno importante del fronte), che finché nel retrofronte continua a sussistere un vero e proprio diktat nei riguardi di una parte del paese, resta in piedi una situazione di ineguaglianza morale, di ineguaglianza giuridica che non può non avere gravi ripercussioni sull’efficienza del paese intero.

Quando noi sosteniamo che la Repubblica italiana non gode oggi pieni diritti di sovranità, molti fra i nostri avversari politici si stupiscono, arricciano il naso. Infatti, i più sono soliti interpretare il concetto di sovranità su un piano esclusivamente formale. Dal punto di vista formale non vi ha dubbio che l’Italia è oggi un paese sovrano. Ma a noi questa sovranità formale, della quale molti si preoccupano (di solito le sinistre stesse, perché ad esse è piuttosto incomodo scendere sul piano che consente troppo facili, troppo ovvii, troppo banali, ma stringenti raffronti della sovranità sostanziale), a noi, dicevo, questa sovranità formale interessa assai poco; ci interessa molto la sovranità sostanziale, a proposito della quale noi non possiamo non ribadire, in questa occasione, un concetto che molte volte abbiamo espresso qui dentro, vale a dire che tale sovranità sostanziale è venuta meno nel momento stesso in cui in quest’aula è stato ratificato un trattato di pace che non era e non è un trattato di pace, ma un vero e proprio diktat. Esiste, è in atto un conflitto mortale fra la sovranità italiana e il trattato di pace che è stato imposto all’Italia; esiste, è in atto un conflitto ugualmente mortale, anche se in apparenza talora meno drammatico, fra il diktat, che continua a gravare sul nostro paese, e la politica cosiddetta atlantica e qualsiasi politica di alleanze che il nostro paese possa contrarre e condurre.

Molte volte, per mettere in rilievo i progressi che il nostro paese avrebbe fatto nell’ambito internazionale, si è posto e si pone l’accento sull’importanza della nostra ammissione nella comunità dei paesi liberi. Noi non neghiamo tale importanza, anzi proprio noi abbiamo posto in rilievo che l’unica clausola favorevole del trattato di pace, cioè il nostro diritto di essere presenti all’ONU, non è stata realizzata per colpa altrui. Ma più importante, più sostanziale che l’ ammissione, è la funzione che un popolo può esercitare in una comunità internazionale. Ed è su questa che bisogna porre l’accento.

Voi sapete, onorevoli colleghi, che non da oggi, come dicevo, noi stiamo sostenendo qui dentro e fuori di qui questa tesi.

Non è inutile credo che io richiami le occasioni più importanti, più solenni nelle quali l’abbiamo sostenuta, perché esse si collegano agli indirizzi della nostra concezione in politica estera, e, purtroppo, anche a tappe non felici della politica estera del Governo.

Nel 1948, all’inizio della legislatura, proprio la prima volta che avemmo occasione di intervenire qui dentro in materia di politica generale, noi reclamammo dal Governo, per quel che concerneva la politica estera, una impostazione revisionistica nei confronti del trattato di pace. Ci fu risposto dal Presidente del Consiglio con la formula della revisione elastica: formula fino allora inedita, e che ci apparve piuttosto strana, ambigua, curiosa. Quella formula, lì per lì, sembrò placare molte apprensioni. Ci accorgemmo poi, strada facendo, che l’importante non era tanto che la revisione fosse «elastica», ma che qualcuno, nell’interesse del nostro paese, tirasse l’elastico. Questo non è avvenuto; e non vi è da meravigliarsi se pochi giorni or sono l’ambasciatore americano in Italia ha dichiarato che non si pone il problema della revisione di alcune clausole (egli alludeva, evidentemente, alle clausole militari) del trattato di pace con l’Italia.

Il problema non si pone perché nessuno lo pone, perché non lo pongono coloro che avrebbero il diritto e il dovere di porlo.

Una seconda volta impostammo questo problema quando il Governo chiese alla Camera l’autorizzazione a trattare la sua entrata nel Patto atlantico. Allora presentammo un ordine del giorno nel quale si chiedeva che il Governo impostasse trattative per ottenere una revisione del trattato di pace, e particolarmente di quelle clausole militari, di quelle clausole politiche e di quelle clausole morali che erano in insanabile contrasto non tanto e non soltanto con quella alleanza, ma con qualsiasi politica di alleanze, in qualunque senso.

Ci fu risposto allora personalmente dal Presidente del Consiglio che una simile richiesta, in quel momento, non sarebbe stata operante; e, in verità, nessuna richiesta in tal senso fu fatta, a quanto ci risulta, dal nostro Governo.

Finalmente, in una più recente circostanza, quando una volta tanto sembrò che tutti i settori della Camera fossero unanimi (si trattava di Trieste, si trattava del cosiddetto territorio libero, si trattava di difendere, almeno a parole, i diritti del nostro popolo in una delle zone maggiormente doloranti e colpite), in questa ultima circostanza andammo oltre e chiedemmo ci sembrava giusto chiederlo la denuncia del trattato di pace. Il Governo, per bocca del ministro degli Esteri, ci rispose con un «forse» appena modulato, seguito da tanti puntini di sospensione. È passato del tempo, il «forse» è stato cancellato dagli avvenimenti, poi sono stati cancellati anche i puntini di sospensione. Siamo ritornati così al punto fermo. Tanto è vero che il ministro della Difesa, onorevole Pacciardi, ha dichiarato pochi giorni or sono ad una agenzia americana, se non erro, che il nostro Governo sarebbe stato molto contento di vedere l’esercito di Tito entrare nell’alleanza militare atlantica, purché egli ha detto si risolvesse il problema di Trieste.

A questo riguardo, io ebbi già a dire che chiunque pensasse che gli eserciti di Tito possano mai marciare da occidente verso oriente, commetterebbe un tragico errore, perché gli eserciti di Tito, gli eserciti jugoslavi, gli eserciti slavi marcerebbero sempre (è una forza naturale, che va oltre qualunque contingenza politica, qualunque accordo, qualunque patto) da oriente verso occidente. La loro mèta è quella.

Ricordo, e credo non sia una indiscrezione il ricordarlo, che il ministro degli Esteri assentì ripetutamente quando così mi esprimevo. Ora il ministro della Difesa sembra si sia dimenticato di tutto questo, e si sia espresso con molta leggerezza intorno ad un problema che non è soltanto un problema di Governo ed un problema politico, ma una questione vitale che concerne la carne e il sangue del popolo italiano.

Debbo aggiungere e del resto è evidente che non soltanto noi abbiamo agitato più volte questo problema: è un problema che in generale l’opinione pubblica sente profondamente; è uno dei pochi problemi in merito ai quali l’opinione pubblica italiana si è mostrata sensibile. A parte i riflessi generici della opinione pubblica, ho dinanzi a me il titolo con il quale un giornale, abbastanza vicino al Governo, tanto da essere considerato da taluni addirittura come ufficioso Il Giornale d’Italia

si esprimeva pochi giorni or sono; un titolo su parecchie colonne, drammatico: «L’Italia è con le mani legate il diktat vieta la costruzione di navi da guerra, di cannoni e di mortai che il Comitato della difesa voleva affidare alle maestranze italiane». E per citare una testimonianza ancora più diretta ed autorevole, il Presidente del Consiglio, nella seduta del Senato del 3 maggio, ebbe a dichiarare: «Il Patto atlantico non avrebbe senso se il principio di libertà e di democrazia che esso si impegna a difendere contro eventuali attacchi esterni, non ispirasse anche ogni valutazione di rapporti tra le nazioni stesse». Non ho che da riprendere questo concetto, senza togliergli una virgola, senza mutar nulla, e chiedere alla sensibilità del Presidente del Consiglio, alla coscienza responsabile di questo Parlamento se l’Italia sia oggi in una siffatta situazione, e se quindi l’alleanza alla quale noi siamo impegnati abbia un senso, e quale senso possa avere l’alleanza fra chi libero è e chi libero non è, fra chi sovrano è e chi non lo è, l’alleanza fra chi comanda e chi obbedisce. Tali alleanze hanno un nome nella storia ed una funzione, che non è certamente quella che il Presidente del Consiglio auspicò al Senato.

Debbo inoltre far rilevare che questa nostra impostazione non è, come parecchie volte è stato detto polemicamente, un’, astratta e generica impostazione, una impostazione da utopisti, da sognatori: i soliti ragazzi del MSI che hanno il torcicollo e guardano all’indietro. No, qui si tratta esattamente del contrario; si tratta di una impostazione realistica, concreta, aderente ai fatti; ed è facilissimo dimostrarlo. È facile dimostrarlo per quanto concerne la interpretazione politico-militare che si deve dare al trattato di pace imposto all’Italia ed al suo permanere in vigore. Ricordate le caparbie (sembrarono assurde) insistenze della Francia per quelle tali piccole rettifiche sui nostri confini occidentali; avete presenti perché sono più recenti, e sono purtroppo continue le amnesie britanniche relativamente al nostro problema orientale, al trattamento fatto all’Italia sui confini orientali. Collegate questi atteggiamenti, e ne avrete una sola spiegazione, una sola interpretazione della funzione strategica del trattato di pace imposto all’Italia. Il trattato di pace è stato imposto all’Italia presupponendosi la Valle padana indifesa e indifendibile, presuponendosi l’Italia terra di nessuno. È questa la impostazione dalla quale partirono, imponendocela; e finché il trattato di pace resta in vigore è questa la impostazione dalla quale partono, alla quale restano ancorati coloro stessi che ci chiedono di difendere l’Europa, la civiltà e tanti altri purtroppo molte volte astratti e generici concetti.

E il presupposto politico? Pensate alla storia dolorosa delle trattative, cosiddette tali, che condussero al trattato di pace; pensate soprattutto alla storia di questi anni, al trattamento inflittoci non soltanto in problemi di grande importanza, ma anche in problemi d’ importanza veramente trascurabile.

Abbiamo esempi di questi giorni: il vero e proprio reato di appropriazione indebita, di spoliazione, che è stato commesso nei confronti degli italiani di Libia, dei meravigliosi coloni italiani di Libia. Vi sembra forse che ciò faccia parte di una politica, non dirò di alleanza, non dirò di amicizia, non dirò di buon vicinato, non dirò neppure di reciproco rispetto, ma di una politica accettabile da parte di un paese sovrano? Questa è la politica che si può condurre solo nei confronti di sudditi.

Questo è solo un esempio; vi sono gli esempi di Eritrea, che, forse, sono ancora più dolorosi; e ve ne sono tanti altri. Non vi sono, purtroppo, gli esempi in contrario: non vi sono purtroppo, in questi anni di alleanza, di amicizia e di dolci paroline, esempi di gesti concreti, anche piccoli, compiuti per dimostrare tangibilmente che l’alleanza non è una vuota formula, che l’amicizia non è una vana parola; non vi sono. Vi è una serie di menomazioni dei nostri diritti e della nostra dignità; e non in quanto questo è grave il nostro paese abbia condotto o tentato di condurre una politica di dignità, una politica di prestigio Dio ne guardi! o una politica di forza per carità! Ma siete stati buoni, gentili, educati, democratici: avete incassato «le sculacciate di Ernestino» e tante altre ingiurie veramente con una serenità e con un candore, che molti vi hanno invidiato in ogni parte del mondo.

Mai si è visto un Governo e, credo, un ministro degli Esteri così docile nei confronti di certi arroganti atteggiamenti altrui. Non so se questo sia un merito o un demerito. Giudichi lei, onorevole Sforza, come vuole; giudichi il paese. Comunque, è un dato di fatto: e i risultati sono quelli che sono.

Tali risultati interferiscono direttamente anche sul problema del quale ci stiamo occupando. Leggevo l’altro ieri sui giornali un comunicato che, se esatto, non può non preoccupare il Governo italiano e l’opinione pubblica italiana; leggevo che il ministro francese Petsche ha annunziato che alla Francia è stato già assegnato il 50 per cento della somma messa a disposizione dagli Stati Uniti per aiuti straordinari P.A.M. e che, essendoci le quote già riservate per l’Inghilterra e per gli altri paesi, non si sa (concludeva l’informazione apparsa su un giornale di parte governativa), quello che possa restare all’Italia.

È una situazione che non può non preoccupare, perché noi non siamo qui dentro, come altri sono qui dentro, per fare il giuoco in fin dei conti, a lungo andare, sciocco e inutile del rimbalzello delle responsabilità; siamo qui per esaminare, dal nostro punto di vista, che voi non condividete affatto, ma che è punto di vista italiano… (Interruzione del ministro Lombardo). Onorevole ministro, non sia scettico, perché potrebbe avere, come ha già avuto o avrebbe dovuto avere, dure delusioni da amici e collaboratori che ella riteneva italiani. È alla prova del fuoco che si vedono gli uomini. Attenzione! Certe strade sapete dove conducono, ed avreste dovuto pentirvi sufficientemente. “

LOMBARDO (Ministro del commercio con l’estero). “Alle «S.S.». “

ALMIRANTE: “Di fronte a tali preoccupazioni concrete, obiettive, l’onorevole Presidente del Consiglio va da tempo ripetendo il suo motto, che non è privo di efficacia: «Guai ai soli!». Lo ha detto anche recentemente. D’accordo: «Guai ai soli!». Ma, onorevole Presidente del Consiglio ed onorevole Sforza, se a seguito della vostra politica finissimo per trovarci proprio soli sullo scacchiere europeo, se questa vostra politica atlantica (un po’ troppo atlantica, un po’ troppo decentrata) finisse, come da qualche indizio si potrebbe non dico credere ma temere, per isolarvi proprio in Europa?

Degli atteggiamenti francesi si è parlato molto qui dentro. Se ne è parlato ultimamente qualche mese fa, quando erano atteggiamenti giornalistici, accademici. Disse, infatti, allora l’onorevole ministro degli Esteri: cose senza importanza, manifestazioni di intellettuali che non hanno capito nulla. Oggi l’onorevole Nenni ci ha spiegato che hanno capito tutto soltanto i russi ed i loro amici e che gli altri non hanno capito niente.

Ma a parte l’aver capito o meno, è un dato di fatto che determinati fenomeni, che qualche mese fa erano soltanto serpeggianti in certi settori non bene identificati dell’opinione pubblica europea, tanto che l’onorevole ministro degli Esteri poté dire allora che in Francia erano soltanto certi ambienti «petainisti» a sostenere tesi neu-traliste, oggi non sono più fenomeni isolati ma orientamenti che pesano a tal punto nelle decisioni governative da mettere in mora come è accaduto nella recente conferenza di New York il meccanismo del Patto atlantico.

Anche l’Inghilterra, sebbene qui dentro si cerchi di rappezzare il rappezzabile, solleva delle riserve di carattere sostanziale e non formale. Le ha sollevate in un altro settore, e precisamente in merito alla prospettata e progettata unione europea; ma le ha sollevate, le mantiene, le consolida. E, quando pensate che il ministro inglese Dalton qualche giorno fa, coerentemente a quello che è stato il costante indirizzo del suo popolo, comunque sia stato rappresentato, ha dichiarato: «Prima di essere socialisti noi siamo inglesi», voi avete non dico un indizio ma la certezza (e questo

lo sanno coloro che si occupano sia pure superficialmente di politica estera) che trattando con l’Inghilterra bisogna tenere a priori presente questo permanente orientamento nazionalistico dei suoi uomini politici responsabili.

Si dice: ma per un importantissimo settore europeo la Germania vi è stato

il recente viaggio del ministro segretario del partito, che si è recato a Bonn (purtroppo non a Berlino, per adesso) per ricostituire l’«asse» Roma-Berlino. Notizie di tal genere capirete mi riempiono di legittima commozione. Non mi allarmo, come altri settori, non vedo fantasmi; vedo soltanto la storia che cammina, malgrado tutto, malgrado tutti gli errori e tutte le malvagità comunque commesse. La storia cammina, ed i popoli vanno per la loro strada. Non mi allarmo affatto, ma attraverso il testo ufficiale della intervista concessa dal Presidente del Consiglio germanico Adenauer al segretario del partito democristiano, onorevole Gonella, rilevo questa tipica frase di Adenauer, che potrebbe rappresentare il suo biglietto da visita: «La Germania, ricevuti uguali diritti, è pronta ad assumersi doveri uguali a quelli degli altri Stati».

Si è speculato, anche in quest’aula, su una presunta grande divergenza di vedute in Germania in merito alla politica estera tra Adenauer a Schumacher, fra il settore democristiano ed il settore socialdemocratico. Rilevava un giornale del pomeriggio, bene informato, che tale divergenza è più apparente che reale.

Andando al fondo si trovano le stesse impostazioni, che sono impostazioni ger-maniche, nazionali, come guarda caso in Inghilterra, come in Francia. Tanto è vero che Schumacher ha dichiarato: «La patria tedesca non deve venire offerta in

sacrificio per altri paesi». È una affermazione più dura, più drastica, ma il contenuto sostanziale, il tema politico è identico a quello della dichiarazione del presidente Adenauer.

E il generale Guderian un altro spettro che spaventa qualcuno; ma non vi spaventate: è il valore tedesco, un valore concreto, un fattore permanente della storia europea che non si può cancellare, che si può cercare di orientare, ma non cancellare o ignorare e il generale Guderian ha dichiarato: «Nessun tedesco accetterà mai di servire come mercenario!». Questa è in Germania la traduzione militare e morale delle altre due espressioni, e ancora una volta siamo sullo stesso tema politico. In proposito vi citerò brevemente alcuni giornali che appartengono a varie correnti. Il giornale Hamburger Freie Presse, indipendente, scrive: «Non si tratta di un problema militare, ma politico, dal quale si possono dedurre conseguenze militari. Sul piano politico si pongono tre problemi: primo, sovranità tedesca; secondo, uguaglianza tedesca; terzo, sicurezza tedesca. Senza sovranità tedesca non può esistere un esercito tedesco; senza uguaglianza tedesca non può esservi partecipazione della Germania all’internazionalizzazione del continente; senza garanzia di sicurezza la Germania non potrebbe assumere la difesa della Europa occidentale».

Un altro giornale germanico, e questo di parte liberale, la Deutsche Zeitung, scrive: «La Repubblica federale tedesca non è una colonia, né un terreno per manovre delle potenze occupanti…».

Un altro giornale, l’ A achener Volkszeitung, scrive: «Il problema della partecipazione tedesca ad un esercito europeo non dovrebbe venire discusso se non dopo la riabilitazione di fronte alla nazione e al mondo dell’onore e dei diritti del soldato tedesco». E la rivista Kòlnische Rundschau scrive: «La sicurezza prima di tutto, dichiarò un giorno un uomo di Stato britannico. Europa prima di tutto, possono rispondere oggi i tedeschi!». Già, Europa prima di tutto, ma non quella artificiosa di Strasburgo, bensì l’Europa viva, l’Europa vivente, la Europa autentica degli europei che hanno fatto il loro dovere fino in fondo, che hanno creduto nell’Europa, che credono nell’Europa e che sono pronti a combattere per l’Europa, ma con le loro uniformi, non con divise mercenarie! Badate, non crediate che siano questi motivi astratti, generici, sogni, illusioni, utopie di giovani che rievocano il passato perché hanno sofferto.

C’è ben di più! Questo è un lievito morale europeo, è un lievito morale perché questa gente, quella che parla in Germania tale linguaggio, quella che parla in Francia nello stesso modo, quella che parla in Italia pure nello stesso modo, questa gente non ha da chiedere scuse a nessuno e non subisce complessi di inferiorità, ma rivendica l’onore di quello che ha fatto, perché lo ha compiuto in buona fede!

L’altro giorno, a Torino, il ministro Scelba che mi perdonerà se colgo qui l’occasione di straforo per fargli un po’ quel contraddittorio che democraticamente non ha ritenuto di concedere ha creduto di scoprire qualche cosa di scandaloso nei confronti della nefasta politica del nefasto regime, rilevando che il regime fasci-

sta fu il primo a riconoscere la Russia sovietica. E noi diciamo: rovesciamo un po’ questo argomento, e vedremo che i riconoscimenti sono sempre scambievoli: infatti la Russia sovietica riconobbe anch’essa il regime fascista. E non fu la sola a riconoscerlo, ad esaltarlo. Quanti furono! Questo è stato detto molto più autorevolmente già al Senato. Quanti! Proprio fra i puritani di Ellis Island, che ritennero comodo, conveniente, utile esaltare quel regime, come poi è stato comodo, conveniente, utile per essi condannarlo! Ora gli europei dei quali parlo io, complessi di inferiorità, ripeto, non ne hanno, perché non vedono la situazione come la può vedere il ministro Scelba, il quale, indubbiamente, durante i venti anni di regime, non era, come io credevo fosse, pacifico avvocato in quel di Roma; no, doveva essere all’altro mondo e non sapeva queste cose semplici, banali, che si rilevano anche dalle collezioni dei giornali, che tutti sanno.

Gli europei dei quali parlo io hanno vissuto, hanno sofferto quella realtà, altre realtà, e non è facile abbindolarli con argomenti comiziali, indegni di uomini di Governo.

Non è soltanto un lievito morale; è anche un lievito politico, è anche un orientamento politico, perché la gente della quale sto parlando non bada alle formule alle quali, a sue spese, ha imparato a non credere più ma guarda alla realtà, che sta esaminando spregiudicatamente. Per esempio, molti ci dicono: «Avete appreso qualcosa dalla lezione di Corea?». Credo che ce lo abbia detto anche in vari discorsi il Presidente del Consiglio. Noi rispondiamo: sì, abbiamo appreso qualcosa dalla lezione di Corea, abbiamo appreso diverse cose, a parte i risultati e le conclusioni intorno ai quali occorrerebbe esser molto prudenti. Intanto, abbiamo appreso che certi ambienti politici e non politici italiani sono caduti veramente in basso. Lo abbiamo appreso passando talvolta, verso l’ una del pomeriggio, accanto a qualche caffè con altoparlante, che trasmetteva il giornale radio: si formavano voi lo ricorderete: questo avveniva nei mesi estivi i capannelli intorno alla radio che trasmetteva. Vi erano i capannelli dei filoamericani che, quando le cose andavano bene per Mac Arthur, si gonfiavano e guardavano dall’alto in basso i capannelli dei filorussi: e vi era il capannello dei filorussi che, quando i coreani del nord vincevano, guardavano dall’alto in basso i filoamericani. Vi era poi qualche rapido e sdegnoso passante italiano che guardava gli uni e gli altri con un’aria di profonda, sì, di profonda pietà, perché gli uni e gli altri non si erano accorti di essere diventati scimmie, di non essere più uomini nell’istante in cui si comportavano da trionfatori verso altri italiani, per eventi così lontani dai nostri confini e dai nostri concreti interessi.

La lezione ci ha insegnato però cose più importanti: ci ha insegnato che le necessità strategiche, politiche, economiche sono l’unica determinante effettiva degli avvenimenti internazionali.

Si è detto: pensate, se l’Italia non avesse avuto il Patto atlantico, le sarebbe toccata la stessa sorte della Corea. Noi diciamo, molto più realisticamente: se anche la Corea avesse avuto dieci Patti atlantici, ma non avesse rappresentato per gli uni e per gli altri un interesse strategico così effettivo, un interesse politico così stringen-

te, oh, state certi che né gli uni avrebbero sprecato le loro forze per aggredire come si è detto né gli altri avrebbero sprecato le loro forze per liberare.

La storia ci ha insegnato in questi ultimi anni che si può rilevare ovunque l’assenza di ogni principio obiettivo e il trionfo del relativo. La storia è diventata una specie di dramma pirandelliano! E questa è anche la lezione della Corea, della quale bisogna tener conto.

Bisogna tenerne conto perché i fattori strategici, politici ed economici che hanno militato in pro dell’uno e dell’altro intervento in Corea, molto a maggior ragione militerebbero e militano in pro dell’uno e dell’altro intervento in Europa. Si tratta di fattori obiettivi, di fattori sostanziali: si tratta di storia, di geografia, di economia, di dati dai quali non si può prescindere, di dati dai quali non prescindono le grandi potenze mondiali nella loro lotta. Ed è in base a questi dati, in rapporto all’urto fra tali dati e tali interessi che si determinano gli eventi. Inoltre (non credo di insegnarvi proprio nulla di nuovo, assolutamente: ho semplicemente la modestissima presunzione di richiamare voi, me stesso se volete, tutti, a considerazioni le quali una volta tanto prescindano dalle solite parolone, dalle solite frasi fatte di libertà, di democrazia, di difesa della medesima, e ci conducano invece a toccare con mano quella che è la realtà dei nostri giorni, la realtà di sempre), la lezione della Corea ci ha anche richiamato alla mente, perché anche qui si tratta di una vecchia nozione, quella che è la prevalenza del fattore umano su qualunque campo di battaglia. Io ho letto recentemente qualche commento di critici militari, o così detti tali, i quali hanno l’aria di meravigliarsi perché ancora una volta si ripete quello che si è sempre ripetuto dalla guerra di Troia fino ai nostri giorni: vale a dire, al momento decisivo è l’uomo che determina il successo o l’insuccesso. E anche questa è una considerazione importante per quel che concerne i destini dell’Europa e i destini dell’Italia in particolare. Rifletteteci e cercate di trame tutte le conseguenze, tempestivamente.

E infine la lezione della Corea ci ha dato anche questo insegnamento tutt’altro che inedito: quale sia l’importanza fondamentale del retrofronte. È stato il ministro degli Esteri che qualche giorno fa ha dichiarato (spero se ne ricorderà nell’attuare la sua politica): «Non si tiene un territorio la cui popolazione non sia divenuta amica».

Sulla base di questi insegnamenti, sulla base di considerazioni, ovvie, se volete, ma di umane considerazioni, gli europei dei quali io parlo (sono molti, potrebbero anche essere la maggioranza, perché non sono chiusi nell’ambito di partiti, ma si dilatano ogni giorno di più in quelle che sono le correnti naturali, spontanee dell’opinione pubblica), gli europei dei quali io parlo dicono ai loro governi, e diciamo noi al Governo: volete o non volete tener conto delle naturali possibilità e necessità strategiche ed economiche del nostro continente, del nostro paese? Fin qui ci siamo sempre sentiti ripetere: l’Italia ha bisogno dell’America, oppure: l’Italia ha bisogno della Russia, l’Europa ha bisogno dell’America, oppure: l’Europa ha bisogno della Russia. Volete o non volete cominciare a ripetere, prima a voi stessi e poi agli altri, quella che è una grandissima e importantissima e fondamentale, anche se banale, verità: anche l’America ha bisogno dell’Italia, anche la Russia ha bisogno, dell’Italia, anche l’America ha bisogno dell’Europa, anche la Russia ha bisogno dell’Europa? Volete o non volete liberarvi dalle solite formulette in base alle quali gli americani avrebbero speso miliardi in Europa per generosità e i russi avrebbero impegnato tutto il loro potenziale militare e politico in nome del socialismo o del comunismo? Volete o non volete riportarvi sul terreno concreto e vedere se su questo concreto terreno vi sia, come vi è ancora, se pur siamo in ritardo, la possibilità di impostare sollecitamente e seriamente il problema della nostra difesa? Oppure preferite che si fabbrichino anche in Europa dei Ciang Kai Scek a ripetizione? Perché è la strada più facile la più semplice: è già stata percorsa, gli esempi non mancano, si ripetono e potrebbero ripetersi. Vi sembra che sia questa la via della saggezza? Riflettete a quello che è avvenuto: si trattava di un uomo, si diceva pieno di popolarità, di seguito, di prestigio, che discendeva da un ceppo tradizionalmente affermato nel suo paese; aveva, si diceva, all’inizio, la superiorità dei mezzi tecnici, aveva il denaro, aveva le armi, aveva il potere infine. Tutto questo è andato in frantumi, perché? Perché non si è tenuto conto dei fattori reali, non se n’ è tenuto conto in tempo. I comunisti esultino pure per considerazioni di tal genere, ne traggano auspici per le loro future affermazioni. Noi diciamo: verrà l’ora delle delusioni anche per loro, perché gli errori che sono stati compiuti da una parte sono già stati compiuti nell’impostazione generale anche dall’altra. È lo stesso errore, in sostanza, consistente nel presupporre che si possa condurre una politica mondiale sulla base di formule, non sulla base degli interessi concreti, reali, immediati dei popoli. È anche troppo evidente l’agganciamento fra queste considerazioni relative alla politica estera e le parallele, le analoghe considerazioni relative alla situazione interna del nostro paese.

Ho già avuto occasione di rilevare all’inizio che, purtroppo, il retrofronte è diventato importante non meno, forse più del fronte stesso. E ancora una volta, per togliermi quel cotal gusto del contraddittorio mancato, mi limiterò ad una osservazione: la situazione interna italiana, per quel che concerne le responsabilità governative in ordine al tanto dibattuto problema della pacificazione interna, potrebbe essere caratterizzata, ad esempio, da una vignetta un po’ umoristica, ma non tanto umoristica, perché si tratta sciaguratamente di cose assai serie, da una vignetta, dicevo, la quale presentasse da un lato il Presidente del Consiglio che si affanna almeno a parole, ché almeno delle sue parole gli dobbiamo dare atto a cancellare da una lavagna italiana il 38° parallelo; e dall’altro il ministro dell’Interno il quale si affanna non soltanto a parole, ma anche a fatti, coi provvedimenti di polizia a ricostruire, mattone su mattone, la linea gotica.

E qui debbo respingere dal nostro capo la veramente incongrua e turpe accusa di disfattismo che viene lanciata contro di noi anche da organi governativi. È vero, onorevoli colleghi, si è fatto molto disfattismo in Italia in questi ultimi anni, ma non lo abbiamo fatto noi. Si è fatto del disfattismo, e ne trovo traccia in una recente frase scritta proprio dall’onorevole Nenni sull’ Avanti! Sentite: «Come l’intervento nella seconda guerra mondiale fu imposto da un partito, per ragioni di partito, onde alle prime difficoltà quel partito, il fascista, fu spazzato via, così l’intervento italia-

no in una terza guerra mondiale assumerebbe il medesimo carattere di sopraffazione di partito e di classe».

L’onorevole Nenni può scrivere queste cose e la sua stampa le può propaganda-re: perché? Perché, prima che le scrivesse lui, prima che le scrivesse la stampa di sinistra, le avete scritte e avete tollerato che si dicessero e si scrivessero tutti voi, avete cioè tollerato che si infangasse il soldato italiano, e, insieme con il soldato italiano, tutto il popolo italiano: perché non si dice, non si può dire come ha detto anche l’altro ieri il ministro Scelba a Torino, «il popolo italiano manca di coscienza nazionale», senza assumersi è un ministro in carica che parla una pesantissima responsabilità.”

PRESIDENTE: “Onorevole Almirante, ella deve parlare su un argomento di politica estera: ho tollerato larghi accenni alla politica interna, ma ella non può fare di questi la parte preponderante del suo discorso. “

ALMIRANTE: “Signor Presidente, sarei veramente felice se non fosse necessario oggi in Italia, per collegarsi ad argomenti di politica estera, riferirsi allo stato doloroso della nostra situazione interna. “

PRESIDENTE: “Comprendo, onorevole Almirante: ma è una questione di limiti e di misura. “

ALMIRANTE: “Si tratta, d’altra parte, di un problema che è attinente alla mozione in esame, la quale ci riporta alla questione dell’efficienza delle nostre forze difensive: non vi è efficienza materiale che non sia prima di tutto efficienza morale. Comunque, onorevole Presidente, mi sto avviando alla conclusione; e debbo, riprendendo l’argomento, ricordare alla Camera che non ci si può lamentare da parte del Governo e da parte degli organi di stampa che al Governo fanno capo, dell’altrui disfattismo, quando questo disfattismo, nelle sue premesse storiche e morali, è stato sistematicamente alimentato da una impostazione politica che voi sostenete e che ricade oggi sulle vostre teste come un boomerang.”

DE GASPERI: “Il popolo italiano non ha voluto la guerra in Albania, l’attacco alla Francia, ecc, li ha voluti la dittatura! “

ALMIRANTE: “Questo è un argomento che molte volte ci siamo sentiti ripetere; vale a dire che la cosiddetta guerra fascista non era stata voluta né sentita dal popolo italiano. “

CARONIA: “Ma no! “

PRESIDENTE: “Onorevole Almirante, sono le sue divagazioni che provocano interruzioni come questa del Presidente del Consiglio. Ora, ella non estenda la discussione, che sarebbe fuori argomento.”

ALMIRANTE: “La prego di concedermi una brevissima replica e niente altro. A questo argomento ho già risposto altre volte che chi così si esprime ha perfettamente ragione: tanto è vero che il 10 giugno 1940 ero io solo ad applaudire in piazza Venezia. “

MIEVILLE: “C’ero anch’io. “

ALMIRANTE: “Eravamo in due ad applaudire; ed eravamo ugualmente stati noi due, e non anche qualcuno che potrei riconoscere fra voi, ad applaudire per venti anni! E chiudo l’argomento per carità di patria. “

DELLE FAVE: “Questa non è una replica. Ciò non dice niente. “

ALMIRANTE: “Il Presidente della Camera mi aveva pregato di non riprendere la discussione. Io non posso non aderire, e non insisto. Potremo riprendere la discussione con dati, nomi e persino fotografie, nel «transatlantico», se vi aggrada. Certamente io non ho niente da rimettere in una discussione simile. Non so se tutti voi potete dire lo stesso!

Onorevoli colleghi e onorevole Presidente del Consiglio, le considerazioni che il MSI ha espresso in questa occasione non vogliono essere altro, nel dialogo ozioso fra due propagande ormai scontate fino ai limiti dello scontabile, che una parola che sgorga dal profondo di concezioni e d’, interessi unicamente italiani; perché questo, certamente, non vorrete e non potrete negarlo a nessuno di noi. La voce di questi interessi e di questi sentimenti italiani noi la sintetizziamo e la esprimiamo nel seguente modo. La coscienza nazionale oggi richiede: 1) unificazione interna del paese per poter conseguire, nelle sue indispensabili premesse morali, la piena sovranità del nostro paese di fronte al mondo; 2) passaggio dalla sovranità alla rivendicazione integrale dei nostri diritti e alla vigile, concorde difesa della nostra indipendenza e della nostra pace.

Non è questo uno slogan di partito: è una profonda ansia di popolo, la quale prescinde da ogni impostazione e da ogni raggruppamento di parte, la quale tende, come tendono le analoghe impostazioni di popolo che vi ho sottolineato, nei confronti del popolo tedesco, soprattutto, a salvare il paese nella sua sostanza civile, a salvare l’Europa, nella sua storica e civile funzione.

Non presumete di poter eludere questa ansia di popolo, e voglia Iddio che non facciate in tempo a frustrarla definitivamente.”

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