Con che spirito andremo al voto

Marcello Veneziani   La Verità (27 luglio 2022)

Con che spirito affrontare questi due mesi di campagna elettorale e poi il voto? Gli entusiasti non hanno dubbi e per loro sarà facile schierarsi. Beati loro. Ma per i disincantati, quelli che ne hanno viste troppe, quelli che hanno uso di mondo, esperienza di uomini e situazioni, e sanno come va a finire, si tratta di mettere a freno il proprio scetticismo e provare a ragionare, cercando di trovare motivi in positivo.
Sul piano generale, il tema preliminare che si propone è triplice. Riportare la politica alla guida dei governi. Riportare i governi alla guida di stati sovrani. Riportare il popolo sovrano alla guida della politica. Queste premesse generali già dicono quali sono i pericoli da sventare col voto: i commissari straordinari che diventano ordinari e restano a tempo indeterminato; la sottomissione degli stati sovrani alle oligarchie transnazionali e ai loro interessi; la nascita di governi su mandato delle oligarchie (la cupola) e non dalla volontà liberamente espressa dai cittadini sovrani e degli interessi popolari.
Sul piano pratico e specifico, questa premessa generale si traduce in precise conseguenze: priorità assoluta è avere finalmente un governo che non sia guidato, determinato e influenzato dal Partito Democratico, che finora è stato l’asse di tutti i governi che non sono nati dal popolo, sorti nel nome dell’emergenza. Riportare finalmente il Partito Dragocratico, in sigla PD, fuori dal potere, se il verdetto elettorale lo indica in modo chiaro e netto; e con loro tutti i loro alleati, ascari, dependance e periferiche.
Seconda condizione per restituire dignità alla politica è liberarsi dei grillini che sono stati il punto più basso e indecente dell’antipolitica che si è fatta potere; grillini, ex-grillini, contorsionisti e trasformisti, dilettanti e invasati. Hanno fatto danni con la loro azione politica e le loro leggi; e, come ulteriore danno, hanno fatto rimpiangere la prima repubblica, rivalutando i vecchi partiti, e sono riusciti a rendere inaccettabile il populismo.
Da queste premesse derivano scelte di voto ben chiare. In un sistema bipolare rispetto a questi mali maggiori, il centro-destra è da considerarsi quantomeno il male minore. Non aspettarsi nulla da loro, non pensare che possano cambiare davvero le cose. Votare dunque per schivare o per schifare il peggio. Ma senza riporre speranze o fiducia nel centro-destra.
Per quel che ci riguarda, come sapete, non abbiamo risparmiato critiche anche severe ai singoli leader del centro-destra e alla coalizione intero. Personalmente mi sforzerò in questi due mesi di restare in apnea fino alle votazioni; di non prendermela col centro-destra, coi loro leader, candidati e classi dirigenti, con la loro credibilità e affidabilità. Saranno già massacrati dalla Grande Macchina del Potere in tutte le sue ramificazioni, e non ci aggiungeremo noi ad aggravare la pena. Anzi la campagna di linciaggio, già partita, accenderà la voglia di difenderli e di combattere la piovra scatenata dai cento tentacoli. Sarà prioritario buttar fuori dal potere i Dem, la cupola dei poteri cresciuta intorno a loro, più la galassia di alleati, complici, derivati annidati nei governi, nelle istituzioni, nella cultura, nell’informazione, nell’intrattenimento, nei poteri diffusi, nella magistratura e in tanti altri ambiti. E lo sciame di leggi che vorrebbero introdurre per snaturare definitivamente la nostra società. È triste votare contro, anziché a favore, benché il voto contro sia stata la molla prioritaria della politica in Italia, tra antifascismo e anticomunismo, antiberlusconismo e ora antisovranismo. Ma la spinta originaria della politica, lo insegnava Carl Schmitt sulla scia di Hobbes e Machiavelli, è il conflitto, le alleanze che si costituiscono per fronteggiare il Nemico.
Più facile sarebbe stato incoraggiare l’astensionismo, chiamare fuori e tirarsi fuori. E facile sarebbe sostenere piccole formazioni più radicali che raccolgono gli scontenti della destra, della lega, dei grillini: ma è una legge inevitabile della politica che la loro intransigenza è direttamente commisurata al momento nascente di opposizione radicale. Finché sono irrilevanti fanno la voce grossa. Se dovessero avere i numeri per diventare forza di governo, oltre a mostrarsi anche loro inadeguati, ripercorrerebbero gli stessi “tradimenti” che attualmente denunciano delle forze “vendute” al sistema.
Con ogni probabilità quelli del centro-destra cederanno su molte cose per sopravvivere, su alcune saranno inefficaci o intimiditi; alcuni si venderanno alla Cupola, se già non è successo. Ma lasciando il passo ai loro avversari, avremo non la probabilità ma la certezza che le priorità del Paese reale verranno calpestate. E dunque dovendo scegliere tra i nemici virulenti e gli inefficaci difensori, obtorto collo, preferiremo comunque, per realismo, i secondi. È ben chiaro che una scelta di questo genere è a sangue freddo, turandosi naso orecchie e gola, e talvolta anche tappandosi la vista. Condivido quasi tutte le critiche attualmente rivolte ai tribuni del centro-destra; le ho espresse fino all’altro giorno. Ma l’idea di battere o arginare un potere soffocante e avverso, all’insegna del politically correct e dei dettami della Cappa, è impellente e non consente diversioni e defezioni. Un atteggiamento del genere è distaccato e disincantato, ma non va incontro a delusioni perché non abbraccia illusioni. Una cosa sola vi chiedo: accogliete o respingete questo ragionamento ma non siate malpensanti. Possiamo sbagliarci ma non abbiamo mai sostenuto tesi per trarne personale profitto e non lo faremo certo ora, in età grave.
Altri invece, gli entusiasti, avrebbero preferito un fervorino per l’ordalia, un appello euforico alle armi. Vi capisco, ma non è il caso. Abbiamo i piedi per terra e ci limitiamo solo a opporci a chi ci mette i piedi in testa e ci vuole sotto terra.

Il Centrodestra non si crei problemi da solo: altro che premiership

 – 

 

Non c’è dubbio che il Centrodestra avrà un po’ di problemi in campagna elettorale, a partire da un’offensiva disgustosa della sinistra. I toni sono già enormemente gravi, Letta e soci li alzano perché non altro da dire agli italiani.

Della Meloni dicono ormai di tutto, Berlusconi lo dipingono – davvero volgarmente – come “la ruota di scorta di Salvini” e di quest’ultimo non ne parliamo che ci è abituato. A sinistra non cambiano mai.

I problemi del Centrodestra servono alla sinistra

L’ultima cosa che deve fare il Centrodestra è caricarsi problemi propri. Ma a che serve insistere sulla premiership: a me sembra evidente che se davvero la Meloni prende più voti andrà a Palazzo Chigi. E immagino che Salvini tornerà al Viminale. Difficile che la sinistra sia contenta.

Può succedere anche il contrario: se Salvini arriva prima toccherà a lui. Ma a che serve discuterne ora? Se hai voti hai anche parlamentari. (E a proposito, ha poco senso pretendere il 50 per cento dei collegi: serve solo a demotivare parlamentari e partiti, un autogol).

Ha detto ancora ieri Salvini: “Lasciamo a sinistra litigi e divisioni: per quanto ci riguarda, siamo pronti a ragionare con gli alleati sul programma di governo partendo da tasse, lavoro, immigrazione e ambiente. Chi avrà un voto in più, avrà l’onore e l’onere di indicare il premier”. Più di questo che deve dire per rassicurare la leader di Fdi?

Pensare al programma per il futuro degli italiani

Pensate al programma, agli impegni sulle cose da fare per l’Italia e non alla prima poltrona della politica. Rassicurare e non spaventare, non è un assalto alla cittadella del potere.

E siccome credo di conoscere la Meloni molto bene, non ce la vedo proprio come ossessionata da Palazzo Chigi. Se ci andrà sono certo che sarà all’altezza del compito. Ma ora vi dispiace andare a prendere voti anziché ammirare i sondaggi?

La democrazia è nociva, abroghiamola!

Marcello Veneziani , (La Verità, 21 luglio 2022)

Cade la Dragocrazia, s’intravede malconcia la democrazia che torna con la politica e col popolo sovrano, con grave scorno dei poteri alti, di Mattarella e del Pd. Ma andiamo con ordine.

S’i fosse Drago arderei lo governo. Mettetevi nei panni, anzi nelle squame, di Mario Draghi: perché restare ancora al governo? Accettò di guidare un governo d’emergenza con la prospettiva finale di andare dopo un anno di graticola al Quirinale. Dove avrebbe potuto svolgere il suo ruolo extra partes e la sua missione umanitaria di rappresentare l’Italia nel mondo e tra i poteri che contano.
Un anno fa era acclamato dal Paese, ci liberava da un governo e un premier insopportabili, offriva una tregua politica a un paese lacerato, pur essendo riconosciuto come la longa manus dei Poteri Alti. Ora, invece, la situazione si è fatta difficile perché dopo essersi accollato le conseguenze della pandemia, Draghi è accorso ad accollarci le conseguenze della guerra in Ucraina, dove abbiamo fatto davvero poco per ribaltare le sorti del conflitto e neutralizzare Putin, ma abbiamo fatto davvero tanto per inguaiarci noi, indebitarci, veder schizzare l’inflazione e mettere a repentaglio le forniture energetiche.
I consensi nei confronti suoi e del suo governo erano calati molto con l’aria condizionata; tante ironie si sprecavano sul governo dei migliori e in autunno s’annunciava la catastrofe economico-energetico-sanitaria; era il momento giusto per tagliare la corda, e i grillini gliene stavano offrendo una mezza possibilità. Era anche un modo per restituire la pariglia a Mattarella, ai dem e ai loro soci di minoranza che non lo hanno voluto al Quirinale ma solo a tirare le castagne dal fuoco. Invece è partito il pressing mondiale, dal più grande leader al più piccolo sindaco, da Mattarella ai Dem, dalla grande finanza ai clochard, mancavano solo l’Onu e la Croce Rossa per bloccarlo a Palazzo Chigi. Perché un uomo di 75 anni, che ha già ottenuto i maggiori incarichi di potere, avrebbe dovuto lasciarsi friggere in padella e giocarsi il nome costruito in una vita? Il suo interesse era andarsene, ma non poteva, perché doveva rispondere a un’entità superiore che non è lo Stato, la Democrazia, l’Interesse generale, ma una cupola di poteri intrecciati che non passano dalle urne e che sono dietro la sua luminosa carriera. E che consideravano un imperativo categorico restare a ogni prezzo al governo e non andare al voto. Allora Draghi ha deciso di andare avanti all’infinito, magari restando poi il Santo Protettore di un campo largo filodraghiano dopo l’inevitabile voto del ’23. O in alternativa, aspettarsi altri incarichi prestigiosi a livello internazionale, più la vigile attesa con tachipirina fino a che Mattarella lasci in un modo o nell’altro il Quirinale. Ma la strada di quest’autunno era tutta in salita e piena di burroni. Poi Draghi in Parlamento ha bistrattato i partiti, fingendo di lusingarli, ha maltrattato i grillini pur lanciando occhiate dolci, e ha chiesto un governo più suo, con più ampi poteri. E lì qualcosa si è interrotto, qualcosa è saltato. Salvini e Berlusconi che avevano compiuto l’errore madornale di mandare Mattarella anziché Draghi al Quirinale, accettando la linea del Pd, vista ora la deriva oligarchica che voleva imbrigliare il paese, si sono ricongiunti alla Meloni, anche per non dare solo a lei i consensi degli scontenti. Ed è venuto fuori il papocchio di ieri in Parlamento.
Per carità, sarà sbagliato andare di corsa a votare, è un salto nel buio, quando invece nel buio ci stavamo andando seduti nel treno guidato da Drago Draghi. Ma se è per questo tra un anno circa, diciamo tra nove mesi per essere ostetrici, quando cioè si doveva andare a votare per forza di scadenza, cosa sarebbe cambiato? Ci avrebbero detto ancora di non fare salti nel buio e qualcuno avrebbe ripetuto quel che dice oggi e diceva un anno fa: o Draghi o morte. Dopo aver ripetuto pochi mesi fa: o Mattarella o morte.
Ma come sono responsabili, loro, vogliono preservarci dall’avventurismo e dalle cadute nel buio… Faccio solo osservare, sommessamente, che quella catastrofe da voi prefigurata, quel precipizio tremendo che ci aspetta, un tempo si chiamava diversamente: il suo nome era democrazia, alternanza di governo, libertà di voto e sovranità di popolo. Ora voi direte: ma il rischio è troppo alto, e perciò vogliono tenerci ancora sotto tutela, come ai tempi della pandemia, come ai tempi di Berlusconi da cacciare, come ai tempi di Monti, Napolitano, Gentiloni, e via dicendo…
Nei prossimi manuali di scienza politica si definiranno ottimi i governi che non passano dal voto, pessimi quelli che ne scaturiscono; poi si definiranno responsabili i governi che contengono i dem, irresponsabili i governi senza di loro. E si aggiungerà che i migliori politici sono per definizione coloro che non lo sono, cioè i tecnici, gli oligarchi, i commissari internazionali.
Condivido tutte le riserve sull’armata brancaleone della politica e non nutro fiducia per nessuno di loro, sia esso tribuno della plebe o affiliato della Cupola. Però vi dico, a questo punto perché tenere ancora in vita la democrazia, pur nella forma ipocrita di democrazia delegata o parlamentare? Perché non dichiarare ormai superata quella fase chiamata della sovranità popolare e libero voto in libero Stato? Non vediamo che o vincono i suddetti emissari della Cupola o la democrazia corre gravi pericoli, e martellanti campagne già si attrezzano per demolire in partenza governi con Meloni indigesti? E allora anziché cominciare prima con le campagne, poi con le intimidazioni, quindi con le minacce internazionali, gli assalti giudiziari e i ricatti economici, e infine boicottare i governi non allineati alla Cappa, perché non dichiarare ufficialmente che siamo nell’era delle oligarchie e dei governi calati dall’alto? Perché inventarsi un’emergenza dopo l’altra se possiamo più lealmente dichiarare che siamo passati a un’altra forma di governo e non sono più ammesse defezioni da parte del popolo sovrano alla linea imposta dai Grandi Poteri che contano? Avete anche un magnifico alibi a vostra portata, l’esempio disastroso dei grillini al governo e in parlamento, e dunque potete ben dire: vedete dove porta e come finisce il populismo e il voto sovrano?
Allora dichiarate che abbiamo eterno e infinito bisogno dei Draghi come dei Mattarella, e quel bisogno si abbrevia semplicemente in bis. Bene bravi bis, for ever. L’Italia senza di loro è una terra abitata solo da cinghiali, da incapaci e da dementi: per fortuna che abbiamo loro, Drag Queen e King Mattarel, i nostri sovrani a vita, come la Regina Elisabetta, ma loro non si sono limitati a regnare, come lei, ma sottogovernano con i poteri conferiti dalla Cupola internazionale. Mario per sempre, con Papa Sergio. Poi è arrivata la ventata di pazzia e ci siamo ritrovati, ma guarda un po’, in una situazione analoga a quella della Gran Bretagna: senza un governo in piena guerra, ancora in pandemia, in grave crisi economica ed energetica. Ma se cade Johnson eletto dal popolo sovrano è cosa buona e giusta, se cade Draghi, non eletto, è una tragedia. Salvo colpi di coda, si andrà a votare nel primo autunno. Torna malconcio e in vesti grottesche quel mostro chiamato democrazia, o perlomeno un suo parente o sosia.

Marcello Veneziani , (La Verità, 21 luglio 2022)

Perché Borsellino fu davvero un eroe

Marcello Veneziani , La Verità (19 luglio 2022)

Il giorno in cui Paolo Borsellino fu assassinato, il 19 luglio 1992, aveva risposto alla lettera di una studentessa di 17 anni di Padova che gli poneva domande sulla mafia. «Oggi non è certo il giorno più adatto per risponderle – scrisse Borsellino – perché la mia città si è di nuovo barbaramente insanguinata ed io non ho tempo da dedicare neanche ai miei figli. Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo telegrafico, alle Sue domande». La prima domenica, cioè l’ultima. Ho avvertito un brivido lungo la schiena leggendo quelle righe che sembrano quasi far la cronaca profetica di quel che gli sarebbe accaduto poche ore dopo; e suonano come un messaggio di congedo verso la famiglia e i figli, col rimorso di aver dedicato tutto il suo tempo, anzi la vita, al servizio dello Stato.

Quando si parla di Falcone e Borsellino, nutro per entrambi massimo rispetto e ammirazione; però, lo confesso, propendo per Borsellino; finora lo spiegavo col fatto che lui non era uomo di potere, come invece è stato Falcone; era un uomo di destra, ed è andato incontro alla morte con virile fatalismo, sapendo già ciò che sarebbe accaduto, dopo l’uccisione di Falcone. Era un morto che camminava, ma a testa alta. Dopo la strage di Capaci disse a sua moglie: “La mafia ucciderà anche me quando i miei colleghi glielo permetteranno, quando Cosa nostra avrà la certezza che adesso sono rimasto davvero solo”.

Ma poi la spiegazione chiara della mia preferenza per Borsellino me l’ha data lo stesso Falcone in un’intervista: “quello che mi separa da Borsellino: lui crede di recuperare valori che per me sono obsoleti”. E poi: ”non si può andare contro i missili con arco e frecce”. Eccolo l’eroe, il don Chisciotte, che combatte con armi inadeguate nel nome di principi che non ci sono più. Ma alla fine, l’esito fu tragicamente uguale per entrambi, l’idealista Borsellino e il realista Falcone. E davanti al comune destino di vittime, ti sfiora un’obiezione: non è meglio morire per i valori e attaccando seppure “con arco e frecce”, piuttosto che negoziando con poteri e istituzioni, muovendosi con accortezza e ritenendo ormai superate le motivazioni più nobili? Pur essendo morti entrambi per l’Italia, per lo Stato e per la Giustizia, come si può chiamare quella differenza? Senso dell’onore, missione eroica, amor patrio.

Ho conati di vomito quando vedo le autorità, anche altolocate, del nostro paese celebrare Borsellino. Quanti sordi, muti, collusi, figli di collusi, complici, reticenti e omertosi, magari passati pure per combattenti e vittime della mafia.

Quella pagina scritta e strappata il 19 luglio di trent’anni fa è una vergogna per la magistratura, per le istituzioni, per il potere, e di riflesso per l’Italia. Borsellino chiamava il Palazzo di giustizia “un covo di vipere”; ma altre serpi covavano in seno le istituzioni, e in alto…

“Fin quando siamo stati zitti – ha detto la figlia di Borsellino, Fiammetta – il salone di casa nostra era pieno di presunti amici di mio padre che venivano a raccontare balle a mia madre. Da quando invece ho deciso di parlare, di dire senza peli sulla lingua che le responsabilità delle stragi di Capaci e via D’Amelio sono a più livelli, da quel momento ci siamo improvvisamente ritrovati soli. E conclude che suo padre incarnava “la faccia pulita dell’Italia”.

Quel 19 luglio del ’92 fu ucciso a Palermo il presidente ideale della seconda repubblica italiana. Era un magistrato come colui che fu poi eletto presidente della repubblica (Scalfaro) ma lui all’Italia dette la vita e non la retorica. Era un magistrato ma non era malato di protagonismo e di livore. Tre giorni prima della strage di Capaci 47 parlamentari del Msi lo votarono presidente di una repubblica ideale. Quarantasette, morto che parla; e dopo che uccisero Falcone, Borsellino era un morto che parlava. Sapeva ormai da due mesi che il prossimo sarebbe stato lui ma rimase al posto suo, a testa alta. Perché lui era davvero un uomo d’onore, nel senso che alla mafia di una volta incuteva timore e rispetto; meno alla nuova, più spregiudicata e cinica. Lui era un servitore dello Stato, credeva nell’autorità dello Stato e nella missione del magistrato. Non serviva solo la Repubblica e la Costituzione ma amava la sua patria, l’Italia, a partire dalla sua Sicilia. Da giovane aveva militato nelle organizzazioni del Msi. Peccato che furono così pochi a votare per lui: se quel voto lo avesse portato al Quirinale, avrebbe salvato la vita a lui e la dignità alla Repubblica.

Quanta gente campa ancora sulla morte di Borsellino. Quanti magistrati devono a eroi come lui se hanno avuto largo credito e pubblica fiducia. La magistratura italiana per anni ha campato sull’eredità di toghe insanguinate come la sua, godendo di un’autorevolezza assoluta. Nessuno poteva toccare il prestigio delle toghe dopo il sacrificio di Falcone e Borsellino. Quanti politici e giornalisti si fanno ancora belli in suo nome e pretendono, al riparo della sua ombra, di stabilire chi sono oggi i mafiosi, i loro alleati e succedanei, e chi sono invece i loro nemici, legittimati a sentenziare. Quante anime belle hanno inzuppato la loro retorica nel sangue di quel magistrato. C’è una vena di sciacalleria in tutto questo e di appropriazione indebita della memoria di un eroe, un martire e un galantuomo. Borsellino non era un giudice d’assalto malato di protagonismo e di furore ideologico. Non era amato dai suoi colleghi di sinistra. Non era un giudice giacobino, non cercava popolarità attraverso clamorosi atti giudiziari, non scriveva romanzi come tanti suoi colleghi vanesi e non pensava di darsi alla politica, di portare all’incasso la sua fama di giudice antimafia. Sul suo conto in banca c’era solo un milione di lire. Di lui resta appesa al muro la bicicletta. Poi le foto, con Falcone e senza, la sigaretta appesa alle labbra, lo sguardo, e dentro il destino.

Marcello Veneziani , La Verità (19 luglio 2022)

Eugenio e Indro, vite parallele ma non tanto

Marcello Veneziani  La Verità (17 luglio 2022)

Oltre a competere con Dio e con Platone (non solo per via de la Repubblica), Eugenio Scalfari riconobbe un solo paragone in terra: Indro Montanelli. Fu il suo rivale nella lotta al trono di Re del giornalismo. La morte di Eugenio anticipa di qualche giorno l’anniversario della morte di Indro. E forse è un necrologio istruttivo capire l’uno attraverso il paragone con l’altro.

Entrambi si dissero liberali, anche se Scalfari fu radicale, progressista e di sinistra e Montanelli fu anarchico, conservatore, e di destra. Entrambi furono fascisti fino a quando il fascismo imperò, furono monarchici fino a quando c’era il re, furono laici e non credenti, salvo ricredersi post mortem. Entrambi furono contro Berlusconi, dopo aver trescato col Cavaliere, e contro “questa destra”, elogiando la destra che non c’è. Entrambi furono vanitosi: ma Indro era istrione e gigione, con la g trascinata del fiorentino, Eugenio era un self made god, un dio fatto da sé, con pretesa carismatica e tanta boria che lo stesso Scalfari traduceva altezzosamente in “albagia”. Entrambi ebbero una vita privata diciamo sdoppiata, ma questo c’interessa meno.

Indro ebbe due armi supplementari per rafforzare il suo giornalismo: un’arma bianca e piccola, detta ironia, che esercitò spesso e poi codificò nei suoi controcorrente, e un’artiglieria pesante e dalla lunga gittata, che fu la sua storia d’Italia, un filone copioso e redditizio. Eugenio invece ebbe due armi d’altro tipo: l’artiglieria pesante dell’economia, da cui proveniva e in cui guazzò a lungo, traendone gran profitto, e da ultimo, il fioretto della filosofia, con sfumature prima letterarie, poi teologiche nella sua estrema fase papista.

Ma la grande differenza in fondo restò l’uso di mondo. Indro venne a patti col mondo ma se ne tenne alla larga, Eugenio lo frequentò e pretese di guidarlo. Montanelli si fece direttore in tarda età ma restò un solista; Scalfari nacque direttore e fu papa laico. Con Montanelli il giornalismo si fece arte, con Scalfari si fece esercizio sul potere: per colpire, affondare, pilotare, sostenere. Indro puntava all’opera d’arte, Scalfari all’opera pubblica, nel senso che voleva essere il regista dello Stato. Probabilmente chiamò il suo giornale la Repubblica perché si sentiva il presidente in pectore, ad honorem, for ever. Come disse una volta Silla, Scalfari voleva il potere su chi aveva potere.

Il metro venale per misurare la statura dei due è economico: quando Montanelli lasciò Il Giornale che aveva fondato, ricevette da Berlusconi, se non ricordo male, 60 milioni di lire, una normale liquidazione. Quando Scalfari lasciò la sua Repubblica nelle grinfie di de Benedetti, ricavò 93 miliardi di lire. Capite la differenza tra i due. Scalfari ci sapeva fare, era un impresario della carta e un imprenditore di se stesso; Montanelli non era un don Chisciotte, i suoi calcoli se li faceva ma i suoi proventi erano soprattutto i diritti d’autore. Perciò non aveva torto a dire che il suo vero editore era il lettore.

Ma di lettori Eugenio ne ebbe tanti più di Montanelli. Partito con l’idea di fare un giornale d’élite, rimasta tale anche quando primeggiava nelle vendite, con la boria di far parte degli happy few, i pochi felici del club del Mondo, snob e scostante, Scalfari fece un giornale che contese il primato al Corriere, e a volte lo scavalcò. Montanelli che voleva fare un giornale chiaro, comprensibile, non intellettuale, che si faceva capire da tutti e si rivolgeva alla borghesia del nord, in particolare, ebbe invece numeri di lettori più ridotti, benché dignitosi. Fu il suo cruccio ma c’era la spiegazione: la borghesia, quella che leggeva e comprava i giornali, nel salto di generazione, si era spostata a sinistra, era diventata, come si usa dire, radical chic, e dunque riconosceva il suo Padre fondatore in Scalfari. E poi, diciamo un’amara verità: i lettori del Giornale provenivano dal ventre moderato e conservatore del nostro Paese, seppur accampato nella balena democristiana, ma quel popolo legge poco, e se leggeva preferiva i rotocalchi pop, coi reali, le attrici e i cruciverba (che Berlusconi portò poi nella sua tv d’intrattenimento). Scalfari invece intercettava il popolo della sinistra esodato dal comunismo, un tempo lettori militanti de l’Unità, che erano molti di più di quelli che leggevano Il Popolo democristiano e paraggi. Scalfaro fondò la nuova sinistra oggi dem: liberal, radical, progressista, fighetta. Montanelli invece preferì il pubblico esercizio di schizofrenia: sono di destra ma siccome la destra in campo non mi piace, mi turo il naso e voto Dc o suoi alleati. Era un modo anche per non rompere coi poteri e coi governi.

C’era un’altra differenza, almeno iniziale, tra i fan di Eugenio e i tifosi di Indro: il target scalfariano era sessantottino, anagraficamente più giovane di quello borghese e anzianotto del Giornale montanelliano. Ora non è più così.

Montanelli vantava come suoi fratelli maggiori Prezzolini, Longanesi e Guareschi, che da vivi fece a volta finta di non conoscere per non sentirsi bollato “di destra”; Scalfari, oltre i precursori, si ritenne l’erede di Mario Pannunzio e il compagno di banco di Italo Calvino. Montanelli si lasciava sedurre dall’intelligenza, anche quella luciferina di Andreotti. Scalfari era troppo dentro il gioco dei poteri per poter ammirare con distacco l’intelligenza di chi non era dentro il suo disegno. Gli preferì De Mita. Anche tra i comunisti, Montanelli dialogava con Fortebraccio, spiritoso corsivista dell’Unità; Scalfari invece trescava con Berlinguer, il segretario.

Di Indro restano i suoi scritti; di Eugenio restano i suoi prodotti. Montanelli apparteneva alla razza pennuta dei Longanesi, dei Malaparte, dei Guareschi. Scalfari alla razza dei padreterni, che non potendo guidare il mondo, lo impaginava nei suoi giornali e diceva ai mortali cosa fare.

Marcello Veneziani  La Verità (17 luglio 2022)