Caso Santanchè, Conte tira in ballo Almirante. La figlia del leader: “Mio padre era un garantista”

Secolo d’Italia – 27 Lug 2023

“Almirante cosa avrebbe detto sul caso Santanchè?”. Con questa domanda retorica il leader pentastellato Giuseppe Conte ha attaccato ancora il ministro del turismo tirando in ballo addirittura il defunto segretario nazionale del Msi. A stretto giro di posta è arrivata la risposta della figlia del grande uomo politico missino, Giuliana De Medici. “Posso certamente affermare che mio padre non avrebbe mai ‘scaricato’ una persona a priori in assenza di una condanna, di prove precise. Avrebbe aspettato la sentenza. Davanti a una sentenza di condanna, lui stesso sarebbe stato intransigente. Mio padre diceva: uno dei nostri che sbaglia deve essere condannato due volte, perché rappresentiamo l’Italia pulita”. Come dovrebbe comportarsi la premier Meloni con la ministra Santanchè in caso di rinvio a giudizio? “Vediamo come si evolvono le cose, è una questione molto delicata“, ammette De’ Medici. “Non sono io il primo ministro e non spetta a me prendere certe decisioni. C’è da dire che questo governo è stato preso di mira non solo per il ministro Santanchè ma per tante altre vicende: stanno andando a cercare il pelo nell’uovo come fecero con Berlusconi. Io – racconta – ho conosciuto il ministro Santanchè: è un’imprenditrice che ha creato tanti posti di lavoro, una donna che si è fatta da sola”.

Almirante va bene a giorni alterni per le opposizioni

La figura di Giorgio Almirante è tirata quotidianamente in ballo dalle opposizioni e dal mondo collaterale alla sinistra strumentalmente. Un giorno, per Luca Bottura e altri ” è il fucilatore di Salò che ha sulla coscienza più morti di Tito(!)”, un altro viene ricordato, come accaduto oggi con l’ex presidente del Consiglio dei cinquestelle, per la sua onestà e la sua intransigenza. In realtà Giorgio Almirante, che era certamente intransigente sul piano etico e morale, non era un giacobino: rispettava la magistratura ma anche e soprattutto la presunzione di innocenza e, a differenza di Conte, non condannava nessuno a priori, come ha giustamente ricordato oggi la figlia.

Saviano lasci in pace Almirante. Bisogna esserne degni

7 colli –  – 

Roberto Saviano ha un nuovo nemico di nome Giorgio Almirante. Sembra incredibile, ma lo scrittore campano sente il bisogno di prendersela col leader scomparso decenni fa e che resta vivo nella memoria di tantissimi italiani.

Ci voleva un comico arrabbiato per riattizzare il fuoco contro una delle personalità politiche più oneste che ci siano state in Italia. Luca Bottura è stato capace di affermare che Almirante avrebbe ucciso più italiani rispetto a quanti ne sterminò Tito. Una sciocchezza enorme che fa comprendere come non tutti possano scrivere di tutto.

Saviano se la prende pure con Almirante

Ma tutto sarebbe finito lì, nell’archivio delle cretinate, se non si fosse infilato nella polemica su Almirante proprio Saviano. In maniera decisamente indegna.

“Una qualunque storia politica che abbia tra i suoi miti fondativi la figura di Giorgio Almirante, come racconta Bottura, è una storia politica basata su continui tentativi di falsificazione”, ha concionato lo scrittore. Aggiungendo che “una qualsiasi storia politica che partisse da tali infamie, per costruire i propri miti fondativi, si porrebbe con evidenza al di fuori della Costituzione. Ma quale forza politica avrebbe oggi, 24 luglio (giusto un giorno prima!), il coraggio di presentarsi in Europa con, nel simbolo, una fiamma che ancora ricorda quelle infamie? Ma no, non è possibile, non esiste una forza politica tanto votata all’autodistruzione…”.

Ogni giorno ha la sua pena e anche ieri ci è toccato imbatterci in un tweet senza alcuno stile come quello di Saviano.

L’omaggio dei presidenti Napolitano e Mattarella

Il quale dice di essere scrittore anche quando fa il propagandista. Due presidenti della Repubblica, come Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, non hanno esitato a ricordare Almirante con il suo limpido percorso parlamentare. Con le sue idee, ovviamente, e con la sua coerenza incancellabile.

Anche Saviano si iscrive al club di quelli contro la Fiamma tricolore pur di negarne il valore. Attorno a quel simbolo, dopo la guerra, Almirante e altri grandi di quella destra, radunarono un popolo a cui fu chiesto di scegliere la democrazia anziché le armi. Ma ancora oggi dobbiamo leggere lezioni di risentimento. E quanta paura vi fa quel grande uomo?

La Commissione Cultura del Senato approva Odg per revocare l’onorificenza a Tito

”La storica richiesta delle famiglie degli infoibati e delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati per revocare l’onorificenza conferita al dittatore jugoslavo Josip Broz Tito, ha finalmente trovato esito positivo attraverso l’approvazione di un ordine del giorno a mia prima firma, che impegna il governo ad attivare la procedura di revoca del cavalierato di gran croce, decorato di gran cordone, da parte del Presidente della  Repubblica”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia Roberto Menia, primo firmatario dell’odg approvato in Commissione Cultura del Senato in sede redigente del ddl in materia di iniziative per la promozione della conoscenza della tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata nelle giovani generazioni.

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AS 317- 533 -548

ORDINE DEL GIORNO

Il Senato della Repubblica,

nell’approvare nuove norme di modifica alla legge 30 marzo 2004 n. 92 con le quali si prevede la realizzazione di iniziative tese a diffondere la conoscenza della tragedia delle foibe;

ricordato che

con la citata legge  «La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”

a prescindere dalle non sempre convergenti ricostruzioni storiche – ed in presenza di marginali tesi negazionistiche o riduzionistiche – è ormai riconosciuto lo sterminio di diverse migliaia di italiani, infoibati, deportati, massacrati nelle forme più atroci dai partigiani di Tito, in gran parte a guerra finita;

il capitolo delle foibe e del terrore titino fu prodromo dell’esodo di 350.000 italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, determinando la lacerazione di un tessuto storico da cui scomparve quasi  del tutto la presenza italiana e si cambiarono i connotati di terre intrise da secoli di storia, lingua, cultura italica;

giova in proposito ricordare che il recente censimento in Croazia ha certificato la presenza di soli 13.000 cittadini dichiaratisi di lingua madre italiana, il che equivale ad un’estinzione “de facto” della nostra presenza;

è giusto altresì rammentare che il terrore titino non fu rivolto solo contro gli italiani, ma anche verso i popoli fratelli della Jugoslavia: solo per citare le più recenti notizie di fonte slovena, si  ricorda (ottobre 2022) l’esumazione di oltre 3000 vittime di esecuzioni sommarie dalla fossa della Marčesna Gorica nel Kočevski Rog; la vicenda ha riportato alla mente anche altre più o meno recenti scoperte di luoghi di mattanze e orrori dovuti a Tito:  Huda Jama (la caverna del Diavolo) e le sue 1500 vittime, i massacri della foresta di Kocevie e le fosse comuni con centinaia di crani trapassati da un proiettile, la Foiba dei bambini con oltre un centinaio di ragazzini di quindici anni gettati giù assiema a suore: si sono rinvenute tante piccole croci, bottoni e rosari;

nel solo territorio della Slovenia sono stati individuati più di 700 siti in cui sono state perpetrate stragi e la stima è di oltre 100.000 assassinati: i massacri ordinati da Tito, o svolti con la compiacenza del dittatore jugoslavo, avvennero nella quasi totalità dei casi a guerra finita, in pieno spregio di tutte le convenzioni internazionali: sono quindi tantopiù ingiustificabili e si configurano – al di là di ogni valutazione politica o storica – come crimini contro l’umanità;

da diversi anni, e per prima l’Unione degli Istriani, le associazioni degli esuli giuliani e dalmati hanno richiesto, esigendo rispetto, giustizia e umanità di fronte alla loro tragedia, la revoca dell’onoreficenza concessa a Josip Broz Tito, insignito il 2 ottobre 1969 dall’allora Presidente Saragat, del titolo di Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone;

la richiesta-appello degli esuli istriani, nonostante la palmare evidenza delle ragioni addotte, è stata fin qui disattesa a causa di un’interpretazione che affermerebbe impossibile la revoca di un’onoreficenza a persone defunte, giacché alle stesse sarebbe precluso il diritto di opporsi alla stessa.

La materia è regolata dalla legge 3 marzo 1951 n. 178 che all’art. 5 prescrive: “Salve le disposizioni della legge penale, incorre nella perdita della onorificenza l’insignito che se ne renda indegno. La revoca è pronunciata con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta motivata del Presidente del Consiglio dei Ministri, sentito il Consiglio dell’Ordine”;

tale fattispecie è recentemente occorsa nel caso del presidente siriano Bashar Al Assad, decorato di Cavalierato di Gran Croce con Gran Cordone, conferitogli nel marzo 2010 e revocato nell’ottobre 2012 a causa della repressione feroce delle proteste sollevatesi nel paese attraverso l’uso delle armi  e dei bombardamenti contro la popolazione civile, che determinarono decine di migliaia di morti. La revoca dell’onoreficenza fu allora sollecitata proprio da un atto parlamentare del Senato della Repubblica;

dalla legge 178/51 discendono i DPR 31 ottobre 1952 n. 178 (secondo cui «per ragioni di cortesia internazionale il Presidente della Repubblica può conferire onorificenze all’infuori della proposta e del parere richiesti» dalla legge 3 marzo 1951, n 178 e in questo caso il decreto di concessione è controfirmato dal Presidente del Consiglio dei ministri) e dal DPR  13 maggio 1952, n. 458 il quale all’art. 10 dispone che “le onorificenze possono essere revocate solo per indegnita’. Il cancelliere comunica all’interessato la proposta di revoca e gli contesta i fatti su cui essa si fonda, prefiggendogli un termine, non inferiore a giorni venti, per presentare per iscritto le sue difese, da sottoporre alla valutazione del Consiglio dell’Ordine. (…) Decorso il termine assegnato per la presentazione delle difese, il cancelliere sottopone gli atti al Consiglio dell’Ordine, per il parere prescritto dall’art. 5 della legge”;

in realtà l’attuale formulazione della legge non escluderebbe certo la previsione di revoca postuma dell’onoreficenza, giacchè, come recita il noto brocardo, “ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit”;

ciò premesso,

il Senato impegna il Governo

a chiarire che il ritiro delle onoreficenze possa essere anche postumo in caso di morte dell’insignito e ad attivare di conseguenza la procedura di richiesta motivata al Presidente della Repubblica tesa alla revoca del Cavalierato di Gran Croce decorato di Gran Cordone al defunto dittatore jugoslavo, responsabile di crimini contro l’umanità, maresciallo Josip Broz Tito.

MENIA

 

 

Non sparate sull’Inno a Roma

Marcello Veneziani  – La Verità – 16 luglio 2023

Sole che sorgi libero e giocondo…Com’era bello l’Inno a Roma di Giacomo Puccini e come è bello ancora, a risentirlo adesso. L’altro giorno, dopo l’ennesimo linciaggio subito da Beatrice Venezi per aver osato suonare con l’orchestra nella sua Lucca, all’apertura del festival pucciniano, l’Inno a Roma, una giovane amica è rimasta incuriosita e non conoscendo l’inno, ha voluto sentirlo col suo smartphone. Riascoltandolo con lei, sono tornato a più di cinquant’anni fa, e mi è parso di tornare ragazzo con le ali sotto i piedi. Ho ritrovato le parole, che ricordavo tutte, e anche l’aura di quel canto e di quel tempo e quelli che come me lo cantavano e nasceva tra noi un’intesa più forte del fuoco.
L’Inno a Roma è del 1918, quando il fascismo ancora non era nato, nessuna frase dell’Inno evoca il fascismo, anche se le sue parole, nella loro semplicità compongono una coerente visione della vita e di una civiltà. E’ una composizione tarda e maestosa di Puccini, che pochi anni dopo morirà; risente del fervore patriottico della prima guerra mondiale, ma venata di tenerezza. Fu suonato ai tempi del fascismo, anche se altri canti prettamente fascisti caratterizzarono il repertorio musicale del regime: da Faccetta nera a Giovinezza, che era un canto prefascista e goliardico, adattato poi nelle parole al fascismo. Ma l’Inno a Roma diventò il blasone, la bandiera, la colonna sonora, il richiamo magico dei comizi del Movimento Sociale Italiano; in particolare di quelli di Giorgio Almirante che erano spettacoli oratori di teatro politico e passione ideale. Ne eravamo ammaliati, anzi infiammati. E quell’Inno ne era il mito, il rito, la liturgia.
L’Inno a Roma a volte fungeva da richiamo per trovare la piazza tricolore dove ci sarebbe stato il comizio della fiamma; noi ragazzi, nei nostri pellegrinaggi militanti, quando sbarcavamo in città non conosciute, seguivamo questo navigatore musicale, andavamo a orecchio, come i topi del pifferaio di Hamelin. Una volta l’udito c’ingannò, o forse il vento ne deviò il percorso; e a Matera, o forse a Brindisi, finimmo con le nostre bandiere tricolori nella piazza antagonista dove puntualmente c’era la contro-manifestazione antifascista. Ma il fattore sorpresa fu tale che passammo tra due ali di folla incredula, tra pugni chiusi e bandiere rosse, si aprì un varco per farci passare, noi del reggimento nemico bardati a tricolore. Passammo indenni mentre si apriva davanti a noi come per miracolo il Mar Rosso… Ma al sud c’erano talvolta queste indulgenze.
Nell’Inno a Roma voi ci vedete il fascismo, la dittatura, la guerra, e magari pure i campi di sterminio; noi ci vedevamo la nostra giovinezza, la nostra comunità, il canto di libertà, a viso aperto, in faccia al mondo; l’ebbrezza di dirsi italiani, romani, latini, la gioia di una festa politica e il sogno di appartenere a una storia antica da rinnovare, “il sol che nasce sulla nuova storia” e che ricorda il socialista Sol dell’Avvenire. L’Inno pucciniano era il canto di una civiltà e di una società armoniosa, in cui “il tricolore canta sul cantiere e sull’officina”, sui campi di grano e sulle greggi, sui reggimenti e sulle “pensose scuole”. Era bello quell’universo corale, in cui operai e contadini, soldati e studenti, si sentivano parte organica di un tutto, nel solco di una civiltà e di una storia. “Per tutto il cielo è un volo di bandiere” e noi le vedevamo in quella piazza, le bandiere inneggiate, sventolare per la nostra festa politica.
Voi ci vedete l’odio, in quella piazza e in quell’Inno; noi ci vedevamo amore, amor patrio, amor di civiltà, amore di comunità e di politica; sì, all’epoca ci si poteva pure innamorare di politica, e si dava tutto senza aspettarsi nulla in cambio sul piano personale, perché come ripeteva Almirante, citando Gabriele d’Annunzio: “Io ho quel che ho donato”; anzi andava oltre il Poeta e diceva: “Io ho quel che mi avete donato”, e il popolo tricolore si commuoveva. Voi ci vedete il nero e l’orbace, noi ci vedevamo il sole e la luce, la gioia sorgiva, che s’irraggia libera e gioconda; il magnifico sole di Roma, nell’azzurro italiano, latino e mediterraneo. Dal Campidoglio “tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma” (la Roma di Puccini non è quella di Gualtieri).
Ecco, dovessi confessare la mia indole nostalgica, direi che ho nostalgia di quella Roma pucciniana, di quell’Italia pucciniana, in equilibrio tra giustizia sociale e amor patrio, natura lussureggiante e civiltà gloriosa. Ma ho nostalgia soprattutto dei nostri occhi di ragazzi, che “vedevano” in quel canto, in quelle parole, un’alba di vita, un risorgimento di passione, un popolo che si raccoglieva intorno a un mito antico.
Poi, certo, sono bastati i cinquant’anni seguenti per disincantarci, la nostra età avanzata per capire che erano sogni di un’età appena svegliata che aveva ancora in testa il sogno della notte. Venne l’età degli incubi, poi delle insonnie, quindi della melatonina per dormire, tra risvegli angosciosi e visioni del vuoto davanti a noi. Solitudini e deserti.
Ma furono veri quei sogni, e veraci quelle passioni ideali; furono condivisi, quei sogni, non erano fantasie oniriche di solitari. Fu bello avere sedici anni in quel tempo. Ed è bello ricordarlo nel nostro. E quelli che vissero con noi, come noi, io li sento ancora fratelli, non mi vergogno di averli considerati camerati e non mi indignerebbe affatto chiamarli compagni, perché l’espressione – almeno – è bella, vuol dire che dividi con loro il pane della vita (cum-panis). Sono convinto che quelle passioni univano negli intenti anche i fronti più divisi; certo, noi eravamo più inclini ai “valori dello spirito”, o se preferite, alla retorica. Ma non c’è da vergognarsi di quelle passioni e delle sue “belle bandiere”. Beatrice Venezi con l’Inno a Roma ha reso onore a Puccini; altri invece lo hanno stuprato, portando in scena una Bohème comunistoide e sessantottarda.
Quella dell’Inno a Roma era un’Italia migliore.