Orgoglio Italiano

Oggi ricorre il centenario dell’Aeronautica Militare italiana, il 28 marzo 1923 veniva fondata la nostra forza aerea, da sempre baluardo ed orgoglio della nostra patria, deputata alla difesa dello spazio aereo nazionale ed impegnata in vari ruoli nell’ambito internazionale; l’orgoglio che risplende sulla coccarda tricolore e che riflette lo spirito della nazione è per tutti i cittadini italiani un vanto.

“VIRTUTE SIDERUM TENUS” così recita il glorioso motto della nostra Aviazione Militare, che nel corso della storia d’Italia si è fregiata di coraggio, passione ed onore; un punto di riferimento alto nel cielo; ove i nostri sguardi arrivano e raggiungono i sogni più ambiziosi fin dove l’audacia e lo spirito si spinge fino a raggiungere le stelle.

La Fondazione Giorgio Almirante, con orgoglio e riconoscenza, ringrazia e augura un sincero augurio a tutti gli uomini e le donne dell’Aeronautica Militare, e si stringe nel ricordo di chi in passato e in tempi più recenti ha servito la nostra Nazione.

Auguri di 100 anni all’Aeronautica Militare Italiana.

Repubblica “scongela” La Malfa contro Meloni: “In cinque mesi del fascismo non ha parlato”. Ma perché avrebbe dovuto?

Repubblica insiste nella polemica sulle Fosse Ardeatine e lo fa con un’intervista in cui ripesca addirittura Giorgio La Malfa, ex segretario del Pri, 84 anni, che accusa Giorgia Meloni non di fascismo ma di “almirantismo”. Insomma siamo alle solite. A quella polemica contro il governo che scaturisce da un’opposizione che Giuliano Ferrara ha definito oggi sul Foglio “bruttina”.  Più che bruttina, inutile.

Dunque La Malfa, “scongelato” per l’occasione, parla in quanto erede degli azionisti e dice di rintracciare in Giorgia Meloni una pericolosa continuità con Giorgio Almirante. “Rintraccio – afferma – una continuità culturale con Giorgio Almirante, che era stato capo di gabinetto nella Repubblica di Salò. Il segretario del Movimento Sociale aveva l’abitudine di nascondere le responsabilità della propria parte politica dietro la comune nozione di patria e di italianità: i repubblichini avevano combattuto per la patria, quindi erano meritevoli di rispetto e degni di legittimazione politica. Ma è un grave errore storico. Un conto è la pietà, che si rivolge a tutti i caduti. Altro conto è la parificazione delle opposte parti in lotta. L’Italia democratica fu costruita sui caduti della nostra parte. La libertà di cui oggi godono gli italiani è il frutto del sacrificio degli antifascisti”. A onor del vero, Almirante non parlò mai di parificazione tra vincitori e vinti ma di “pacificazione” per chiudere la stagione della guerra civile tra italiani. Ma sono sottigliezze che a Repubblica sfuggono…

Ora, La Malfa dimentica forse che questo passaggio si trovava già nelle tesi di Fiuggi, che risalgono al 1995. Parliamo di quasi trent’anni fa. Eppure Repubblica batte sempre sullo stesso tasto, stonato. E con la sola attenuante che almeno La Malfa è più colto di un qualunque Fratoianni e non fa le figure barbine di un Bonelli e neanche lontanamente si ricollega all’antifascismo da Twitter di una Serracchiani o di una Boldrini. Ma la zuppa resta sempre quella, anche se meglio argomentata.

Dice La Malfa: “Nei primi cinque mesi di governo non ha detto nulla sul fascismo. Dice: amo la democrazia. Ma agli italiani chi l’ha tolta? E chi gliel’ha restituita? Forse non fa i conti con il regime fascista perché sente che la maggioranza degli italiani non glielo chiede”. Bene: finalmente un punto viene centrato. La maggioranza degli italiani non lo chiede a lei e a nessun altro. Chiede di guardare avanti. Meloni è stata eletta non per parlare di fascismo ma per governare e per farlo bene. Questo è l’auspicio, questa la prova che deve affrontare. Tutto il resto sono chiacchiere risentite. E si sono già rivelate un boomerang per la sinistra.

 

Nostalgia di De Gaulle, patriota d’Europa

Marcello Veneziani – La Verità -22 marzo 2023

Il fantasma di Charles De Gaulle – che si riaffaccia nella Francia tormentata di questi giorni, in rivolta contro Macron e il suo governo – si è visto aleggiare al Cinema Barberini, a Roma. C’era un film dedicato a lui, presentato su iniziativa di Enrico Pinocci e della Fondazione Giorgio Almirante (io ne ho fatto l’introduzione). Il film, intitolato seccamente De Gaulle, di Gabriel Le Bomin, interpretato da Lambert Wilson, affronta un momento cruciale della vita di De Gaulle e della Francia, quando il Generale, rompendo col governo francese guidato dal Maresciallo Petain che aveva scelto la via dell’armistizio con la Germania occupante – decise di combattere al fianco degli inglesi per liberare la Francia dall’invasore tedesco. Il Paese era in ginocchio ma il generale non si arrese: “la fiamma della resistenza francese non deve spegnersi, non si spegnerà”. Fu in quei giorni drammatici che De Gaulle diventò il leader morale e militare, politico e civile della Francia libera.
De Gaulle proveniva da una famiglia cattolica e nazionalista. Aveva partecipato valorosamente alla Prima guerra Mondiale, agli ordini dello stesso Maresciallo Petain; due anni prigioniero, poi insignito della croce di guerra. Oltre al suo valore militare e alla sua grande ambizione, il film evidenzia le motivazioni profonde che animavano il Generale: l’amor patrio, la fede cattolica e il forte legame con la sua famiglia e con sua moglie che anziché dissuaderlo dalla temeraria impresa, lo incitò ad andare avanti. Patria, Dio e Famiglia furono i principi che lo spinsero a non rassegnarsi. Contro la possente Germania riaffiorava in De Gaulle – e traspare anche dal film – una visione che evoca il pensiero del filosofo Henri Bergson a sostegno dell’intervento francese nella prima guerra mondiale: la Germania rappresenta la potenza meccanica delle armi e dell’apparato bellico; la Francia era chiamata a opporre lo Spirito alla Macchina, lo Slancio vitale alla tecnica e al militarismo. Da qui i suoi incontri con Winston Churchill, a cui chiede e infine ottiene il sostegno; l’alleanza con la Gran Bretagna, i suoi discorsi alla radio da Londra nel nome della Francia libera. Erano due conservatori, Churchill e De Gaulle, e si trovarono poi a Jalta, a fianco del progressista Roosevelt e del comunista Stalin (quando fu eliminato Hitler, Churchill avrebbe detto: “abbiamo ucciso il porco sbagliato, riferendosi a Stalin). Benché vincitori, videro crollare i loro imperi sotto il duopolio Usa-Urss.
Così venne l’ascesa al potere di De Gaulle, le sue grandi riforme, la spinosa guerra in Algeria; poi il suo ritorno da leader politico dopo aver fondato il partito gollista del RPF, la fondazione della Quinta repubblica presidenziale; infine la sua apoteosi nel ’68. Una minoranza rumorosa era insorta nel maggio francese contro la Francia della tradizione e di De Gaulle; ma la maggioranza silenziosa fu col Generale, che trionfò alle elezioni del ’68. Un anno dopo cadde sul referendum per modificare il Senato (come un Renzi qualunque…) e per il decentramento regionale. E si ritirò dalla politica.
Pur essendo un militare, De Gaulle era uomo di lettere e di spirito, grande scrittore di memorie, al punto da sfiorare il premio Nobel per la Letteratura. E pur essendo un soldato si presentò al giudizio del popolo sovrano, restò fedele ai valori repubblicani e fondò la sua leadership sul consenso popolare e sul primato della politica e dello Stato rispetto all’economia, ai poteri transnazionali e alle élite. I suoi nemici lo considerarono un mitomane e un pavone; ebbe sempre a cuore la grandeur francese.
In Italia il gollismo ispirò figure come Randolfo Pacciardi ed Edgardo Sogno; i democristiani del gruppo ’70, tra cui Mario Segni, che sognavano anche da noi la repubblica presidenziale; e Amintore Fanfani, che fu reputato un mezzo De Gaulle, anche per via della breve statura rispetto al Generale spilungone. Quando Francesco Cossiga picconò la prima repubblica e vagheggiò una svolta presidenzialista, fu visto come il nostro De Gaulle; ma lui stesso, più realista, si schermì dicendo che lui era paragonabile piuttosto a René Coty, il presidente della repubblica francese che aveva aperto le porte a De Gaulle. Ma dopo Cossiga da noi non arrivò nessun De Gaulle (venne Berlusconi). La destra missina, invece, pur essendo in sintonia con molte idee di De Gaulle non amò il Generale, per la differente storia alle spalle. Non è un caso che Almirante abbia scritto un libro sul poeta Robert Brasillach che De Gaulle lasciò condannare a morte per il suo “collaborazionismo”; a nulla valsero gli appelli per salvarlo di Albert Camus, Paul Claudel, Jean Cocteau, Colette, Francois Mauriac. In compenso, salvò dalla condanna a morte Petain, per il suo eroico passato, e lo commutò in carcere.
De Gaulle lasciò in eredità alla Francia e all’Europa il primato della politica nel nome della decisione e della sovranità popolare e nazionale; il profilo di una destra conservatrice, nazionale e sociale, imperniata su uno stato autorevole e un legame vivo con le tradizioni nazionali; e soprattutto l’idea di un’Europa delle patrie, forte, indipendente, non subalterna agli Stati Uniti. De Gaulle sottrasse la Francia alla Nato, pur vivendo al tempo dell’Urss e dei due blocchi. E si oppose all’ingresso del Regno Unito nella Comunità europea, nonostante il suo debito verso Londra al tempo della guerra. La sua idea era un’Europa delle nazioni, “dall’Atlantico agli Urali”. Ma s’impose l’opposta idea d’Europa, e noi ne scontiamo gli effetti.
Morì poco dopo le sue dimissioni. Incarnò la Francia Eterna, non quella giacobina, illuminista o tecnocratica. Alla sua morte il più bel necrologio fu il primo e il più stringato. Fu l’annuncio del presidente della repubblica Georges Pompidou: “De Gaulle è morto. La Francia è vedova”. De Gaulle, marito di Francia e fidanzato di un’Europa mai nata.

 

La Fondazione Giorgio Almirante e la Movie On Pictures hanno presentato il film “De Gaulle” ed annunciato la produzione del film “Giorgio Almirante l’uomo che immaginò il futuro”.

Nel corso della serata di gala tenutasi martedì 21 marzo 2023, presso il cinema Barberini di Roma, la Movie On Pictures di Enrico Pinocci ha presentato il film “De Gaulle” sulla storia del generale patriota della resistenza francese, diretto da Gabriel Le Bomin con Lambert Wilson, Isabella Carrè, Oliver Gourmet e Sophie Quintan.
La Movie On Pictures in collaborazione con la Fondazione Giorgio Almirante ha organizzato l’evento presentato dall’attore Vincenzo Bocciarelli che dopo un breve filmato su Giorgio Almirante ha dato la parola a Marcello Veneziani che ha introdotto il film e annunciato che la prossima produzione della Movie On Pictures sarà un film sulla vita di Giorgio Almirante. Dopo il film De Gaulle quello su Almirante si inserisce nella scia di una produzione cinematografica che narra la vita di personaggi nazionali ed internazionali di Destra. Giuliana de’Medici, segretario nazionale della Fondazione Giorgio Almirante ha accolto il Presidente del Senato della Repubblica Ignazio La Russa che ha presenziato alla proiezione insieme al Ministro consigliere Christophe Lemoine dell’Ambasciata di Francia; oltre a tante personalità del mondo politico della cultura e dello spettacolo.

La Costituzione, la bella addormentata nel sottobosco

Marcello Veneziani (Panorama, n.11)

Quando non sanno più a cosa attaccarsi, ricorrono alla Costituzione. Da Sanremo alla piazza, dal Parlamento alla persecuzione di chi non la pensa come il mainstream, il richiamo oggettivo, obbligato, è la Costituzione, che quest’anno compie 75 anni. Magari con l’aggiunta, nata dalla Resistenza. Mattarella ne è il custode, Benigni il cantore, il laudatore istituzionale. Tutto è relativo ma la Costituzione è il valore assoluto, la più bella del mondo, un’opera d’arte. Ma quante volte è stata violata e calpestata da chi la esalta e si fa scudo dietro i suoi dettami?

L’Italia ha una buona carta costituzionale, equilibrata, scritta bene e in modo abbastanza chiaro. Non nacque dal nulla, ma dalla storia. Le sue radici normative italiane furono lo Statuto Albertino e la Costituzione della repubblica romana del 1849. Le sue radici internazionali furono la Costituzione di Weimar, le costituzioni francesi, ma anche i testi di altre grandi democrazie. E tuttavia si avverte il peso specifico della vita, della cultura e delle ideologie italiane.

La Costituzione fu il frutto di un compromesso di alto profilo fra tre culture visibili ed egemoni, più una invisibile e impronunciabile. Le tre culture dominanti furono, come è noto, la cultura laico-liberale, quella di Einaudi, Martino e Croce ma anche quella azionista, di Calamandrei e Giustizia e libertà, per intenderci; la cultura cattolico-democristiana, di De Gasperi, ma anche di Dossetti e di Sturzo; la cultura social-comunista di Togliatti e Nenni, fino a quella socialdemocratica di Saragat.

Ma c’era anche un convitato di pietra, che potremmo chiamare la cultura nazionale del ‘900: la Costituzione e l’ordinamento statale della repubblica italiana ereditarono dallo Stato fascista il Concordato tra Stato e Chiesa, il Codice civile e penale di Rocco, le leggi sulla tutela ambientale di Bottai, la riforma scolastica di Gentile e Bottai, la Carta del Lavoro del ’26, il sistema previdenziale e pensionistico, l’attenzione sociale alla maternità e all’infanzia, il modello economico misto tra pubblico e privato, l’umanesimo del lavoro di Gentile che affiora già nel primo articolo della Costituzione. Aggiungo una considerazione curiosa e irriverente: la Repubblica vinse il referendum perché i fascisti repubblicani non votarono per la monarchia, o perché internati e privati dei diritti politici o perché avversari dei Savoia dopo il 25 luglio. La loro astensione, voluta o forzata, fu determinante per la vittoria della Repubblica… I paradossi beffardi della storia.

Ma passando dalle radici ai frutti, la Costituzione reale e materiale quanto rispecchia la costituzione formale e ideale?

Le leggi speciali in vigore, che puniscono i reati d’opinione non sono una palese violazione del dettame costituzionale e dei diritti? E non suona grottesco l’articolo 34 della Costituzione che riconosce il diritto ai capaci e ai meritevoli in una società, una scuola e università che li calpestano ogni giorno? Triste è il capitolo della Costituzione disattesa, restata sulla carta, sopraffatta dalla prassi. Si pensi al mancato riconoscimento giuridico di sindacati e partiti, alla partecipazione dei lavoratori nella gestione delle aziende, e a tante altre sue parti inattuate. Il primo a citare nei dibattiti politici e parlamentari quegli articoli della Costituzione rimasti lettera morta e a portarli nell’arena polemica dagli spalti dell’opposizione, fu uno che era fuori dell’Arco costituzionale: Giorgio Almirante, che chiedeva di rendere vigenti, efficaci, gli articoli 39,40 e 46 della Costituzione.

Per non dire dei tradimenti subiti dalla Carta lungo la strada, come la violazione del diritto costituzionale dei cittadini di scegliersi i propri rappresentanti, voluta da una legge sostenuta sottobanco da quasi tutti i partiti perché consegna il Parlamento nelle mani degli oligarchi di partito nella compilazione delle liste.

Uno scippo di sovranità su cui nessuna magistratura – anche la stessa massima magistratura, la Presidenza della Repubblica, garante e custode della Costituzione – ha mai eccepito nulla, magari ricorrendo alla Corte Costituzionale. E’ lecito passare dal sistema proporzionale al sistema uninominale e maggioritario e viceversa, ma è incostituzionale negare ai cittadini il diritto di designare i propri delegati, firmando una cambiale in bianco ai partiti. Vi dicono niente poi gli articoli 29, 30 e 31 a tutela della famiglia riconosciuta come “la società naturale fondata sul matrimonio”, oggi vistosamente traditi? E l’articolo 15 che sancisce “l’inviolabile segretezza” della corrispondenza e delle comunicazioni, violato dalla gogna mediatica e la pubblicazione delle intercettazioni? Quante volte è stato calpestato l’art.21 sulla libertà d’espressione? E che dire quando la Costituzione Intoccabile è stata violata senza reagire con la modifica del titolo V sui poteri alle Regioni o con l’inserimento del pareggio di bilancio, il fiscal compact? Ferite gravi all’unità e alla sovranità nazionale e popolare. E non apriamo il capitolo dei diritti costituzionali più elementari violati in tempo di pandemia e di restrizioni sanitarie; poi le forzature con la guerra in Ucraina e il regime di sorveglianza che si è imposto tramite i social e i controlli sanitari, finanziari e mediatici. L’emergenza giustifica ogni cosa. Nessuno solleva queste incongruenze, salvo poi scendere in piazza in difesa della Costituzione intoccabile.

Insomma, la Costituzione sarà bella, ma è come la bella addormentata nel sottobosco.