Grosseto, sì della Prefettura a via Giorgio Almirante: si scatena la gazzarra della sinistra

Nascerà via Giorgio Almirante a Grosseto. La Prefettura ha dato il nulla osta dopo tre mesi dalla richiesta partita dall’amministrazione comunale guidata da Antonfrancesco Vivarelli Colonna, il sindaco della cittadina toscana che ha deciso di intitolare una strada sia allo storico segretario nazionale del Msi, sia ad Enrico Berlinguer, come esempio di pacificazione nazionale. Il via libera da parte del massimo organo governativo non ha spento, però, le polemiche.

Il sindaco: “Fatta giustizia”

Il progetto di toponomastica dell’amministrazione comunale parte da via della Pacificazione nazionale e arriva sino a via Enrico Berlinguer Berlinguer e via Giorgio Almirante. L’idea del primo cittadino grossetano è quella di costruire, attraverso i simboli storici, condivisioni politiche che spazzino via risentimenti e rancori. Vivarelli Colonna ha più volte ricordato che la proposta di intitolazione delle strade ad Almirante e Berlinguer è stata approvata per ben due volte dal consiglio comunale. Ma tutto questo non ha spento le polemiche speciose di alcuni settori della sinistra.

“No ad Almirante a Grosseto”

 Reazioni isteriche sono arrivate puntualmente dalla sinistra. Parla di “revisionismo storico” la capogruppo alla Camera di Alleanza Verdi e Sinistra, Luana Zanella, citando un passo di uno scritto di Almirante pubblicato su “La Difesa della Razza” in cui scriveva che “il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti”. Dal Partito Democratico, invece, accusano la prefetta, per mezzo del deputato dem Marco Simiani, “di non avere sensibilità. La pacificazione non si impone con la toponomastica ma con il rispetto di tutte le posizioni politiche e non dimenticando fatti tragici causati dalla violenza nazista e fascista”. Anche l’Anpi non si tira indietro, annunciando che “faremo le nostre valutazioni rispetto all’eventualità e ai contorni di un ricorso al Tar”.

La prima via al leader del Msi trent’anni fa da un esponente della sinistra

La prima via intitolata a Giorgio Almirante in Italia fu ad opera, nel 1993, di Costantino Belluscio, per anni deputato del Psdi e segretario particolare di Saragat al Quirinale, sindaco di Altomonte, in provincia di Cosenza. Non ci furono polemiche, nessuno si scandalizzò. In Italia ne esistono oltre duecento. Il passo indietro compiuto in tutto questo periodo è il sintomo di una regressione culturale impressionante. Almirante è stato il simbolo dell’onestà politica, deputato per 40 anni, capace di un gesto simbolico forte come la presenza ai funerali di Berlinguer. Una figura politica che molti elettori della sinistra rispettano come rappresentante di idee e azioni improntate sulla coerenza e sull’etica.

Le amnesie di un antifascismo insopportabile

Guardare alla storia con gli occhi del presente è sempre un esercizio sterile. Le obiezioni su Almirante e sul manifesto della difesa della razza sono strumentali e ambliope. Rileggendo gli articoli di Eugenio Scalfari, Enzo Biagi, l’adesione di Dario Fo alla Rsi(solo per citare alcuni dei totem della sinistra passati per il fascismo e autori di scritti non certo edificanti in quel periodo), bisognerebbe adottare lo stesso metro di giudizio. Decontestualizzare senza operare un distinguo tra prima e dopo serve solo ad alimentare un antifascismo inutile. Da Grosseto arriva un messaggio di superamento di steccati e contrapposizioni che trent’anni fa sembravano non esistere più. E che oggi paiono l’espressione di una triste involuzione culturale.

Caso Santanchè, Conte tira in ballo Almirante. La figlia del leader: “Mio padre era un garantista”

Secolo d’Italia – 27 Lug 2023

“Almirante cosa avrebbe detto sul caso Santanchè?”. Con questa domanda retorica il leader pentastellato Giuseppe Conte ha attaccato ancora il ministro del turismo tirando in ballo addirittura il defunto segretario nazionale del Msi. A stretto giro di posta è arrivata la risposta della figlia del grande uomo politico missino, Giuliana De Medici. “Posso certamente affermare che mio padre non avrebbe mai ‘scaricato’ una persona a priori in assenza di una condanna, di prove precise. Avrebbe aspettato la sentenza. Davanti a una sentenza di condanna, lui stesso sarebbe stato intransigente. Mio padre diceva: uno dei nostri che sbaglia deve essere condannato due volte, perché rappresentiamo l’Italia pulita”. Come dovrebbe comportarsi la premier Meloni con la ministra Santanchè in caso di rinvio a giudizio? “Vediamo come si evolvono le cose, è una questione molto delicata“, ammette De’ Medici. “Non sono io il primo ministro e non spetta a me prendere certe decisioni. C’è da dire che questo governo è stato preso di mira non solo per il ministro Santanchè ma per tante altre vicende: stanno andando a cercare il pelo nell’uovo come fecero con Berlusconi. Io – racconta – ho conosciuto il ministro Santanchè: è un’imprenditrice che ha creato tanti posti di lavoro, una donna che si è fatta da sola”.

Almirante va bene a giorni alterni per le opposizioni

La figura di Giorgio Almirante è tirata quotidianamente in ballo dalle opposizioni e dal mondo collaterale alla sinistra strumentalmente. Un giorno, per Luca Bottura e altri ” è il fucilatore di Salò che ha sulla coscienza più morti di Tito(!)”, un altro viene ricordato, come accaduto oggi con l’ex presidente del Consiglio dei cinquestelle, per la sua onestà e la sua intransigenza. In realtà Giorgio Almirante, che era certamente intransigente sul piano etico e morale, non era un giacobino: rispettava la magistratura ma anche e soprattutto la presunzione di innocenza e, a differenza di Conte, non condannava nessuno a priori, come ha giustamente ricordato oggi la figlia.

Saviano lasci in pace Almirante. Bisogna esserne degni

7 colli –  – 

Roberto Saviano ha un nuovo nemico di nome Giorgio Almirante. Sembra incredibile, ma lo scrittore campano sente il bisogno di prendersela col leader scomparso decenni fa e che resta vivo nella memoria di tantissimi italiani.

Ci voleva un comico arrabbiato per riattizzare il fuoco contro una delle personalità politiche più oneste che ci siano state in Italia. Luca Bottura è stato capace di affermare che Almirante avrebbe ucciso più italiani rispetto a quanti ne sterminò Tito. Una sciocchezza enorme che fa comprendere come non tutti possano scrivere di tutto.

Saviano se la prende pure con Almirante

Ma tutto sarebbe finito lì, nell’archivio delle cretinate, se non si fosse infilato nella polemica su Almirante proprio Saviano. In maniera decisamente indegna.

“Una qualunque storia politica che abbia tra i suoi miti fondativi la figura di Giorgio Almirante, come racconta Bottura, è una storia politica basata su continui tentativi di falsificazione”, ha concionato lo scrittore. Aggiungendo che “una qualsiasi storia politica che partisse da tali infamie, per costruire i propri miti fondativi, si porrebbe con evidenza al di fuori della Costituzione. Ma quale forza politica avrebbe oggi, 24 luglio (giusto un giorno prima!), il coraggio di presentarsi in Europa con, nel simbolo, una fiamma che ancora ricorda quelle infamie? Ma no, non è possibile, non esiste una forza politica tanto votata all’autodistruzione…”.

Ogni giorno ha la sua pena e anche ieri ci è toccato imbatterci in un tweet senza alcuno stile come quello di Saviano.

L’omaggio dei presidenti Napolitano e Mattarella

Il quale dice di essere scrittore anche quando fa il propagandista. Due presidenti della Repubblica, come Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, non hanno esitato a ricordare Almirante con il suo limpido percorso parlamentare. Con le sue idee, ovviamente, e con la sua coerenza incancellabile.

Anche Saviano si iscrive al club di quelli contro la Fiamma tricolore pur di negarne il valore. Attorno a quel simbolo, dopo la guerra, Almirante e altri grandi di quella destra, radunarono un popolo a cui fu chiesto di scegliere la democrazia anziché le armi. Ma ancora oggi dobbiamo leggere lezioni di risentimento. E quanta paura vi fa quel grande uomo?

La Commissione Cultura del Senato approva Odg per revocare l’onorificenza a Tito

”La storica richiesta delle famiglie degli infoibati e delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati per revocare l’onorificenza conferita al dittatore jugoslavo Josip Broz Tito, ha finalmente trovato esito positivo attraverso l’approvazione di un ordine del giorno a mia prima firma, che impegna il governo ad attivare la procedura di revoca del cavalierato di gran croce, decorato di gran cordone, da parte del Presidente della  Repubblica”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia Roberto Menia, primo firmatario dell’odg approvato in Commissione Cultura del Senato in sede redigente del ddl in materia di iniziative per la promozione della conoscenza della tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata nelle giovani generazioni.

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AS 317- 533 -548

ORDINE DEL GIORNO

Il Senato della Repubblica,

nell’approvare nuove norme di modifica alla legge 30 marzo 2004 n. 92 con le quali si prevede la realizzazione di iniziative tese a diffondere la conoscenza della tragedia delle foibe;

ricordato che

con la citata legge  «La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”

a prescindere dalle non sempre convergenti ricostruzioni storiche – ed in presenza di marginali tesi negazionistiche o riduzionistiche – è ormai riconosciuto lo sterminio di diverse migliaia di italiani, infoibati, deportati, massacrati nelle forme più atroci dai partigiani di Tito, in gran parte a guerra finita;

il capitolo delle foibe e del terrore titino fu prodromo dell’esodo di 350.000 italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, determinando la lacerazione di un tessuto storico da cui scomparve quasi  del tutto la presenza italiana e si cambiarono i connotati di terre intrise da secoli di storia, lingua, cultura italica;

giova in proposito ricordare che il recente censimento in Croazia ha certificato la presenza di soli 13.000 cittadini dichiaratisi di lingua madre italiana, il che equivale ad un’estinzione “de facto” della nostra presenza;

è giusto altresì rammentare che il terrore titino non fu rivolto solo contro gli italiani, ma anche verso i popoli fratelli della Jugoslavia: solo per citare le più recenti notizie di fonte slovena, si  ricorda (ottobre 2022) l’esumazione di oltre 3000 vittime di esecuzioni sommarie dalla fossa della Marčesna Gorica nel Kočevski Rog; la vicenda ha riportato alla mente anche altre più o meno recenti scoperte di luoghi di mattanze e orrori dovuti a Tito:  Huda Jama (la caverna del Diavolo) e le sue 1500 vittime, i massacri della foresta di Kocevie e le fosse comuni con centinaia di crani trapassati da un proiettile, la Foiba dei bambini con oltre un centinaio di ragazzini di quindici anni gettati giù assiema a suore: si sono rinvenute tante piccole croci, bottoni e rosari;

nel solo territorio della Slovenia sono stati individuati più di 700 siti in cui sono state perpetrate stragi e la stima è di oltre 100.000 assassinati: i massacri ordinati da Tito, o svolti con la compiacenza del dittatore jugoslavo, avvennero nella quasi totalità dei casi a guerra finita, in pieno spregio di tutte le convenzioni internazionali: sono quindi tantopiù ingiustificabili e si configurano – al di là di ogni valutazione politica o storica – come crimini contro l’umanità;

da diversi anni, e per prima l’Unione degli Istriani, le associazioni degli esuli giuliani e dalmati hanno richiesto, esigendo rispetto, giustizia e umanità di fronte alla loro tragedia, la revoca dell’onoreficenza concessa a Josip Broz Tito, insignito il 2 ottobre 1969 dall’allora Presidente Saragat, del titolo di Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone;

la richiesta-appello degli esuli istriani, nonostante la palmare evidenza delle ragioni addotte, è stata fin qui disattesa a causa di un’interpretazione che affermerebbe impossibile la revoca di un’onoreficenza a persone defunte, giacché alle stesse sarebbe precluso il diritto di opporsi alla stessa.

La materia è regolata dalla legge 3 marzo 1951 n. 178 che all’art. 5 prescrive: “Salve le disposizioni della legge penale, incorre nella perdita della onorificenza l’insignito che se ne renda indegno. La revoca è pronunciata con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta motivata del Presidente del Consiglio dei Ministri, sentito il Consiglio dell’Ordine”;

tale fattispecie è recentemente occorsa nel caso del presidente siriano Bashar Al Assad, decorato di Cavalierato di Gran Croce con Gran Cordone, conferitogli nel marzo 2010 e revocato nell’ottobre 2012 a causa della repressione feroce delle proteste sollevatesi nel paese attraverso l’uso delle armi  e dei bombardamenti contro la popolazione civile, che determinarono decine di migliaia di morti. La revoca dell’onoreficenza fu allora sollecitata proprio da un atto parlamentare del Senato della Repubblica;

dalla legge 178/51 discendono i DPR 31 ottobre 1952 n. 178 (secondo cui «per ragioni di cortesia internazionale il Presidente della Repubblica può conferire onorificenze all’infuori della proposta e del parere richiesti» dalla legge 3 marzo 1951, n 178 e in questo caso il decreto di concessione è controfirmato dal Presidente del Consiglio dei ministri) e dal DPR  13 maggio 1952, n. 458 il quale all’art. 10 dispone che “le onorificenze possono essere revocate solo per indegnita’. Il cancelliere comunica all’interessato la proposta di revoca e gli contesta i fatti su cui essa si fonda, prefiggendogli un termine, non inferiore a giorni venti, per presentare per iscritto le sue difese, da sottoporre alla valutazione del Consiglio dell’Ordine. (…) Decorso il termine assegnato per la presentazione delle difese, il cancelliere sottopone gli atti al Consiglio dell’Ordine, per il parere prescritto dall’art. 5 della legge”;

in realtà l’attuale formulazione della legge non escluderebbe certo la previsione di revoca postuma dell’onoreficenza, giacchè, come recita il noto brocardo, “ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit”;

ciò premesso,

il Senato impegna il Governo

a chiarire che il ritiro delle onoreficenze possa essere anche postumo in caso di morte dell’insignito e ad attivare di conseguenza la procedura di richiesta motivata al Presidente della Repubblica tesa alla revoca del Cavalierato di Gran Croce decorato di Gran Cordone al defunto dittatore jugoslavo, responsabile di crimini contro l’umanità, maresciallo Josip Broz Tito.

MENIA

 

 

Non sparate sull’Inno a Roma

Marcello Veneziani  – La Verità – 16 luglio 2023

Sole che sorgi libero e giocondo…Com’era bello l’Inno a Roma di Giacomo Puccini e come è bello ancora, a risentirlo adesso. L’altro giorno, dopo l’ennesimo linciaggio subito da Beatrice Venezi per aver osato suonare con l’orchestra nella sua Lucca, all’apertura del festival pucciniano, l’Inno a Roma, una giovane amica è rimasta incuriosita e non conoscendo l’inno, ha voluto sentirlo col suo smartphone. Riascoltandolo con lei, sono tornato a più di cinquant’anni fa, e mi è parso di tornare ragazzo con le ali sotto i piedi. Ho ritrovato le parole, che ricordavo tutte, e anche l’aura di quel canto e di quel tempo e quelli che come me lo cantavano e nasceva tra noi un’intesa più forte del fuoco.
L’Inno a Roma è del 1918, quando il fascismo ancora non era nato, nessuna frase dell’Inno evoca il fascismo, anche se le sue parole, nella loro semplicità compongono una coerente visione della vita e di una civiltà. E’ una composizione tarda e maestosa di Puccini, che pochi anni dopo morirà; risente del fervore patriottico della prima guerra mondiale, ma venata di tenerezza. Fu suonato ai tempi del fascismo, anche se altri canti prettamente fascisti caratterizzarono il repertorio musicale del regime: da Faccetta nera a Giovinezza, che era un canto prefascista e goliardico, adattato poi nelle parole al fascismo. Ma l’Inno a Roma diventò il blasone, la bandiera, la colonna sonora, il richiamo magico dei comizi del Movimento Sociale Italiano; in particolare di quelli di Giorgio Almirante che erano spettacoli oratori di teatro politico e passione ideale. Ne eravamo ammaliati, anzi infiammati. E quell’Inno ne era il mito, il rito, la liturgia.
L’Inno a Roma a volte fungeva da richiamo per trovare la piazza tricolore dove ci sarebbe stato il comizio della fiamma; noi ragazzi, nei nostri pellegrinaggi militanti, quando sbarcavamo in città non conosciute, seguivamo questo navigatore musicale, andavamo a orecchio, come i topi del pifferaio di Hamelin. Una volta l’udito c’ingannò, o forse il vento ne deviò il percorso; e a Matera, o forse a Brindisi, finimmo con le nostre bandiere tricolori nella piazza antagonista dove puntualmente c’era la contro-manifestazione antifascista. Ma il fattore sorpresa fu tale che passammo tra due ali di folla incredula, tra pugni chiusi e bandiere rosse, si aprì un varco per farci passare, noi del reggimento nemico bardati a tricolore. Passammo indenni mentre si apriva davanti a noi come per miracolo il Mar Rosso… Ma al sud c’erano talvolta queste indulgenze.
Nell’Inno a Roma voi ci vedete il fascismo, la dittatura, la guerra, e magari pure i campi di sterminio; noi ci vedevamo la nostra giovinezza, la nostra comunità, il canto di libertà, a viso aperto, in faccia al mondo; l’ebbrezza di dirsi italiani, romani, latini, la gioia di una festa politica e il sogno di appartenere a una storia antica da rinnovare, “il sol che nasce sulla nuova storia” e che ricorda il socialista Sol dell’Avvenire. L’Inno pucciniano era il canto di una civiltà e di una società armoniosa, in cui “il tricolore canta sul cantiere e sull’officina”, sui campi di grano e sulle greggi, sui reggimenti e sulle “pensose scuole”. Era bello quell’universo corale, in cui operai e contadini, soldati e studenti, si sentivano parte organica di un tutto, nel solco di una civiltà e di una storia. “Per tutto il cielo è un volo di bandiere” e noi le vedevamo in quella piazza, le bandiere inneggiate, sventolare per la nostra festa politica.
Voi ci vedete l’odio, in quella piazza e in quell’Inno; noi ci vedevamo amore, amor patrio, amor di civiltà, amore di comunità e di politica; sì, all’epoca ci si poteva pure innamorare di politica, e si dava tutto senza aspettarsi nulla in cambio sul piano personale, perché come ripeteva Almirante, citando Gabriele d’Annunzio: “Io ho quel che ho donato”; anzi andava oltre il Poeta e diceva: “Io ho quel che mi avete donato”, e il popolo tricolore si commuoveva. Voi ci vedete il nero e l’orbace, noi ci vedevamo il sole e la luce, la gioia sorgiva, che s’irraggia libera e gioconda; il magnifico sole di Roma, nell’azzurro italiano, latino e mediterraneo. Dal Campidoglio “tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma” (la Roma di Puccini non è quella di Gualtieri).
Ecco, dovessi confessare la mia indole nostalgica, direi che ho nostalgia di quella Roma pucciniana, di quell’Italia pucciniana, in equilibrio tra giustizia sociale e amor patrio, natura lussureggiante e civiltà gloriosa. Ma ho nostalgia soprattutto dei nostri occhi di ragazzi, che “vedevano” in quel canto, in quelle parole, un’alba di vita, un risorgimento di passione, un popolo che si raccoglieva intorno a un mito antico.
Poi, certo, sono bastati i cinquant’anni seguenti per disincantarci, la nostra età avanzata per capire che erano sogni di un’età appena svegliata che aveva ancora in testa il sogno della notte. Venne l’età degli incubi, poi delle insonnie, quindi della melatonina per dormire, tra risvegli angosciosi e visioni del vuoto davanti a noi. Solitudini e deserti.
Ma furono veri quei sogni, e veraci quelle passioni ideali; furono condivisi, quei sogni, non erano fantasie oniriche di solitari. Fu bello avere sedici anni in quel tempo. Ed è bello ricordarlo nel nostro. E quelli che vissero con noi, come noi, io li sento ancora fratelli, non mi vergogno di averli considerati camerati e non mi indignerebbe affatto chiamarli compagni, perché l’espressione – almeno – è bella, vuol dire che dividi con loro il pane della vita (cum-panis). Sono convinto che quelle passioni univano negli intenti anche i fronti più divisi; certo, noi eravamo più inclini ai “valori dello spirito”, o se preferite, alla retorica. Ma non c’è da vergognarsi di quelle passioni e delle sue “belle bandiere”. Beatrice Venezi con l’Inno a Roma ha reso onore a Puccini; altri invece lo hanno stuprato, portando in scena una Bohème comunistoide e sessantottarda.
Quella dell’Inno a Roma era un’Italia migliore.

 

Rita Dalla Chiesa, “guarda e impara!”: la lezione a Giuseppe Conte

Riportiamo l’articolo di Libero.it

Rita Dalla Chiesa umilia il leader del Movimento 5 stelle – uno dei pochi leader politici che non erano presenti ai funerali del Cavaliere mercoledì 14 giugno nel Duomo di Milano – con un post pubblicato sul suo profilo Twitter dove mostra la foto di Giorgio Almirante, fondatore e leader storico del Movimento sociale italiano, alle esequie di Enrico Berlinguer, segretario del Partito comunista: “Questo era Almirante ai funerali di Berlinguer”, scrive la conduttrice e deputata di Forza Italia. “Chi non era in Duomo (per i funerali di Silvio Berlusconi, ndr) dovrebbe imparare… Ci sono doveri istituzionali che vanno oltre le idee, Giuseppe Conte”.

Una bordata al leader del Movimento 5 stelle evidentemente inchiodato alla sua maleducazione. Conte ha poi provato a spiegare le sue ragioni e oggi in una intervista a Il Fatto quotidiano dice: “Non sono andato per rispetto sia nei confronti dei suoi cari e di tutti coloro che l’hanno amato e sostenuto, sia nei confronti dei principi e dei valori della nostra comunità politica. Ma trovo davvero surreale questo clima di canonizzazione di Berlusconi, tra iniziative celebrative del governo, programmazione tv a reti unificate e sospensione delle attività in varie istituzioni, comprese le aule parlamentari”.

Giuliana de’ Medici Almirante: “Giorgia Meloni è coraggiosa. Guardi sempre ai valori del MSI”

Giuliana de’ Medici Almirante figlia di donna Assunta e Giorgio Almirante interviene in esclusiva su “Le Banche d’Italia” parlandoci di politica attuale, di giovani e dei suoi dolcissimi genitori. Essa è segretario nazionale della Fondazione Almirante.

 

Giuliana de’ Medici Almirante quali sono a suo avviso le migliori qualità politiche della prima donna premier del nostro Paese Giorgia Meloni?

Sicuramente la tenacia e il coraggio. Ha avuto coraggio a separarsi da Berlusconi per fondare Fdi e poi ha avuto la tenacia di lavorare per arrivare a essere premier. 

Suo padre Giorgio Almirante, secondo lei, che consigli darebbe alla Meloni?

È difficile dire cosa lui potrebbe pensare oggi. Inevitabilmente è il mio pensiero che esprimo. Io le direi di guardare un po’ di più a quei valori del passato che tutti le vogliono far dimenticare. Parlo del MSI ovviamente che ha avuto una storia gloriosa e che ha avuto anche momenti difficili che ha però sempre superato. 

La Fondazione Almirante che obiettivi ha?

La Fondazione Almirante è nata per portare avanti proprio quegli ideali e quei valori che Giorgio Almirante ha predicato per tutta la sua vita. Ha però solo intenti culturali e di studio. 

Da quando si è insediato il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, quali misure importanti ha messo in atto?

Onestamente per ora non credo nulla. Ma dobbiamo dargli il tempo di valutare studiare e organizzare una situazione tragica che ha trovato in regione. 

Cosa augura all’Italia per il suo futuro?

Mi auguro soprattutto che si possa offrire ai nostri giovani un futuro migliore di quello che si presenta oggi. Vede tutti parlano male dei ragazzi che non hanno voglia di lavorare e che non vogliono fare sacrifici. In parte sarà anche vero ma la maggior parte sono ragazzi mortificati e che hanno perso l’entusiasmo per il loro futuro. 

Che ricordi ha dei suoi genitori donna Assunta e Giorgio Almirante?

I ricordi dei miei genitori sono dolcissimi. Sono stata sempre riempita d’amore da parte loro. Erano due persone eccezionali e sono felice e orgogliosa di essere cresciuta in questa famiglia 

Diversi anni fa intervistai la sua cara mamma, persona cordiale e forte allo stesso tempo, di cui ho sempre apprezzato le qualità umane. Cosa le manca di lei?

Mi manca tutto. Io sono sempre stata molto legata a mamma con cui ho condiviso i momenti belli e brutti della vita. Negli ultimi anni poi quando lei si era ritirata a una vita più tranquilla abbiamo vissuto in simbiosi. Credo di aver avuto, più che gli altri figli, un rapporto speciale e unico. 

Il direttore responsabile Agrippino Castania

Enrico Berlinguer moriva 39 anni fa. Il gesto di Almirante fu il simbolo dell’omaggio dell’Italia intera

Quel giorno di 39 anni fa molti di noi ricordano cosa stavano facendo. Quella sera, il 7 giugno , in piena campagna elettorale per le elezioni europee, Enrico Berlinguer cadde  sul palco di Padova colpito da un ictus. Morirà quattro giorni dopo e il Pci, sfruttando l’effetto commozione, diventerà il primo partito italiano. Icona straordinaria della sinistra massimalista, sardo e borghese, ricco di famiglia, Berlinguer aveva incarnato lo spirito proletario non senza contraddizioni.

Negli anni Settanta a Sofia avevano tentato di farlo fuori. In un’intervista dichiarò di sentirsi più sicuro “sotto l’ombrello della Nato” nonostante quella spettacolare organizzazione del suo partito, con migliaia di funzionari, si reggesse grazie ai dollari che annualmente il Pcus gli elargiva. Sul piano strettamente politico Berlinguer aveva subito una sorta di trauma con l’omicidio Moro, che congelava ogni ipotesi di costruzione alternativa con il Pci protagonista.

Craxi, il nemico

In quel 1984 c’erano un Capo dello Stato socialista ma soprattutto un Premier socialista, autonomista e coraggioso che aveva, con molta spregiudicatezza, lanciato una sfida di riformismo e di modernizzazione culminata con Il decreto di San Valentino sulla scala mobile. Craxi era già il nemico da abbattere dal Pci. Berlinguer, destinato eternamente all’opposizione, il Papa di una Chiesa che raccoglieva il consenso di un terzo degli italiani. Quell’emorragia cerebrale arrivò mentre l’Urss si apprestava ad eleggere segretario Gorbaciov e ad avviare un quinquennio di glasnost che sarebbe coincisa con il dramma della implosione e della caduta del socialismo reale nella cortina di ferro. Un po’ di anni prima, Berlinguer aveva posto la questione morale. Un’accusa  implicita al sistema di corruttela del pentapartito ma anche un monito a una flessione notevole dei valori morali che stava attraversando gli anni Ottanta.

Per molti la morte di Berlinguer fu la fine della Prima Repubblica

Berlinguer morì sul “lavoro”, così come avrebbe fatto quattro anni dopo Giorgio Almirante. Proprio il leader missino fu , per citare la figlia Bianca, l’emblema  migliore dell’omaggio dell’Italia intera a Berlinguer con quella lunga camminata da cittadino anonimo in fila per salutare il feretro. Quella sera di 39 anni fa segnò per molti versi la morte anticipata della prima Repubblica. Il leader che cede nella drammaticità delle immagini conferma la corporeità di ciò che rappresentava. Era un uomo che portava in sé il carisma tipico di quelle guide immanenti che, proprio come i Papi, vanno via solo con la morte. 40 anni dopo il deserto totale accompagna la politica. Non più divisa per classi o per rappresentatività. In un mondo totalmente cambiato nemmeno la questione morale ha più lo stesso sapore. In mezzo, nonostante la sua antistoricità, l’immagine eterna di un uomo che ispirava fiducia in chiunque ne incrociasse lo sguardo. Un uomo onesto.

RADICI PROFONDE SI PENSIERO UNICO NO , intervento di Roberto Rosseti

Martedi 30 maggio nei saloni della Fondazione An in via della Scrofa si è tenuto un
convegno- dibattito sul tema: “Radici profonde si, pensiero unico no” che aveva lo
scopo di rappresentare tutte le posizioni del mondo di destra in questo particolare
momento politico e gli stretti legami con quello che ha rappresentato la cultura di
destra in Italia. Sono stato invitato ad intervenire quale membro della Fondazione
Giorgio Almirante ed ho avuto in tal senso l’avallo di Giuliana De Medici. Quanto
ripropongo è una sintesi dell’intervento a conclusione del convegno.

“Credo che sia opportuno affermare immediatamente che siamo tutti convinti della
impossibilità del ritorno del FASCISMO come forma di potere politico, diverso è
ritenere che, se è vero che si parla di radici profonde, non si possa onestamente
confessare che la generazione a cui appartengo e quella che va dalla fondazione del
Msi sino al 1994, faceva riferimento in maniera esplicita a quella esperienza di
governo anche se con la formula: “Non rinnegare,non restaurare”. Quello che si
chiedeva era esclusivamente un giudizio obbiettivo legato al periodo storico in
quelle vicende avevano avuto luogo. Ed è per questo che ,prima, vorrei parlare di
altri pilastri della civiltà che hanno avuto la loro culla in Italia: L’Impero Romano ed
il CATTOLICESIMO.
A dimostrazione che la storia la raccontano sempre i vincitori ancora adesso nella
scuola molti studenti liceali si cimentano nella lettura del De Bello Gallico, opera di
Giulio Cesare che racconta della strage dei Galli. E’ lo stesso condottiero romano
che quando parla della battaglia di Alesia racconta che, grazie a quella vittoria,
vennero uccisi oltre un milione di Galli. Un vero e proprio genocidio. Non che i
romani siano stati più generosi o meno sanguinari in altre occasioni basti pensare
alla totale distruzione di Cartagine, con tanto di spargimento di sale sulle rovine
perché non crescesse neanche più l’erba, al termine delle guerre puniche, o alla
conclusione della rivolta di Spartaco con la crocifissione di tutti gli schiavi, uomini o
donne che fossero, che avevano partecipato all’insurrezione.
Toccherà poi ai martiri cristiani essere dati in pasto alle belve in quanto eversori
dell’ordine pubblico e destabilizzatori dell’impero romano.
Le persecuzioni nei loro confronti cesseranno nel 313 d.c con l’editto di Costantino
ma basteranno soltanto 70 anni, quando con l’editto di Tessalonica il Cristianesimo
diventerà religione di Stato, per trasformarsi da vittime in carnefici. Da allora inizia

una serie di stragi di chi non vuole rinunciare alle divinità pagane, distruzione dei
templi, saccheggi di intere città. Riporto solo alcune delle più conosciute in ordine
temporale e tratte dall’inchiesta: “I crimini della Chiesa Cattolica”
Nel 782, 4.550 Sassoni vengono “cristianamente” decapitati su ordine di Carlo
Magno per aver rifiutato il battesimo cattolico.
Nel 1096, 800 ebrei vengono massacrati dai cattolici a Worms, in Germania ed altri
700 ebrei vengono massacrati a Magonza.
Nel 1191, 2.700 progionieri di guerra musulmani sono cristianamente decapitati
dai Cristiani in Palestina.
Nel 1208, 20.000 “eretici” catari vengono massacrati dai Crociati a Beziers in
Francia.
Nel 1219 altri 5.000 catari sono massacrati a Marmande, sempre in Francia.
Nel 1391 4.000 ebrei sono massacrati dai cattolici a Siviglia in Spagna.
Non possiamo poi tralasciare ciò che avvenne durante le Crociate: nella cosidetta
crociata dei pezzenti vi furono violenze inenarrabili che causarono la morte di
migliaia di persone: venivano arrostiti allo spiedo perfino i bambini! Quando, nel
corso della prima crociata, fu presa Gerusalemme nel 1099, furono trucidate dai
Cristiani 60.000 persone, senza nessuna distinzione tra musulmani, ebrei, donne e
bambini. Le violenze si ripeteranno per tutte le altre Crociate.
Con l’istituzione della Santa Inquisizione si arrivò al risultato di ottenere le
confessioni estorte con le torture più svariate. E si arriva fin quasi ai giorni nostri
visto che possiamo parlare di quanto compiuto nell’evangelizzazione del Sud
America
Sia ben chiaro che , se parliamo di religioni ,l’Islam non è stato certo da meno anzi
l’Isis o Al Qaida sono fenomeni attuali e sono migliaia le loro vittime in tutti gli
angoli del mondo.
Questo per dimostrare che il giudizio storico che viene dato non si basa solo ed
esclusivamente sugli atti, sia pur terribili compiuti, ma sul complesso dei risultati che
tali fenomeni religiosi, politici o culturali hanno raggiunto nel corso dei secoli.
C’è un solo fenomeno che riesce forse a superare, in quanto a numeri negativi , gli
esempi riportati ed è il Comunismo. Questi, in estrema sintesi, i risultati ottenuti dai
seguaci di Marx.
 URSS, 20 milioni di morti,
 Cina, 65 milioni di morti,
 Vietnam, un milione di morti,
 Corea del Nord, 2 milioni di morti,

 Cambogia, 2 milioni di morti,
 Europa dell'Est, un milione di morti,
 America Latina, 150 mila morti,
 Africa, un milione 700 mila morti,
 Afghanistan, un milione 500 mila morti
Se poi vogliamo guardare a tempi più vicini possiamo citare la strage degli
Armeni, il Darfur, Ruanda, Timor Est, i Balcani, quanto avviene in Libia, Somalia,
Yemen, Siria, Iraq. Non c’è parte del mondo che non abbia le sue vergogne da
nascondere.
Ma veniamo ai tragici numeri che inchiodano la dittatura fascista allesue
responsabilità. N u eri reali che sono il frutto degli studi e delle pubblicazioni di
chi l’ha osteggiata e combattuta.
Dal 1926, data di esordio del Tribunale Speciale che doveva giudicare i crimini
contro il fascismo e comprende omicidi, attentati e addirittura il tentativo più
volte di assassinare Mussolini, le condanne a morte emesse sono state 24 fino al
1942, in tutto 5619 i detenuti politici.
Per fare un paragone basti pensare che solo dal 1970al 1983 sono stati più di venti i
giovani missini assassinati soloperchè iscritti al partito o alle sue organizzazioni
giovanili-
Se parliamo però delle vittime del terrorismo i questi quasi 80 anni di splendida
democrazia repubblicana arriviamo tranquillamente ad oltre un migliaio di vittime
ed i detenuti politici sono complessivamente decine e decine di migliaia. E non esiste
strage in cui non siano coinvolti uomini dei servizi segreti italiani o comunque legati
ai servizi. E non chiami moli “deviati” perché i responsabili politici erano sempre
uomini facenti parte del potyere istituzionale. Per essere precisi quasi tutti
democristiani.
Proprio la settimana scorsa, nell’ambito della trasmissione condotta da Andrea
Purgatori sulla Sette, l’ex magistrato ed parlamentare del Pd Pietro Grasso non si è
vergognato di raccontare come,nell’esercizio delle sue funzioni, fosse venuto a
conoscenza da alcuni pentiti che, alcuni attentati compiuti sul continente dalla mafia
ed altri che dovevano essere progettati , dovevano avere la firma “Falange armata”.
Sigla già usata diverse volte per fare ricadere su presunte organizzazione neofasciste
la responsabilità.
Non solo ma , visto che sono qui nella veste di componente della Fondazione Giorgio
Almirante, vorrei ricordare che le uccisioni di militanti missini ed il tentativo di
criminalizzare un mondo nascono dopo i grandi successi elettorali del 1970 e 1971. Il

primo tentativo di accusare l’Msi di ricostituzione del partito fascisto è del 1973 e
verrà inutilmente reiterata nel 1975, 79 ed 82.
Visto che non si riescono ad ottenere risultati neanche in questa maniera si tenterà
la carta della scissione con Democrazia Nazionale nel 1976- Fanfani ne è la mente
coadiuvato dal suo collaboratore e capo ufficio stampa della Rai nonché sindaco di
San Felice Circeo, Giampaolo Cresci, che offre incarichi e contratti. I finanziamenti
sono garantiti dalla P2 e da un signore allora sconosciuto: Silvio Berlusconi, come
racconterà lo stesso parlamentare scissionista Raffaele Delfino.
Se ne vanno 17 parlamentari su 34 e nove senatori su quindici ma l’esperienza
abortisce nel 1979 quando alle elezioni nessuno verrà riconfermato da popolo
italiano. Questa è la storia e non rispettarla o tentare di nascondere la verità
significa tagliare le proprie radici.
Proprio in quell’anno, al dodicesimo congresso del Msi che si tiene a Napoli,
Giorgio Almirante lancia una battaglia che rappresenta una svolta assoluta nel
campo delle riforme istituzionali. Sopra il banco della presidenza lo striscione porta
la scritta: Per una nuova repubblica.
Quest0 quanto riportato nella mozione di maggioranza:
“Occorre un’autonomia, morale quindi culturale e quindi politica , che ci consenta –
soprattutto al cospetto delle nuove generazioni – di presentarci come autentica forza
di rinnovamento.
La modernità, cioè la volontà e la capacità di guardare ai grandi problemi della
società contemporanea, senza complessi di inferiorità, nei confronti delle nostre
come delle altrui tradizioni; e quindi di saper essere opposizione creativa e non
soltanto negativa e distruttiva.
La popolarità, cioè il costante contatto con il partito e la società, tra i rappresentanti
del partito nelle assemblee elette dal popolo e gli interessi morali e materiali, in una
costante e sempre più valida mobilitazione a favore degli interessi reali-
Per condurre tale battaglia con efficacia e con stile, con validità di
contenuti……..occorre portare avanti con coraggio, da posizioni di avanguardia il
discorso che si impone ormai alla coscienza degli italiani; il discorso sulla nuova
Repubblica, visto il conclamato fallimentare della prima Repubblica italiana del
dopoguerra, e quindi il il discorso sullo Stato e sulla societภil discorso sull’Europa; e
pertanto il discorso sul sistema, quello che le altre forze politiche da qualche tempo

chiamano il discorso sulla “terza via” o sul “terzo modello”, previo riconoscimento,
che sembra unanime, della non validità sia del primo che del secondo modello, cioè
del modello marxista che del modello capitalista.”
“Il vero discorso che si deve aprire è quello della integrale revisione della Costituzione
, per trasformare l’Italia, con tutte le garanzie della libertà, in una Repubblica
sganciata dalla partitocrazia al vertice, cioè con Presidente eletto dal popolo, dotata
di autorità, cioè con Presidente in grado di nominare l’esecutivo e con esecutivo
immune dai capricci e dai ricatti di una partitocrazia arbitra del Parlamento, fornita
di adeguati controlli, con un Parlamento eletto e selezionato non soltanto nel nome
dei partiti , ma con la rappresentanza delle categorie ed il requisito della competenza
associato a quello della rappresentanza politica. L’attuale Costituzione della
Repubblica, in nome della quale tanti delitti si commettono e tante lacrime inutili si
versano, è dai suoi stessi genitori abbandonata e tradita .”
Soltanto cinque giorni dopo la fine del Congresso di Napoli, il 12 ottobre 1979, il
presidente del gruppo del Movimento Sociale alla Camera, on. Alfredo Pazzaglia
portava formalmente il problema in Parlamento e , intervenendo nel dibattito,
chiedeva un’autentica riforma istituzionale che indirizzasse il Paese verso una
“Nuova Repubblica per superare la crisi del sistema”.
Su questo tema Almirante ed il Movimento Sociale Italiano si sono spesi per anni
tanto è vero che nel 1982, in occasione del tredicesimo Congresso di Roma ,
Almirante presentò addirittura il progetto di una nuova Costituzione che
prevedesse, oltre alla elezione diretta del Presidente della Repubblica anche quella
dei Presidenti delle Regioni,dei Comuni e delle Province, un Parlamento
monocamerale eletto per metà dal popolo e metà dalle categorie. Molte di queste
proposte sono state acquisite nel tempo tanto è vero che , attualmente, si decide
così per Regioni e Comuni, le province non esistono più, ma ci si è ben guardati dal
dire chi per primo aveva avuto questa intuizione.
La commissione Bozzi, la commissione Jotti, Bettino Craxi, Giuliano Amato,
Gianfranco Miglio, Mario Segni, via via fino ai tempi nostri non vi è stato qualcuno
che non si sia appropriato ingiustamente di una proposta che ha un padre e di cui si
conosce perfettamente il nome. E’ lo stesso uomo che, prima di qualsiasi altra cosa,
ci ha insegnato come si deve vivere, come ci si deve comportare anche a costo di
rischi e sacrifici ma senza mai abbandonare un’unica bandiera: la coerenza. Questo è
il suo testamento al quale spero ancora oggi di non dover mai venire meno.

“ Noi siamo caduti e ci siamo rialzati parecchie volte. E se l’avversario irride alle
nostre cadute, noi confidiamo nella nostra capacità di risollevarci. In altri tempi ci
risollevammo per noi stessi. Da qualche tempo ci siamo risollevati per voi, giovani,
per salutarvi in piedi al momento del commiato, per trasmettervi la staffetta prima
che ci cada di mano, come ad altri cadde nel momento in cui si accingeva a
trasmetterla. Accogliete dunque, giovani, questo mio commiato come un ideale
passaggio di consegne. E se volete un motto che vi ispiri e vi rafforzi, ricordate:
Vivi come se tu dovessi morire subito
Pensa come se tu non dovessi morire mai .
Se le sue idee sono talmente attuali e moderne che , a distanza di quasi 44 anni dalla
loro enunciazione, nessuno ancora è riuscito a realizzarle , a maggior ragione deve
essere apprezzato il suo comportamento a livello umano perché non ha mai
rinunciato o rinnegato quello in cui credeva. Ed è per questo che in me è profonda
la certezza di essere un convinto Anti-antifascista.
Roberto Rosseti