Orgoglio Italiano

Oggi ricorre il centenario dell’Aeronautica Militare italiana, il 28 marzo 1923 veniva fondata la nostra forza aerea, da sempre baluardo ed orgoglio della nostra patria, deputata alla difesa dello spazio aereo nazionale ed impegnata in vari ruoli nell’ambito internazionale; l’orgoglio che risplende sulla coccarda tricolore e che riflette lo spirito della nazione è per tutti i cittadini italiani un vanto.

“VIRTUTE SIDERUM TENUS” così recita il glorioso motto della nostra Aviazione Militare, che nel corso della storia d’Italia si è fregiata di coraggio, passione ed onore; un punto di riferimento alto nel cielo; ove i nostri sguardi arrivano e raggiungono i sogni più ambiziosi fin dove l’audacia e lo spirito si spinge fino a raggiungere le stelle.

La Fondazione Giorgio Almirante, con orgoglio e riconoscenza, ringrazia e augura un sincero augurio a tutti gli uomini e le donne dell’Aeronautica Militare, e si stringe nel ricordo di chi in passato e in tempi più recenti ha servito la nostra Nazione.

Auguri di 100 anni all’Aeronautica Militare Italiana.

Repubblica “scongela” La Malfa contro Meloni: “In cinque mesi del fascismo non ha parlato”. Ma perché avrebbe dovuto?

Repubblica insiste nella polemica sulle Fosse Ardeatine e lo fa con un’intervista in cui ripesca addirittura Giorgio La Malfa, ex segretario del Pri, 84 anni, che accusa Giorgia Meloni non di fascismo ma di “almirantismo”. Insomma siamo alle solite. A quella polemica contro il governo che scaturisce da un’opposizione che Giuliano Ferrara ha definito oggi sul Foglio “bruttina”.  Più che bruttina, inutile.

Dunque La Malfa, “scongelato” per l’occasione, parla in quanto erede degli azionisti e dice di rintracciare in Giorgia Meloni una pericolosa continuità con Giorgio Almirante. “Rintraccio – afferma – una continuità culturale con Giorgio Almirante, che era stato capo di gabinetto nella Repubblica di Salò. Il segretario del Movimento Sociale aveva l’abitudine di nascondere le responsabilità della propria parte politica dietro la comune nozione di patria e di italianità: i repubblichini avevano combattuto per la patria, quindi erano meritevoli di rispetto e degni di legittimazione politica. Ma è un grave errore storico. Un conto è la pietà, che si rivolge a tutti i caduti. Altro conto è la parificazione delle opposte parti in lotta. L’Italia democratica fu costruita sui caduti della nostra parte. La libertà di cui oggi godono gli italiani è il frutto del sacrificio degli antifascisti”. A onor del vero, Almirante non parlò mai di parificazione tra vincitori e vinti ma di “pacificazione” per chiudere la stagione della guerra civile tra italiani. Ma sono sottigliezze che a Repubblica sfuggono…

Ora, La Malfa dimentica forse che questo passaggio si trovava già nelle tesi di Fiuggi, che risalgono al 1995. Parliamo di quasi trent’anni fa. Eppure Repubblica batte sempre sullo stesso tasto, stonato. E con la sola attenuante che almeno La Malfa è più colto di un qualunque Fratoianni e non fa le figure barbine di un Bonelli e neanche lontanamente si ricollega all’antifascismo da Twitter di una Serracchiani o di una Boldrini. Ma la zuppa resta sempre quella, anche se meglio argomentata.

Dice La Malfa: “Nei primi cinque mesi di governo non ha detto nulla sul fascismo. Dice: amo la democrazia. Ma agli italiani chi l’ha tolta? E chi gliel’ha restituita? Forse non fa i conti con il regime fascista perché sente che la maggioranza degli italiani non glielo chiede”. Bene: finalmente un punto viene centrato. La maggioranza degli italiani non lo chiede a lei e a nessun altro. Chiede di guardare avanti. Meloni è stata eletta non per parlare di fascismo ma per governare e per farlo bene. Questo è l’auspicio, questa la prova che deve affrontare. Tutto il resto sono chiacchiere risentite. E si sono già rivelate un boomerang per la sinistra.

 

Nostalgia di De Gaulle, patriota d’Europa

Marcello Veneziani – La Verità -22 marzo 2023

Il fantasma di Charles De Gaulle – che si riaffaccia nella Francia tormentata di questi giorni, in rivolta contro Macron e il suo governo – si è visto aleggiare al Cinema Barberini, a Roma. C’era un film dedicato a lui, presentato su iniziativa di Enrico Pinocci e della Fondazione Giorgio Almirante (io ne ho fatto l’introduzione). Il film, intitolato seccamente De Gaulle, di Gabriel Le Bomin, interpretato da Lambert Wilson, affronta un momento cruciale della vita di De Gaulle e della Francia, quando il Generale, rompendo col governo francese guidato dal Maresciallo Petain che aveva scelto la via dell’armistizio con la Germania occupante – decise di combattere al fianco degli inglesi per liberare la Francia dall’invasore tedesco. Il Paese era in ginocchio ma il generale non si arrese: “la fiamma della resistenza francese non deve spegnersi, non si spegnerà”. Fu in quei giorni drammatici che De Gaulle diventò il leader morale e militare, politico e civile della Francia libera.
De Gaulle proveniva da una famiglia cattolica e nazionalista. Aveva partecipato valorosamente alla Prima guerra Mondiale, agli ordini dello stesso Maresciallo Petain; due anni prigioniero, poi insignito della croce di guerra. Oltre al suo valore militare e alla sua grande ambizione, il film evidenzia le motivazioni profonde che animavano il Generale: l’amor patrio, la fede cattolica e il forte legame con la sua famiglia e con sua moglie che anziché dissuaderlo dalla temeraria impresa, lo incitò ad andare avanti. Patria, Dio e Famiglia furono i principi che lo spinsero a non rassegnarsi. Contro la possente Germania riaffiorava in De Gaulle – e traspare anche dal film – una visione che evoca il pensiero del filosofo Henri Bergson a sostegno dell’intervento francese nella prima guerra mondiale: la Germania rappresenta la potenza meccanica delle armi e dell’apparato bellico; la Francia era chiamata a opporre lo Spirito alla Macchina, lo Slancio vitale alla tecnica e al militarismo. Da qui i suoi incontri con Winston Churchill, a cui chiede e infine ottiene il sostegno; l’alleanza con la Gran Bretagna, i suoi discorsi alla radio da Londra nel nome della Francia libera. Erano due conservatori, Churchill e De Gaulle, e si trovarono poi a Jalta, a fianco del progressista Roosevelt e del comunista Stalin (quando fu eliminato Hitler, Churchill avrebbe detto: “abbiamo ucciso il porco sbagliato, riferendosi a Stalin). Benché vincitori, videro crollare i loro imperi sotto il duopolio Usa-Urss.
Così venne l’ascesa al potere di De Gaulle, le sue grandi riforme, la spinosa guerra in Algeria; poi il suo ritorno da leader politico dopo aver fondato il partito gollista del RPF, la fondazione della Quinta repubblica presidenziale; infine la sua apoteosi nel ’68. Una minoranza rumorosa era insorta nel maggio francese contro la Francia della tradizione e di De Gaulle; ma la maggioranza silenziosa fu col Generale, che trionfò alle elezioni del ’68. Un anno dopo cadde sul referendum per modificare il Senato (come un Renzi qualunque…) e per il decentramento regionale. E si ritirò dalla politica.
Pur essendo un militare, De Gaulle era uomo di lettere e di spirito, grande scrittore di memorie, al punto da sfiorare il premio Nobel per la Letteratura. E pur essendo un soldato si presentò al giudizio del popolo sovrano, restò fedele ai valori repubblicani e fondò la sua leadership sul consenso popolare e sul primato della politica e dello Stato rispetto all’economia, ai poteri transnazionali e alle élite. I suoi nemici lo considerarono un mitomane e un pavone; ebbe sempre a cuore la grandeur francese.
In Italia il gollismo ispirò figure come Randolfo Pacciardi ed Edgardo Sogno; i democristiani del gruppo ’70, tra cui Mario Segni, che sognavano anche da noi la repubblica presidenziale; e Amintore Fanfani, che fu reputato un mezzo De Gaulle, anche per via della breve statura rispetto al Generale spilungone. Quando Francesco Cossiga picconò la prima repubblica e vagheggiò una svolta presidenzialista, fu visto come il nostro De Gaulle; ma lui stesso, più realista, si schermì dicendo che lui era paragonabile piuttosto a René Coty, il presidente della repubblica francese che aveva aperto le porte a De Gaulle. Ma dopo Cossiga da noi non arrivò nessun De Gaulle (venne Berlusconi). La destra missina, invece, pur essendo in sintonia con molte idee di De Gaulle non amò il Generale, per la differente storia alle spalle. Non è un caso che Almirante abbia scritto un libro sul poeta Robert Brasillach che De Gaulle lasciò condannare a morte per il suo “collaborazionismo”; a nulla valsero gli appelli per salvarlo di Albert Camus, Paul Claudel, Jean Cocteau, Colette, Francois Mauriac. In compenso, salvò dalla condanna a morte Petain, per il suo eroico passato, e lo commutò in carcere.
De Gaulle lasciò in eredità alla Francia e all’Europa il primato della politica nel nome della decisione e della sovranità popolare e nazionale; il profilo di una destra conservatrice, nazionale e sociale, imperniata su uno stato autorevole e un legame vivo con le tradizioni nazionali; e soprattutto l’idea di un’Europa delle patrie, forte, indipendente, non subalterna agli Stati Uniti. De Gaulle sottrasse la Francia alla Nato, pur vivendo al tempo dell’Urss e dei due blocchi. E si oppose all’ingresso del Regno Unito nella Comunità europea, nonostante il suo debito verso Londra al tempo della guerra. La sua idea era un’Europa delle nazioni, “dall’Atlantico agli Urali”. Ma s’impose l’opposta idea d’Europa, e noi ne scontiamo gli effetti.
Morì poco dopo le sue dimissioni. Incarnò la Francia Eterna, non quella giacobina, illuminista o tecnocratica. Alla sua morte il più bel necrologio fu il primo e il più stringato. Fu l’annuncio del presidente della repubblica Georges Pompidou: “De Gaulle è morto. La Francia è vedova”. De Gaulle, marito di Francia e fidanzato di un’Europa mai nata.

 

La Fondazione Giorgio Almirante e la Movie On Pictures hanno presentato il film “De Gaulle” ed annunciato la produzione del film “Giorgio Almirante l’uomo che immaginò il futuro”.

Nel corso della serata di gala tenutasi martedì 21 marzo 2023, presso il cinema Barberini di Roma, la Movie On Pictures di Enrico Pinocci ha presentato il film “De Gaulle” sulla storia del generale patriota della resistenza francese, diretto da Gabriel Le Bomin con Lambert Wilson, Isabella Carrè, Oliver Gourmet e Sophie Quintan.
La Movie On Pictures in collaborazione con la Fondazione Giorgio Almirante ha organizzato l’evento presentato dall’attore Vincenzo Bocciarelli che dopo un breve filmato su Giorgio Almirante ha dato la parola a Marcello Veneziani che ha introdotto il film e annunciato che la prossima produzione della Movie On Pictures sarà un film sulla vita di Giorgio Almirante. Dopo il film De Gaulle quello su Almirante si inserisce nella scia di una produzione cinematografica che narra la vita di personaggi nazionali ed internazionali di Destra. Giuliana de’Medici, segretario nazionale della Fondazione Giorgio Almirante ha accolto il Presidente del Senato della Repubblica Ignazio La Russa che ha presenziato alla proiezione insieme al Ministro consigliere Christophe Lemoine dell’Ambasciata di Francia; oltre a tante personalità del mondo politico della cultura e dello spettacolo.

La Costituzione, la bella addormentata nel sottobosco

Marcello Veneziani (Panorama, n.11)

Quando non sanno più a cosa attaccarsi, ricorrono alla Costituzione. Da Sanremo alla piazza, dal Parlamento alla persecuzione di chi non la pensa come il mainstream, il richiamo oggettivo, obbligato, è la Costituzione, che quest’anno compie 75 anni. Magari con l’aggiunta, nata dalla Resistenza. Mattarella ne è il custode, Benigni il cantore, il laudatore istituzionale. Tutto è relativo ma la Costituzione è il valore assoluto, la più bella del mondo, un’opera d’arte. Ma quante volte è stata violata e calpestata da chi la esalta e si fa scudo dietro i suoi dettami?

L’Italia ha una buona carta costituzionale, equilibrata, scritta bene e in modo abbastanza chiaro. Non nacque dal nulla, ma dalla storia. Le sue radici normative italiane furono lo Statuto Albertino e la Costituzione della repubblica romana del 1849. Le sue radici internazionali furono la Costituzione di Weimar, le costituzioni francesi, ma anche i testi di altre grandi democrazie. E tuttavia si avverte il peso specifico della vita, della cultura e delle ideologie italiane.

La Costituzione fu il frutto di un compromesso di alto profilo fra tre culture visibili ed egemoni, più una invisibile e impronunciabile. Le tre culture dominanti furono, come è noto, la cultura laico-liberale, quella di Einaudi, Martino e Croce ma anche quella azionista, di Calamandrei e Giustizia e libertà, per intenderci; la cultura cattolico-democristiana, di De Gasperi, ma anche di Dossetti e di Sturzo; la cultura social-comunista di Togliatti e Nenni, fino a quella socialdemocratica di Saragat.

Ma c’era anche un convitato di pietra, che potremmo chiamare la cultura nazionale del ‘900: la Costituzione e l’ordinamento statale della repubblica italiana ereditarono dallo Stato fascista il Concordato tra Stato e Chiesa, il Codice civile e penale di Rocco, le leggi sulla tutela ambientale di Bottai, la riforma scolastica di Gentile e Bottai, la Carta del Lavoro del ’26, il sistema previdenziale e pensionistico, l’attenzione sociale alla maternità e all’infanzia, il modello economico misto tra pubblico e privato, l’umanesimo del lavoro di Gentile che affiora già nel primo articolo della Costituzione. Aggiungo una considerazione curiosa e irriverente: la Repubblica vinse il referendum perché i fascisti repubblicani non votarono per la monarchia, o perché internati e privati dei diritti politici o perché avversari dei Savoia dopo il 25 luglio. La loro astensione, voluta o forzata, fu determinante per la vittoria della Repubblica… I paradossi beffardi della storia.

Ma passando dalle radici ai frutti, la Costituzione reale e materiale quanto rispecchia la costituzione formale e ideale?

Le leggi speciali in vigore, che puniscono i reati d’opinione non sono una palese violazione del dettame costituzionale e dei diritti? E non suona grottesco l’articolo 34 della Costituzione che riconosce il diritto ai capaci e ai meritevoli in una società, una scuola e università che li calpestano ogni giorno? Triste è il capitolo della Costituzione disattesa, restata sulla carta, sopraffatta dalla prassi. Si pensi al mancato riconoscimento giuridico di sindacati e partiti, alla partecipazione dei lavoratori nella gestione delle aziende, e a tante altre sue parti inattuate. Il primo a citare nei dibattiti politici e parlamentari quegli articoli della Costituzione rimasti lettera morta e a portarli nell’arena polemica dagli spalti dell’opposizione, fu uno che era fuori dell’Arco costituzionale: Giorgio Almirante, che chiedeva di rendere vigenti, efficaci, gli articoli 39,40 e 46 della Costituzione.

Per non dire dei tradimenti subiti dalla Carta lungo la strada, come la violazione del diritto costituzionale dei cittadini di scegliersi i propri rappresentanti, voluta da una legge sostenuta sottobanco da quasi tutti i partiti perché consegna il Parlamento nelle mani degli oligarchi di partito nella compilazione delle liste.

Uno scippo di sovranità su cui nessuna magistratura – anche la stessa massima magistratura, la Presidenza della Repubblica, garante e custode della Costituzione – ha mai eccepito nulla, magari ricorrendo alla Corte Costituzionale. E’ lecito passare dal sistema proporzionale al sistema uninominale e maggioritario e viceversa, ma è incostituzionale negare ai cittadini il diritto di designare i propri delegati, firmando una cambiale in bianco ai partiti. Vi dicono niente poi gli articoli 29, 30 e 31 a tutela della famiglia riconosciuta come “la società naturale fondata sul matrimonio”, oggi vistosamente traditi? E l’articolo 15 che sancisce “l’inviolabile segretezza” della corrispondenza e delle comunicazioni, violato dalla gogna mediatica e la pubblicazione delle intercettazioni? Quante volte è stato calpestato l’art.21 sulla libertà d’espressione? E che dire quando la Costituzione Intoccabile è stata violata senza reagire con la modifica del titolo V sui poteri alle Regioni o con l’inserimento del pareggio di bilancio, il fiscal compact? Ferite gravi all’unità e alla sovranità nazionale e popolare. E non apriamo il capitolo dei diritti costituzionali più elementari violati in tempo di pandemia e di restrizioni sanitarie; poi le forzature con la guerra in Ucraina e il regime di sorveglianza che si è imposto tramite i social e i controlli sanitari, finanziari e mediatici. L’emergenza giustifica ogni cosa. Nessuno solleva queste incongruenze, salvo poi scendere in piazza in difesa della Costituzione intoccabile.

Insomma, la Costituzione sarà bella, ma è come la bella addormentata nel sottobosco.

La sinistra è spenta ma circola il suo veleno

Marcello Veneziani – La Verità – 26 febbraio 2023

Non si fa in tempo a restare preoccupati dalle posizioni guerrafondaie del governo Meloni e dal suo appiattirsi sulla linea americana dei falchi democratici di Biden, che due piccole spie rosse si accendono nel nostro paese e ti fanno pensare a cosa accadrebbe se tornasse la parte opposta. La prima è l’intervista di Ignazio La Russa a Francesca Fagnani in cui il presidente del Senato, incalzato dalla belva o iena (non ricordo bene cosa sia), ammette che a lui sarebbe dispiaciuto avere un figlio gay; poi fa infiniti emendamenti alla frase per assicurare che un figlio gay lo avrebbe amato anche di più. Peccato mortale, avrebbe dovuto dire che sarebbe felice di avere un figlio gay, più felice dei figli veri ed etero che ha avuto. Non stiamo parlando di un fatto politico, non stiamo parlando di un fatto privato, anzi non stiamo parlando di un fatto accaduto. La persona in questione, il figlio gay, non esiste, è solo un’ipotesi astratta. Beh, per questa dichiarazione viene giù il mondo, e le truppe cammellate della stampa e propaganda, le boldrine e tutta questa bella gente, chiedono che la seconda carica dello Stato si dimetta subito, di corsa, per la gravità della sua dichiarazione. Torno a dire, che non si tratta di un comportamento, nè di una dichiarazione su persone e fatti reali, stiamo parlando di un’ipotesi astratta e capziosa.
Agli ipocriti basta il dire, e su questioni irreali, per chiedere cacciate, scomuniche e crisi istituzionali.
Se non fossimo un paese di ipocriti, vigliacchi e pecoroni, diremmo in tanti, se non quasi tutti, quello che l’umanità pensa da quando esiste. Quando sogniamo di avere un figlio lo immaginiamo sano, bello, intelligente, di buon carattere, che si sposerà e ci darà nipoti altrettanto sani, belli, intelligenti, che si faranno una famiglia e avranno i loro figli, eccetera eccetera. E’ un desiderio umano, umanissimo, benefico e sacrosanto, non lesivo e offensivo verso nessuno, che i figli e i nipoti proseguiranno il proprio nome, la propria famiglia.
Poi c’è la realtà. Hai un figlio che non risponde ai tuoi desideri immaginari. Che fai? Lo ami di meno, lo butti nel cassonetto, lo ripudi da grande, lo ritieni di serie b? Ma lo ami come gli altri, come se fosse quello che hai desiderato, se non di più. Questa è la realtà della vita. E si applica anche all’ipotesi di avere un figlio gay. In questo assurdo circo del politically correct bisogna invece dire quel che ti impongono di dire, e simulare se non la pensi in quel modo; altrimenti vai eliminato, non puoi avere incarichi pubblici, non sei considerato uomo civile. Non hai diritto a stare al mondo.
Secondo episodio, altrettanto noto. A Firenze ragazzi di destra fanno volantinaggio davanti al liceo; ma alcuni ragazzi di opposta tendenza ribadiscono l’imperativo territoriale, non avete diritto di venire qui con le vostre idee. Insulti reciproci, botte; stando a quel che si vede nel solo spezzone che ci è stato mandato all’infinito, le botte le danno più i ragazzi di destra. Insomma una deprecabile rissa, con colpe variabili tra le parti ma quasi sempre bilaterali. Episodio da condannare, protagonisti da punire. Punto. No. Viene fuori una preside, e nemmeno dello stesso liceo che, dopo aver citato Gramsci, sentenzia: si sta preparando il totalitarismo. Il pericolo proviene da destra, ossia da chi “decanta il valore delle frontiere, chi onora il sangue degli avi, in contrapposizione ai diversi, continuando ad alzare muri”. Intanto il muro lo alza lei, anzi mura vivo un intero mondo che la pensa in modo diverso dal suo. Dai uno calcio e sei di sinistra, sono scaramucce da ragazzi. Dai un calcio e sei di destra, e viene giù il giudizio universale: così cominciò Hitler, attenzione attenzione, sta risorgendo il fascismo. Se c’era un modo per eccitare il clima, eccolo trovato: da domani manifestazioni antifasciste che chiedono di cacciare tutti quelli che non la pensano come loro dalle scuole si affronteranno con contro manifestazioni di chi ribadisce le proprie idee di destra. Interviene il Ministro della Pubblica Istruzione per redarguire la Preside e soprattutto svelenire il clima, assicurando che non c’è nessun fascismo rinascente in Italia. Riapriti cielo. Il ministro si deve dimettere, ha parlato male dell’antifascismo (a cui si era genuflesso pochi giorni prima e in più occasioni), è fuori dalla Costituzione. Valditara stesso corre a Firenze per riparare il danno.
Risultato: il clima si accende e peggiora il livello del dibattito pubblico. La via d’uscita, per i custodi del Politically correct è una sola: chi si oppone al loro pensiero non merita di esistere, o quantomeno di esistere politicamente e di avere incarichi pubblici, anche se nati dal libero esercizio democratico del popolo sovrano.
Aggiungo un’altra considerazione: la destra al governo accende rancori e odi di mobilitazione che se dovessero incrociare lungo la strada le opposte delusioni di chi non si aspettava la Meloni completamente allineata a Biden, Draghi e Letta, c’è il rischio che si radicalizzi la situazione. Chi ci rimette, oltre il governo in carica, è il Paese intero.
Questi fatterelli che abbiamo raccontato sono un copione che va avanti dal millennio scorso e che col tempo anziché migliorare peggiora. Sono anch’io imbarazzato e preoccupato per la posizione assunta dal governo, c’è una propaganda di guerra imbarazzante, ci stiamo esponendo fino a rasentare la guerra nucleare. Ma poi quando vedo il trailer del prossimo film, ovvero il Ritorno dei morti furenti, con il loro fanatismo e il loro odio antropologico per chi dissente dal loro catechismo, allora mi dico: teniamoci questi al governo, perché quelli sono peggio. Poi speriamo in tempi migliori. Ma che brutta situazione, che voglia di non occuparsi più di queste cose feroci e dementi, di pensare altro, parlare d’altro, scrivere d’altro.

Oltre la destra: al convegno alla Fondazione An le belle storie degli italiani che fecero la storia del Msi

Sala stracolma e partecipazione qualificata, tra di loro anche i vicepresidenti di Camera e Senato Fabio Rampelli e Maurizio Gasparri e il segretario dell’Ugl Paolo Capone, per la presentazione del libro “Oltre la destra – Storie e uomini del Movimento sociale”, che si è tenuta venerdì 17 febbraio alla Fondazione An.Per la presentazione del libro della Eclettica Edizioni sono intervenuti alcuni dei redattori dell’opera, che raccoglie 11 saggi su personalità della destra che vanno da Giorgio Almirante a Pino Rauti, da Rutilio Sermonti a Gaetano Rasi. Uomini che hanno scritto la storia della destra e che rappresentano un riferimento tuttora attuale per il futuro della nazione.

Undici saggi per altrettanti riferimenti del Movimento sociale

Nel corso della serata, organizzata dall’Istituto Stato e partecipazione e moderata dal giornalista del Secolo d’Italia Valter Delle Donne, è infatti emerso un filo conduttore nelle vicende ricostruite delle personalità del pensiero politico, economico e culturale del Msi.

Ognuno dei protagonisti presi in esame nel volume, ha indicato rotte, tracciato sentieri che rimangono di straordinaria attualità e di profetica rilevanza. Il direttore di Realtà Nuova, Domenico Gramazio, che è stato per quasi 20 anni protagonista in Parlamento, ha fatto da attento Cicerone alla platea, con testimonianze personali su molti dei protagonisti citati nell’opera. Una miniera di aneddoti e testimonianze, arricchite di volta in volta dalla lucida analisi politica di Gennaro Malgieri, autore di uno dei saggi dell’opera, quello relativo a Carlo Costamagna. L’ex direttore del Secolo e dell’Indipendente, già parlamentare e consigliere d’amministrazione Rai, ha delineato la traiettoria che accomuna tutte le personalità prese in esame nel volume. “Non erano soltanto politici, a diverso titolo – ha ricordato Malgieri – ma pensatori che vivevano la politica attraverso un’elaborazione intensa. Basti pensare che diedero vita a quelli che oggi chiamiamo laboratori intellettuali, per renderci conto del primato della cultura che con vigore sostenevano”.

Oltre la destra: partecipazione e passione al convegno alla fondazione An

Federico Mollicone, presidente della Commissione cultura della Camera, ha evidenziato nel suo intervento la rilevanza del volume e l’importanza di iniziative come queste, che consentono di ragionare su pagine meno note della storia della destra italiana.

Un aspetto evidenziato nel suo intevento anche da Fabrizio Fonte, presidente del Centro Studi Dino Grammatico, che ha colto l’occasione per tratteggiare un profilo dell’uomo politico siciliano al quale la sua Custonaci ha appunto dedicato un centro studi.

Maurizio Gasparri ha voluto salutare la platea dedicando un ricordo speciale a Teodoro Buontempo, menzionato all’interno di Oltre la destra nel bel saggio firmato da Pierpaolo Naso. Un ricordo vivido e toccante, alla presenza di Marina Buontempo, in prima fila con Giuliana de’ Medici, figlia di Giorgio Almirante e segretaria dell’omonima fondazione.

Di ogni personalità citata nel volume, coordinato con zelante passione da Francesco Carlesi (autore anche dei capitoli su Giano Accame e Gaetano Rasi) è apparso chiaro che vi sarebbe materia per un convegno a parte.

Ma ciò che è apparso ancora più lampante, come hanno evidenziato tutti i relatori, da Raimondo Fabbri (suo il capitolo su Ernesto Massi) a Gherardo Marenghi (autore del capitolo sulla visione sociale di Giorgio Almirante), da Andrea Scaraglino (Msi e questione meridionale) a Juan de Lara (che ha redatto il capitolo su Rutilio Sermonti), è la rilevanza non solo per la storia, ma per il futuro di ogni battaglia politica e culturale dei personaggi citati.

Basterebbe pensare, come ha ricordato Gramazio, l’attualità del pensiero di Pino Rauti, che ha saputo preconizzare scenari impensabili, ma anche la visione per certi versi profetica di Beppe Niccolai. Nel corso del convegno ogni dettaglio ha confermato un’evidenza: e cioè quanto sia stato ricco e prolifico il mondo della destra italiana. Un mondo per troppi anni censurato dalla cultura dominante. Un libro, per dirla ancora con la illuminante definizione di Malgieri, “ricco di riflessioni che fanno giustizia del becero luogocomunismo della sinistra”. 

Mixer di Giovanni Minoli – Vent’anni di televisione torna stasera in seconda serata su Rai 3: 1987 Ospite del programma Giorgio Almirante

Stasera in seconda serata su Rai 3 per la serie Mixer vent’anni di televisione 

Foibe, Menia: “Il Giorno del Ricordo è arrivato tardi e con fatica. I negazionisti condannati dalla storia”

«Il Giorno del Ricordo è arrivato tardi, drammaticamente tardi: 60 anni dopo e con tanta fatica (l’ iter parlamentare è durato 10 anni)». A scrivere un lungo e vibrante intervento è Roberto Menia, il papà della legge che istituì il 10 febbraio come data per ricordare. Una data simbolo “per seminare memoria, recuperare dalla polvere della storia vicende nascoste, occultate, dimenticate, mai raccontate, infoibate anch’esse”. Il senatore di Fratelli d’Italia rammenta su Libero quanta  fatica sia costata arrivare a questo. Figlio di un’esule istriana, oggi afferma «Adesso il debito morale dell’Italia è in parte sanato». Ma quanta fatica e quanto tempo ci sono voluti per approdare ad un momento di pietas collettiva.

Menia: “Il Giorno del Ricordo è arrivato drammaticamente tardi”

“Richiesta di giustizia, amore, umanità, rispetto. E quando si semina prima o poi si raccoglie”, scrive Menia. Ma i rimpianti non si dissolvono:  il “Giorno del Ricordo” è arrivato tardi. “E molto, moltissimo, è andato perduto. I tesori della memoria di tanti vecchi, la cantilena della lingua del dolce sì, i profumi, lo spirito, le tradizioni. Troppi, donne e uomini, hanno chiuso gli occhi seppellendo con loro le vecchie care memorie. Le città hanno cambiato nome e quasi nessuno, oggi, in Italia conosce più Parenzo, Pola, Fiume, Zara: le chiamano Porec, Pula, Rijeka, Zadar”.

Menia, il bilancio: “In tanti hanno saputo quel che non sapevano”

“Convenienze politiche di ordine interno e internazionale indussero a cancellare dalla coscienza e dalla conoscenza degli italiani questa grande tragedia nazionale – scrive Roberto Menia-. Una tragedia che per decenni è rimasta confinata nelle memorie private delle nostre famiglie; lassù, in quell’angolo d’Italia alla frontiera orientale”. A quasi vent’anni dall’istituzione del giorno del ricordo, il bilancio che trae  Menia è in parte positivo: “è giusto dire che quella legge ha almeno in parte sanato il debito morale dell’Italia tutta nei confronti della tragedia giuliano -dalmata. Tanti hanno saputo quel che non sapevano. Nelle scuole si è iniziato a studiare, parlare, conoscere; città e paesi d’Italia hanno intitolato vie, parchi e percorsi alla memoria delle foibe e dell’esodo”.

“I negazionisti, piccole sacche condannate dalla storia”

Certo, non tutto è positivo: “Rimangono ancora, confinati fuori dal presente e da quel sentimento di umanità che dovrebbe legare ogni connazionale, i negazionisti in servizio permanente effettivo. Ma sono piccole sacche, condannate dalla storia. Oggi, 10 febbraio, l’Italia, quella dolce e orgogliosa di cui noi, figli dell’esodo, siamo innamorati, si riconcilia. E riconosce nella sua compiutezza il valore della grande prova che i giuliano -dalmati le seppero offrire.

FOIBE per non dimenticare , l’8 Febbraio a Roma in Fondazione Giorgio Almirante

Mercoledì scorso nella sede della Fondazione Giorgio Almirante a Roma anche noi abbiamo ricordato il dramma degli esuli Giuliani Dalmata e il dramma delle foibe insieme a Roberto Menia, padre della legge che ha istituito il giorno del ricordo, Roberto Rosseti, Federico Guidi e Oliviero Zoia