“Vivi se dovessi morire subito, pensa come se tu non dovessi morire mai”.

Oggi è il compleanno di Giorgio Almirante.

Esattamente 110 anni dalla sua nascita.

Lo vogliamo ricordare con una delle sue celebri frasi che lo hanno reso immortale.

Tanti auguri Giorgio 🇮🇹

Ugo Gentile e una vita per l’MSI

Pubblichiamo con grande piacere l’articolo del nostro iscritto Pierpaolo Bertone che ricorda Ugo Gentile in occasione del trentennale della sua scomparsa . Ugo Gentile un uomo che ha dedicato tutta la sua vita al MSI essendo stato fra l’altro il fondatore del partito a Bojano , nel Molise ,  nel 1947

 

UGO GENTILE UNA VITA PER L’MSI

A quasi trent’anni dalla sua scomparsa (1995-2025) la Fondazione “Giorgio Almirante”,  mi dà la possibilità di ricordare la figura che più di ogni altro, ha segnato, fin dalla sua costituzione, la vita dell’Msi in Molise, sapendo da subito, fare sintesi tra le varie anime del partito e segnare per anni la linea politica sia a livello provinciale che regionale.

Almirantiano di ferro, l’avvocato Ugo Gentile ha servito il suo partito, senza risparmiarsi, fino alla morte. Lo ha fatto con passione, fedeltà ed amore viscerale; un politico di razza, a detta di chi lo ha conosciuto ed ha potuto riconoscere nella sua persona l’essenza del vero missino.

Sicuramente può essere considerato, a pieno titolo, il “padre” della destra molisana.

Nato a Bojano (Campobasso) nel 1906 egli fin da giovane, precisamente nel 1923, aveva abbracciato la vita politica, aderendo in maniera convinta al Partito Nazionale Fascista.

Dopo essersi laureato in Giurisprudenza, era divenuto Seniore della Milizia. Volontario in Africa e, in seguito, in Spagna. Nel corso del secondo conflitto mondiale, combatte in Albania ed in Grecia.

L’8 settembre del 1943 si trova a Roma presso il Comando generale della Milizia con il grado di Centurione.

Aderisce volontariamente alla Repubblica sociale Italiana di stanza a Brescia. Fermato dagli americani, a Milano, venne rilasciato subito perché a suo carico non fu riscontrata alcuna accusa.

Ma è nel 1946, anno di nascita della Repubblica Italiana che in molti, compreso Gentile, aderirono da subito al Movimento sociale Italiano il partito che raccoglieva tutti coloro che con determinazione e coraggio, non si riconoscevano nella “morte della Patria” utilizzando le parole dello storico Renzo De Felice. Un partito che da subito ebbe la capacità di cogliere, le sollecitazioni di molti che in un momento delicato per la vita della Nazione (gli anni primo dopoguerra) guardavano ad esso, come ad uno strumento in grado di combattere, numerose battaglie politiche.

Giorgio Almirante, Enzo Erra, Pino Romualdi e Augusto De Masarnich ed altre personalità di spessore, intuiscono da subito che l’Msi non era solo un contenitore ideologico, legato all’esperienza del regime fascista ma un’alternativa valida, pienamente inserita nel contesto democratico.

 

 

 

 

A tal proposito, meriterebbero un approfondimento particolare, le organizzazioni giovanili e universitarie (Giovane Italia, Fronte Della Gioventù, Fuan) il grande impegno delle donne (MIF) e del sindacato (CISNAL).

Possiamo quindi parlare, non di un generico senso di nostalgia ma una identità politica specifica e ben strutturata.

Basti pensare ai grandi riferimenti culturali del partito, dal filosofo Giovanni Gentile a Carlo Costamagna, da Gioacchino Volpe a Julius Evola. Scienziati come Gugliemo Marconi ma anche insigni artisti che hanno dato lustro alla nostra Nazione.

Parlavo prima di una identità ben definita; sicuramente un grande contributo a far conoscere le idee e le proposte del partito furono le sezioni locali, presenti da subito in tutto il territorio nazionale.  

In Molise, la prima sezione del Msi nasce nel 1947 a Venafro (Is) ed è subito tangibile la notevole competizione tra la Democrazia Cristiana e l’alleanza tra missini e monarchici.

L’avvocato Ugo Gentile, intuisce che anche nel suo comune d’origine, bisogna dare spazio a militanti e simpatizzanti; fonda la sezione di Bojano e per anni sarà eletto consigliere; nel 1948 organizza un convegno, sulla necessità di costruire la galleria del Matese. Sarà questa sua battaglia che finirà per caratterizzare, per anni, la linea politica del partito in regione.

In buona sostanza, la sua idea era la realizzazione di una cerniera di collegamento tra le regioni Campania e Molise, in particolar modo le province di Caserta, Benevento e Campobasso. Questo strumento di unione avrebbe favorito l’uscita dall’isolamento e lo sviluppo ambientale, economico e sociale delle due regioni.

Avrebbe poi portato ulteriori benefici, come un migliore collegamento con la regione Abruzzo con un abbreviamento di almeno 70 Km attraverso la linea ferroviaria Napoli-Termoli (Cb) e Vasto (CH) con un tempo di percorrenza molto minore. Oltre ad un impatto ambientale quasi nullo ed al tempo stesso, un aumento della velocità dei trasporti che avrebbe consolidato la sinergia economico-sociale tra le regioni coinvolte.

Tutto ciò avrebbe elevato di parecchio la qualità della vita dei cittadini. Inoltre, aspetto non marginale, l’area del Matese sul fronte molisano, Bojano, in particolare, da sempre ricca di notevoli risorse idriche, divenne negli anni 50’il maggiore fornitore d’acqua, della città di Napoli e della sua area metropolitana. Per questo il traforo poteva rappresentare uno strumento per il potenziamento di tale servizio. Ma per svariate ragioni politiche tutto ciò rimane un’opera irrealizzata.

 

 

 

Dal 1952 Gentile viene sempre rieletto in consiglio provinciale, in maniera ininterrotta fino al 1970 quando vengono istituite le regioni. Proprio in quell’anno i molisani premiarono ancora una volta il suo grande impegno e la sua passione, eleggendolo consigliere regionale e lo sarà per tre legislature. Decidendo di non candidarsi più per il quinquennio 1985-1990 per dedicarsi pienamente alla segreteria provinciale che guidava dal 1969 proprio con il ritorno alla segreteria nazione dell’on. Giorgio Almirante.

Il 7 gennaio 1978 a Roma, nella sede missina di via Acca Larentia, nel quartiere Tuscolano, vengono uccisi con una mitraglietta Skorpion due giovani militanti di destra attivi nel Fronte della Gioventù, il 20enne Franco Bigonzetti e il 18enne molisano Francesco Ciavatta. Dopo poche ore, davanti alla sezione, viene organizzata una manifestazione di protesta per il vile attentato e durante quei momenti concitati, un terzo attivista Stefano Recchioni viene raggiunto, alla testa da un proiettile.

Pochi giorni dopo la salma di Francesco, viene restituita ai genitori che distrutti dal dolore fanno ritorno a Montagano per i funerali che si svolgono nella Chiesa madre del piccolo centro alle porte di Campobasso. In un clima di grande tensione, Gentile prima e Massimo Torraco poi (altro esponente di spicco del partito) al termine della celebrazione, descriveranno con due discorsi molto toccanti, la figura del giovane assassinato.

Per un atroce e singolare scherzo del destino, l’esistenza umana e politica dell’avv.Ugo Gentile, terminò proprio durante l’ultimo congresso provinciale del MSI, tenutosi a Campobasso il 15 gennaio 1995. Mentre alcuni delegati procedevano a coprire la Fiamma per far posto al nuovo simbolo di Alleanza Nazionale, l’avvocato bojanese venne colto da infarto e morì in ambulanza, mentre veniva trasportato in ospedale.

Non poteva esserci una conclusione diversa, per uomo che senza risparmiarsi, aveva donato tutte le sue forze migliori agli ideali alti e nobili della Politica.

In tanti che hanno avuto l’onore di conoscerlo, lo ricordano come un galantuomo, rispettoso delle idee altrui, un “maestro” per tanti giovani che si avvicinavano alla professione. Legato alla amata moglie, signora Giovanna Vivenzio ed alle figlie Emilia e Mariarosaria.

Fervente cattolico, veniva apprezzato e stimato anche dagli avversari politici; rimane ancora oggi, un esempio, a cui guardare con ammirazione.

 

Pierpaolo Bertone

Antonio Padellaro: “Servirebbe oggi il rispetto tra Almirante e Berlinguer”

Il giornalista e scrittore ricorda i “carissimi nemici”. “Pochi coraggiosi, Elly ha sbagliato col no ad Atreju”

Sergio Ramelli 49 anni dopo, c’è ancora chi ha nostalgia degli anni di piombo e dell’Italia divisa

 

Secolo d’Italia 29 Apr 2024  di Paolo Di Caro

C’era un sacco di sangue a via Paladino numero 15, a Milano, quel 13 marzo del 1975. Resterà lì anche oltre i quaranta giorni che separeranno un militante della destra giovanile milanese dalla morte. Sergio Ramelli aveva diciannove anni e la colpa, irredimibile, di essere il fiduciario del Fronte della Gioventù al Molinari, il suo istituto scolastico di appartenenza, prima di essere costretto a trasferirsi altrove per l’aria irrespirabile della discriminazione.

Ramelli, l’antifascismo militante lo mirò al centro del cranio

Questo bastò, con la formuletta salvacondotto dell’antifascismo militante, a inserirlo nelle liste di proscrizione, metterlo all’indice persino con la pubblicazione nella bacheca dell’istituto di un suo tema nel quale si permetteva di criticare le Brigate Rosse, i famosi “compagni che sbagliano”, piazzandogli un bel mirino al centro del cranio. Sergio morì, dopo un numero imprecisato di colpi di Hazet 36, per mano degli studenti di medicina del famigerato servizio d’ordine di Avanguardia operaia, dopo una lunga agonia, il 29 aprile del 1975.

La sua unica colpa: militare nel Fronte della Gioventù milanese

Moriva un “fascista” e sembrava non importasse a nessuno, tanto che il consiglio comunale meneghino applaudì alla sua morte, perché “uccidere un fascista non era un reato” in quella Italia e in quella Milano. Eppure Sergio non era un picchiatore, non aveva mai partecipato a nessuna rissa, si era iscritto al Movimento Sociale per reazione nei confronti di quelli che considerava i soprusi degli autonomi nel suo istituto. Un clima agghiacciante che pensavamo fosse stato seppellito dalla storia, così poco benevola nei confronti dei protagonisti degli anni di piombo eppure ancora oggi pochissimo “maestra di vita”.

Dopo mezzo secolo lo schema non cambia

A distanza di quarantanove anni, infatti, in nome dell’antifascismo militante i fantasmi della violenza “giusta”, quella proletaria dei figli di papà e degli intellettuali alla moda, sono tornati a far sentire la loro voce, dalle colonne dei giornali, nei talk televisivi, nelle aule universitarie, nei salotti dei premi letterari. E così Ilaria Salis, l’amica della “Hammerbande”, ovvero la “banda dei martelli” che colpisce, sulla base di una loro insindacabile selezione, neo-nazi in giro per l’Europa, passa da eroina incatenata sotto processo a Budapest addirittura a potenziale parlamentare europea, sotto le insegne della sinistra extraparlamentare. Oppure la novella finalista dello Strega, Valentina Mira, impegnata a ribaltare la narrazione di Acca Larentia, che punta a far diventare “pop”, con l’aiuto della critica militante, la storia dietro le quinte di un compagno suicida, Mario Scrocca. Il tutto, ovviamente, relegando gli assassinii di Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni a una conseguenza quasi scontata del fatto che fossero, poveri loro, “fascisti”, o peggio ancora “icone intoccabili del neofascismo”, come li definirà quasi con fastidio.

Non c’è pace per i morti in questa Italia

Lo schema è sempre quello, pericoloso e infallibile, nella sua meschinità: alzare il livello dello scontro, annullare le differenze e mettere nello stesso calderone tutto quanto non risponda ai canoni di democrazia della sinistra politico-intellettuale che su fascismo e antifascismo ha costruito carriere, fortune, beatificazioni in vita e postume. A questo schema si sacrifica tutto, dalla libertà di pensiero e di espressione, valida solo se le argomentazioni sono in linea con il pensiero dominante, alla incolumità anche fisica di chi decida di schierarsi dalla parte sbagliata della storia, fosse pure quella in linea con il pensiero della maggioranza degli italiani che scelga, democraticamente, un governo e i propri rappresentanti.

La sinistra è incapace di chiudere i conti col passato

Non c’è pace neppure per i morti in questa Italia volontariamente incapace di uscire dal dopoguerra. Non c’è pace per Sergio, seppure le sue foto in bianco e nero dovrebbero avere spazio solo nei libri di storia. Per raccontare come la violenza politica abbia segnato quella generazione e non si debbano ripetere gli errori del passato per non ripiombare nella logica degli opposti estremismi e della guerra per bande. C’è qualcuno, nella cittadella ovattata dell’intellighenzia autoproclamata di questa Italia che vuole veramente chiudere i conti col passato, storicizzarlo e andare avanti, o siamo ancora fermi, tristemente e anacronisticamente, alle “10, 100, 1000 Acca Larentia”, rassicurante feticcio per pseudo-rivoluzionari con l’aspirazione da cattivi maestri? La domanda, purtroppo, è soltanto retorica.

 

Archivio Corriere della sera 1975

Si sono svolti ieri, nella chiesa dei santi Nereo e Achilleo

I funerali di Sergio Ramelli

Era presente anche il segretario nazionale del MSI, Almirante. Accorato messaggio del cardinale Colombo

Si sono svolti ieri pomeriggio i funerali di Sergio Ramelli, lo studente diciannovenne aggredito a colpi di spranga da un commando dell’ultrasinistra e spentosi martedì dopo quarantasette gironi di agonia. Il rito funebre è stato celebrato nella chiesa dei Santi Nereo e Achilleo. Dopo la cerimonia la salma di Sergio Ramelli è stata trasportata al cimitero di Lodi dove è stata tumulata nella tomba di famiglia.
 Ai funerali, a fianco dei genitori affranti, erano presenti il segretario nazionale dell’MSI-Destra Nazionale, Giorgio Almirante ed altri dirigenti del partito nella organizzazione giovanile del quale Sergio Ramelli militava. Fra le corone di fiori quella del Presidente della Repubblica. Il Cardinale Arcivescovo di Milano, Giovanni Colombo, ha inviato a monsignor Augustoni, parroco della chiesa dei Santi Nereo e Achilleo un messaggi nel quale afferma tra l’altro “Questa giovane vita e le altre spente da una violenza barbara e inaccettabile ci ridestino  ad un forte sentimento di fraternità e impegnino cittadini ed autorità – ciascuno secondo le responsabilità del proprio posto – a costruire una rinnovata società, più giusta e più libera per tutti”.
 Prima del funerale alcune centinaia di giovani aderente al Fronte della Gioventù si erano radunati in piazzale Gorini, intendendo seguire il feretro in corteo dall’obitorio alla chiesa. La polizia ha invitato il gruppo a sciogliersi. Il consigliere comunale Tommaso Staiti ha avuto un diverbio con un funzionario di polizia; è stato fermato ed identificato in questura. Dopo l’episodio i giovani si sono allontanati dalla piazza senza incidenti. Al termine del rito funebre l’onorevole Almirante ha brevemente parlato ai presenti.
 Al termine dell’esequie l’ufficio politico della questura ha denunciato a piede libero tre neofascisti per scritte abusive altri quattro che al passaggio del feretro avevano fatto il saluto romano. LA polizia è intervenuta ancora in serata quando una ventina d ultrà di destra ha cercato di inscenare una dimostrazione in via Mancini e Piazza Risorgimento al grido di “duce, duce”. Tre estremisti sono stati arrestati per manifestazione sediziosa, apologia di fascismo e inottemperanza all’ordine di scioglimento.

Ricordiamo Donna Assunta

In occasione della scomparsa di Assunta Almirante , il 26 Aprile p.v. ,  sara’ celebrata a Roma presso la Basilica di Santa Maria in Montesanto ( Chiesa degli Artisti ) in Piazza del Popolo , una Santa Messa alle ore 19 . La Fondazione Giorgio Almirante per ricordare la Sua Presidente ripropone un bellissimo articolo che  Francesco Storace scrisse sul il quotidiano Il Tempo , in occasione del compimento dei suoi 100 anni

 

Francesco Storace 

Guardi Assunta Almirante e ne ammiri il portamento da Gran Signora che ha ancora molto da insegnare per il nostro futuro. Cent’anni madame, compiuti ieri e con il garbo severo e gentile maturato in una vita trascorsa con grandissimo stile.

E auguri cari ad una donna che rappresenta ancora molto per la comunità della destra italiana ma non solo. Perché tutti – anche chi non ne ha le stesse idee – rispetta la straordinaria compagna di vita di un uomo come Giorgio Almirante.

Non deve essere stato facile stare una vita accanto a quel leader che la volle con sé in seconde nozze. Entrambi erano stati sposati. Ma si innamorarono. Lui da Salsomaggiore, lei da Catanzaro, una scintilla che li accompagnò per decenni di vita trascorsa nella buona e nella cattiva sorte.

Lei lo conquistò con le sue buone maniere e ancora oggi la osservi e resti incantato dalla bellezza di quei capelli color argento che ornano un viso ancora capace di sentimenti di affetto. Ti guarda e lo capisci. La forza dell’eloquio di lui, il fascino dei suoi cerulei entrarono nel cuore di Assunta. E oggi di quell’uomo resta vivissima la memoria proprio per la forza di una donna come lei che da quasi quarant’anni ne trasmette il ricordo a tutte le generazioni in ogni parte d’Italia.

Assunta Almirante è amata da tantissime persone: il suo pellegrinaggio è in straordinaria continuità con il viaggio per cento volte in tutta Italia e in mille comizi che compì Giorgio. Apostolo delle idee che professava, moglie e sua seguace Assunta.

Assieme a sua figlia Giuliana, donna Assunta – come tutti la chiamano con grandissimo rispetto – ha dato vita alla fondazione Giorgio Almirante e come sempre ha fatto nella vita senza mai rinunciare ad esprimere le sue opinioni ogni volta che senta l’obbligo morale di farlo, come custode vivente di un grande patrimonio politico e culturale.

Non deve essere stato facile vivere con un uomo del carisma di Almirante, soprattutto per una donna di quel sud che faticava ad emergere nella vita sociale della Nazione. Almirante probabilmente direbbe oggi lo stesso di sua moglie, donna di fortissima e spiccata personalità. Leggendarie le battute riservate da donna Assunta ai massimi vertici del Msi di allora quando fiutava i soliti giochi politici che avrebbero potuto danneggiare il marito.

Ma rispettata – e sempre – anche dalle “vittime” delle sue sfuriate, perché chiunque sapeva che non c’era malanimo. Il bene di tutti come obiettivo.

Donna Assunta è una persona capace di stare a proprio agio in qualunque ambiente, potente o umile che sia, e questo la rende straordinaria da sempre.

Alla vigilia dei cento anni si è anche sottoposta alla vaccinazione, nello scorso mese di aprile. Per farlo ha scelto l’hub anti Covid dell’auditorium Parco della Musica.

Anche lì, una grande prova di vitalità. Donna Assunta si è fatta iniettare la dose del vaccino Moderna. In grande forma, il personale sanitario racconta di essere rimasto colpito per la capacità di camminare in maniera autonoma e l’energia dimostrata.

È bello raccontare di lei, e si potrebbe per mille episodi. Presente al congresso nazionale de La Destra nel novembre del 2008, spese all’epoca tutte le sue forze per tentare di unire, fin da allora e poi ancora per le politiche del 2013, quei mondi così lontani ma con lo stesso pensiero. Naufragò un incontro per un cammino comune tra chi scrive e Giorgia Meloni e non per colpa, diciamolo, della leader di Fratelli d’Italia. Fulminante la battuta di Assunta: “Centrodestra? No, cento destre…”, disse sconsolata con un’efficacia degna del miglior editoriale.

A lei si attribuisce anche la scelta di Gianfranco Fini come successore di Giorgio Almirante e nessuno capirà mai se questa è davvero la verità. Certo è che anche con Fini non rinunciò mai a dire la sua anche se nei momenti decisivi è stata capace di straordinari slanci per aiutare e sostenere quello che in fondo considerava il “delfino” del marito.

Donna Assunta è stata particolarmente importante nella vita di Giorgio Almirante in momenti terribili per l’uomo, quando cominciò la persecuzione giudiziaria sotto l’accusa di voler ricostituire il partito nazionale fascista e incredibili cose del genere. Con lui la magistratura non fu mai tenera, ma contro una persona immacolata non si poteva certo fare nulla di più.

E poi ancora, quando fu pilotata dall’esterno una scissione dimenticata dai più, Democrazia Nazionale, che portò via al Msi la maggioranza dei suoi deputati e senatori.

Momenti terribili, di grande sconforto per quello che era considerato un tradimento: donna Assunta affiancò il marito in tutta Italia per risollevare un mondo antico che non voleva accettare di perdere la rappresentanza di una comunità intera. E oggi si può dire che la scomparsa dei transfughi dal Parlamento nelle elezioni successive fu la più bella vittoria di una coppia straordinariamente unita.

E chissà di quanti ricordi di vita e di politica è oggi gelosa custode Assunta Almirante. Protagonista di tantissimi incontri riservati e forse proprio per questo anche inaspettata ammiratrice di Bettino Craxi, il socialista che voleva abbattere il muro eretto contro la destra nazionale.

Potrebbe raccontarli, scriverli, tramandarli quegli episodi con la lucidità che le appartiene, come la bella nonna di tutti noi. E anche per questo Il Tempo ne festeggia lo splendido centenario.

PRIMAVALLE 1973

Ho conosciuto Virgilio quando facevo parte della giunta provinciale del Movimento Sociale Italiano di Roma, in via Alessandria. Il mio compito era svolgere un lavoro di raccordo fra le attività delle sezioni di partito ed il nostro quotidiano: “Il Secolo d’Italia”. Per questo motivo, avevo rapporti con tutti i segretari di sezione ed ebbi modo di conoscere Mario Mattei, il padre di Virgilio, che aveva assunto il non facile ruolo di dirigere la sede di Primavalle, un quartiere dove era fortissima la presenza delle formazioni extraparlamentari di sinistra.

Mario, pur essendo una persona mite, non aveva mai avuto paura in vita sua, neanche quando, prigioniero di guerra nel “Fascist Criminal Camp” di Hereford in Texas, aveva avuto modo di conoscere i metodi di rieducazione dei difensori della democrazia statunitensi. Portava infatti degli occhiali dalle lenti molto spesse frutto dei numerosi colpi di bastone che i prigionieri ricevevano sulla testa passando in mezzo alle ali dei loro custodi, che avevano il compito di insegnare loro a non disubbidire agli ordini.

Insieme a lui avevano subito lo stesso trattamento uomini come Roberto Mieville, uno dei primi parlamentari del Msi, il pittore Alberto Burri, il futuro sindacalista Gianni Roberti, Vincenzo Buonassisi, lo scrittore Gaetano Tumiati, Beppe Niccolai. Gente sicuramente fuori dal comune che, al loro rientro in Italia, contribuirà non poco a risollevare le sorti della Patria. Mario era uno di loro e si era sposato con una donna altrettanto fiera e coraggiosa, Anna, conosciuta, guarda caso, frequentando le sedi del partito e soprattutto quella di Prati.

Virgilio accompagnava spesso il padre in via Alessandria ed anche a via Quattro Fontane, sede nazionale del Movimento Sociale, dove, al primo piano, erano le stanze dei Volontari, guidati da Alberto Rossi e di cui facevano parte Mario e Virgilio, che avevano il compito di difendere i comizi del segretario del partito nei luoghi ritenuti più pericolosi. 

Ho letto recentemente in un libretto sull’incendio di Primavalle pubblicato come allegato della Gazzetta dello Sport (scritto da tale Davide Serafino e a cura della professoressa Barbara Biscotti, titolare della cattedra di Diritto Romano presso l’Università di Milano-Bicocca), che i Volontari sarebbero stati un corpo paramilitare. Si vede proprio che spesso chi scrive lo fa in base a scarse conoscenze di cui non verifica la fonte. I Volontari erano persone normali e nella loro vita quotidiana svolgevano ruoli e compiti che con il militare non avevano proprio nulla a che fare. Erano studenti, operai, gente comune, gente del popolo, ritenevano un dovere permettere al segretario del partito in cui militavano di poter esporre le proprie idee senza che altri compissero agguati o gesti di violenza.

Spesso ne pagavano loro stessi le conseguenze come accadde al povero Ugo Venturini, colpito alla testa a Genova il 18 aprile del 1970 con una bottiglia piena di sabbia e sassi lanciata da estremisti di sinistra contro il palco da cui parlava Giorgio Almirante. Venturini era un operaio di 32 anni, sposato e padre di un bambino che non rivedrà mai più perché morirà in ospedale il primo maggio di quello stesso anno.

Neanche dopo tanti anni si evita di fornire interpretazioni volutamente fuorvianti per mettere in cattiva luce solo ed esclusivamente una parte politica. Ma quale corpo paramilitare? Se almeno avesse avuto un casco in testa, un elmetto, Venturini non sarebbe certamente morto, ma la “divisa militare” dei “volontari” purtroppo non prevedeva neanche questo…

Tornando a Virgilio, così iniziò la nostra amicizia. Perché, nonostante fosse più giovane di me di diversi anni, avevamo anche frequentazioni in comune al di fuori della vita di partito. Quello che però cementò definitivamente il nostro rapporto fu un viaggio che decidemmo di intraprendere insieme per proteggere dagli assalti dei “Katanga” di Capanna un comizio di Giorgio Almirante a Milano.

Era il 10 ottobre del 1971 e ci demmo appuntamento, veramente in tanti, alla stazione Termini per prendere il treno che al mattino presto ci doveva portare nel capoluogo lombardo. Contrariamente alle aspettative, non ci fu nessun agguato e nessuna provocazione durante il percorso verso la piazza dove si svolgeva la manifestazione e neanche durante il comizio che si chiuse in un tripudio di folla. Fu così che riprendemmo la metropolitana e ci incamminammo verso la Stazione Centrale per tornare a Roma.

Ricordo che ci dividemmo nei vari scompartimenti ed io, insieme ad una giovane militante e ad un ragazzino di 17 anni (il terribile corpo paramilitare) eravamo posizionati verso la parte finale del convoglio. Fu così che nelle stazioni successive vedemmo entrare nei vagoni persone che avevano manici di piccone, bastoni, chiavi inglesi, bandiere rosse. Per nostra fortuna riuscii a mandare il ragazzo nello scompartimento successivo al nostro per avvisare di quello che stava accadendo e grazie a questo non ci presero di sorpresa. Alla fermata successiva scesero in gruppo bloccando le porte, ma anche noi non ci facemmo cogliere impreparati perché, nel frattempo, avevamo agguantato gli estintori, rotto le panchine per farne delle rudimentali armi di difesa e riuscimmo a capovolgere la situazione a nostro vantaggio. Devo ricordare con affetto due persone più anziane di noi che ci diedero coraggio e infusero tranquillità: il segretario della sezione Montemario, Domenico Franco e un dirigente dei Volontari, Roberto Cecere. Furono feriti, ma non indietreggiarono di un passo e noi facemmo di tutto per non essere da meno rispetto a loro.

Ricordo Virgilio anche in quella occasione. Sembrava non avere paura di quanto potesse accadere, eppure aveva poco più di venti anni. Forse eravamo proprio degli incoscienti. Quando uscimmo fuori avevamo anche diverse bandiere rosse sottratte agli avversari. La notizia però era stata data anche via radio e fu così che in diverse stazioni importanti trovammo ad accoglierci calorosi comitati di estremisti di sinistra uniti a militanti del pci che volevano tentare di saldare i conti. Posso solo dire che non ci sono riusciti. 

Trascorse più di un anno in cui continuammo a vederci, ma con meno frequenza perché nel frattempo Virgilio stava concludendo il servizio militare, ma avevo sue notizie da Anna e Mario che erano fieri di questo ragazzo in grigioverde. Il tempo passò, forse troppo in fretta, fino a quell’inizio primavera del 1973…quando tutti si aspettano che gli alberi fioriscano, che la vita ti regali nuove emozioni…

Quella fra il 15 ed il 16 aprile è stata invece la notte più lunga e più triste della mia vita.

Ero profondamente addormentato quando, a casa dei miei genitori, squillò improvvisamente il telefono. Allora non esistevano i cellulari, mi svegliai di soprassalto e corsi a rispondere perché sapevo già che a quell’ora non poteva essere che per me. Era Franco Spallone, un dirigente romano del Movimento Sociale che, con tono concitato, mi disse: “Roberto, svelto, vestiti perché ti passo a prendere. Hanno dato fuoco alla casa di Anna e Mario Mattei a Primavalle, Virgilio è morto. Non so dirti altro”. Mi cadde il mondo addosso. Franco e Virgilio erano per me come fratelli, io che nella mia famiglia avevo solo una sorella più grande. Franco era quello che mi aveva preso sotto la sua custodia, era quello che, nei periodi più brutti o più pericolosi, telefonava a mio padre per dirgli di stare tranquillo. Se non ero tornato a casa era perché dormivo a casa sua per motivi di sicurezza.

Virgilio era il fratello più piccolo. Nonostante fosse più giovane di me, quando l’avevo incontrato pochi giorni prima nella sede nazionale del partito a via Quattro Fontane, mi aveva rivelato quello che era ancora un segreto: “Roberto preparati perché, se tutto va bene, fra non molto mi sposo.” Del resto c’era un motivo se tutto questo lo veniva a raccontare proprio a me. La sua fidanzata era una mia amica, la conoscevo da prima di lui.

No, non poteva essere, Franco si era sicuramente sbagliato. Non potevo credere che esistessero mostri capaci di compiere un gesto simile. Quando, meno di venti minuti dopo, arrivammo sul posto, capii che la ferocia umana non ha nulla a che vedere con quella delle bestie che, se uccidono, è perché hanno fame o devono difendere i propri figli, ma mai per motivi inutili o per odio legato alle diverse idee politiche.

Il quadro che ci si presentò era da inferno dantesco. Oltre a Virgilio, che era comunque un militante e aveva messo nel conto quello di poter essere minacciato, aggredito, bastonato, ma non certamente ucciso, quei vigliacchi avevano causato la morte di Stefano, un ragazzino che andava ancora alle elementari ed aveva cercato protezione aggrappandosi alle gambe del fratello più grande, del suo “difensore”. Se gli altri quattro fratelli si erano salvati era stato grazie all’abnegazione di Anna e Mario che si erano inventati di tutto, a rischio della loro stessa vita, pur di sottrarli alle fiamme. 

Ero impietrito, non voleva credere ai miei occhi. Non riuscivo neanche a piangere. Mi muovevo come una specie di automa aspettando che qualcuno mi dicesse di svegliarmi, che quel brutto sogno era finito. La seconda parte del film sarebbe stata sicuramente diversa ed i “buoni”, ancora una volta avrebbero vinto. E invece no, non è stato così e la seconda parte del film è stata uguale se non peggio della prima. 

Il segretario del partito, Giorgio Almirante, che della famiglia Mattei era amico a livello personale, decise di allestire la camera ardente nella sede della Federazione romana in via Alessandria e di celebrare i funerali nella chiesa dei Sette Santi Fondatori a Piazza Salerno. Ebbene, la notte prima delle esequie, mentre stavamo attaccando manifesti nei pressi dell’Università, venimmo aggrediti da un gruppo di extraparlamentari armati di pistola che ci spararono contro diversi colpi, fuggendo poi nella notte quando si accorsero di aver mancato l’agguato. Il giorno stesso dei funerali il nostro servizio d‘ordine dovette respingere alcuni tentativi di assalto, a colpi di bottiglie molotov, al corteo che accompagnava Stefano e Virgilio in chiesa.

Non era che l’inizio di una lunga vicenda di vergognose ingiustizie che dura da allora e sembra non trovare mai fine…

Volevano colpire anche dopo la morte e ci sono riusciti. Nei giorni immediatamente successivi scattò infatti una vergognosa campagna di stampa per “dimostrare” che l’incendio non era altro se non la conseguenza di una faida interna allo stesso Msi. Le rivelazioni di Achille Lollo, (avvenute 32 anni dopo la strage, e quando non avrebbe più dovuto pagare niente alla giustizia visto che i reati erano prescritti in quanto condannato per omicidio “preterintenzionale”, ovvero, chi versa litri e litri di benzina non voleva uccidere ma soltanto creare un po’ di confusione…) sono almeno servite a chiarire alcune verità, quelle che tutti conoscevano, ma che si cercava di nascondere ed alterare. 

Insieme a Lollo facevano parte del commando Marino Clavo e Manlio Grillo e l’agguato era stato concepito a casa di Diana Perrone, una delle figlie dell’allora proprietario del Messaggero, insieme a Paolo Gaeta, figlio dell’allora legale della Federazione Nazionale della Stampa e Elisabetta Lecco, fidanzata di Manlio Grillo. Due giorni dopo la strage proprio questi sei vennero messi sotto processo da parte dei Capi di Potere Operaio a via dei Serpenti e, poco tempo dopo, Marino Clavo rese piena confessione a Valerio Morucci, colui che sarebbe diventato poi uno dei capi delle Brigate Rosse e responsabile dell’agguato a Moro. Franco Piperno, altro capo di Potere Operaio, ebbe la faccia tosta di affermare che non aveva creduto a quella confessione perché Morucci aveva mostrato a Clavo una pistola… e si  che di pistole in quel periodo all’interno di Potere Operaio ne giravano tante…

Non potevamo assolutamente sospettare che, più di quaranta anni dopo, il servizio pubblico – e per la precisione Michele Santoro – si sarebbe comportato in maniera assolutamente peggiore, dando ampio spazio in una trasmissione dedicata all’omicidio Moro, proprio a Lanfranco Pace, l’estremista di Potere Operaio che fece da tramite fra l’on. Signorile del psi ed i brigatisti rossi Adriana Faranda e Valerio Morucci durante i 55 giorni del sequestro. La prima cosa che mi fece saltare sulla sedia fu una domanda rivolta dal conduttore a Pace circa una perquisizione compiuta a casa sua nei giorni immediatamente successivi al sequestro Moro e posta in maniera tale da voler accusare le forze dell’ordine di aver messo sotto sopra l’abitazione di Santa Maria Goretti, come se Lanfranco Pace non avesse nulla a che fare con i militanti dell’ultrasinistra.

Crediamo sia dunque giusto precisare che tutti e tre i condannati per la morte dei fratelli Mattei, ossia Achille Lollo, Manlio Grillo e Marino Clavo, erano militanti di Potere Operaio, la formazione di cui erano a capo Franco Piperno, Oreste Scalzone e per l’appunto Lanfranco Pace… 

Il giorno dopo la strage, la direzione di Potere Operaio si riunì a via del Boschetto e decise di curare un libretto, “Primavalle, incendio a porte chiuse”, per rivendicare l’innocenza degli assassini e far ricadere la colpa su presunte faide interne alla sezione missina. Uno degli architetti di tutto questo fu proprio Lanfranco Pace che, trent’anni dopo, non si vergognerà di affermare nel libro “La generazione degli anni perduti”:  “Fummo costretti ad assumerne la difesa nonostante la loro colpevolezza e così montammo una controinchiesta. Perché? Perché non c’erano alternative, non ricordo tanta comprensione ne tanta solidale vicinanza come quella volta che predicavamo il falso”. I difensori degli assassini fecero mettere agli atti del processo questo vergognoso e falso libercolo, curato per altro, oltre che da Pace e dalla sua compagna di allora, anche da un gruppo di giornalisti de Il Messaggero (il giornale di proprietà della famiglia Perrone, a casa della cui figlia venne progettato l’attentato). Fu anche grazie a queste ignobili falsità che gli assassini latitanti si permisero di non pagare neanche un giorno di prigione e i vari Moravia e Dario Bellezza brindarono alla scarcerazione di Lollo quando venne emessa la prima scandalosa sentenza di assoluzione. 

E tutto questo “Scherlock Holmes” Santoro non lo sapeva quando ha chiamato Pace in studio? Non sapeva che i suoi amici si chiamavano, tra l’altro, Alvaro Lojacono (il militante di Potere Operaio responsabile nel febbraio del 1975 dell’uccisione dello studente greco Mikis Mantakas, “colpevole” di aver partecipato alla seduta del processo agli assassini dei fratelli Mattei e che successivamente passerà alle brigate rosse e farà parte del commando che uccise la scorta di Moro), Bruno Seghetti, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Barbara Balzerani, Germano Maccari (quest’ultimo considerato uno dei brigatisti che sparò i colpi di grazia allo statista democristiano)?

Come è noto, Adriana Faranda e Valerio Morucci, i brigatisti con i quali Pace dichiara aver avuto diversi incontri nei 55 giorni del sequestro, verranno arrestati, quasi un anno dopo l’assassinio di Moro, in una casa dove viveva Giuliana Conforto, il cui padre verrà successivamente accusato dal dossier Mitrokin di essere uno degli agenti del Kgb in Italia. Il Consigliere Istruttore, dott. Achille Gallucci, scrive testualmente: “Il 29 maggio 1979 la Digos della Questura di Roma, in viale Giulio Cesare 47, in un appartamento condotto dalla Conforto, ha proceduto all’arresto d Valerio Morucci e Adriana Faranda, entrambi già da tempo latitanti, imputati di delitti rivendicati dalle “brigate rosse”, fra i quali il sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro: fra le molte armi sequestrate nell’appartamento, sono state rinvenute la “Skorpion”, impiegata con ogni verosimiglianza per l’uccisione dello statista, ed un’automatica Luger 7,65, matricola 04471, compendio di rapina rivendicata dalla formazione “Unità comuniste combattenti”. Da confessioni rese in distinto procedimento ed acquisite al presente ai sensi dell’art. 165 bis c.p.p. è risultato che la suddetta formazione, con denaro proveniente da imprese delittuose, aveva finanziato la rivista “Metropoli” di cui Piperno e Pace erano redattori. La Conforto interrogata sulle ragioni che l’avevano indotta a favorire il Morucci e la Faranda, ha chiamato in causa prima il Piperno e poi il Pace, indicando in esse le persone a richiesta delle quali si era indotta ad alloggiare i due latitanti. La grave risultanza accusatoria è stata negata dal Piperno, ma è stata sostanzialmente ammessa dal Pace, il quale si è risolto altresì a confessare di aver aiutato i predetti Morucci e Faranda trovando loro ricetto, non solo presso la Conforto, ma anche presso tale Candido Aurelio, nonché presso altre persone che non ha per altro voluto indicare”.

Probabilmente se Santoro avesse letto meglio le carte avrebbe evitato una pessima figura, visto che lo stesso Lanfranco Pace, ascoltato dalla commissione di inchiesta sugli sviluppi del caso Moro, non esita a raccontare che, insieme a Franco Piperno, incontrò altri due membri del commando che agì in via Fani, Prospero Gallinari e Mario Moretti, ma dopo, solo dopo la morte di Aldo Moro. Forse Santoro avrebbe capito per quale motivo fu perquisita la casa di Pace e perché venne fermato per 48 ore. Quello che invece noi non riusciamo ancora a comprendere è il motivo per cui un personaggio del genere non sia stato pedinato e non è convincente la sua risposta quando afferma che lui “prendeva sempre le dovute cautele”… Nessuno di tutti questi “democratici“ ha mai chiesto scusa, nessuno si è mai vergognato di quello che ha scritto, nessuno ha mai avuto il coraggio di affermare che “Soccorso Rosso” di Franca Rame e del premio Nobel Dario Fo raccoglieva soldi e protezioni per foraggiare degli assassini e che se la giustizia avesse fatto il suo corso si sarebbero risparmiati molti lutti e molte delle violenze che hanno insanguinato l’Italia negli anni successivi.

Di giorni bui, chi ha voluto bene a Stefano e Virgilio, ne ha passati tanti in questi lunghi cinquanta anni trascorsi da quella notte tragica. Ma non ci siamo lasciati travolgere dalla tristezza e dallo sconforto per una giustizia che non ha mai compiuto il proprio dovere. Non ci potrà essere pace fino a quando nessuno di questi vigliacchi non avrà il coraggio di assumersi le proprie responsabilità e chiedere scusa.

Quella mattina all’alba, quando tornai a casa con gli occhi pieni di lacrime, sulla mia agenda scrissi una sola parola: “Ricordati”.  Da allora non c’è giorno della mia vita in cui non li abbia avuti a fianco.

È un periodo triste. Mi chiedo se valesse la pena che tanti ragazzi perdessero la vita per un ideale che non trova quasi più nessun difensore. Siamo gli appestati dai quali tenersi a distanza, siamo i reietti, ma conserviamo nel cuore qualcosa che nessun potrà mai rubarci: la fede, la nostra fede. Quella che ci consente di non tradire i nostri amici, che ci permette di ricordare chi ci ha preceduto con animo lieto, quella che ci da la forza per guardare al futuro sapendo che ci saranno sempre dei ragazzi come Stefano e Virgilio che prenderanno dalle nostre mani una bandiera che non toccherà mai terra.

Nostro compito è lasciare delle orme che qualcuno possa seguire, piantare dei semi che si trasformino in grano. Se cinquanta anni dopo noi siamo ancora qui è perché Stefano e Virgilio sono stati il nostro seme ed altri ce ne saranno dopo di noi.

La mia prima tessera della Giovane Italia aveva una scritta: “Noi abbiamo ancora una bandiera da gettare al vento, una canzone da lanciare al sole”. Quello di nascere uomini liberi è un dono che nessuno ci potrà mai togliere, perché non siamo indottrinati, non ci possono comprare.

Non importa quanti siamo o quanti sarete, perché noi siamo sempre quelli che: “Anche se tutti, noi no”. 

Roberto Rosseti

Napoli, delirio-Pd: “Questa rotonda è fascista, ecco perché”.

15/02/2024 LiberoQuotidiano.it

Una rotonda con una pianta al centro. Il muretto di pietra, i segnali che indicano il senso di marcia. Sullo sfondo, una fabbrica e quello che sembra un ipermercato. Insomma, potremmo essere in una qualsiasi delle migliaia di rotonde sparse per l’Italia. E invece no. Quella che vedete qui sopra non è affatto come tutte le altre. Perché, signore e signori, nella foto potere vedere una minacciosa e pericolosissima rotonda fascista…

Siamo a Sant’Anastasia, paese di 26.156 abitanti della città metropolitana di Napoli. E qui, il 7 febbraio (probabilmente approfittando del fatto che l’Italia intera era distratta dal Festival di Sanremo), l’amministrazione comunale, con una delibera della Giunta, ha deciso di intitolare la rotonda incriminata nientemeno che a Giorgio Almirante, storico leader del Movimento sociale italiano. Serve dire cosa è successo dopo?

Ovviamente avete già capito. Essì, la sinistra, a partire dal Partito democratico per arrivare alla solita Anpi, ha risposto con una raffica di dichiarazioni indignate. «Ricordiamo tutti chi era Almirante», hanno tuonato Marina Mollo e Peppe Maiello, del gruppo consiliare dem in comune. E via: «Durante il regime fascista fu un importante dirigente del partito, autore di articoli fascisti e antisemiti. Non ha mai rinnegato la sua fede fascista e la sua ostilità alla democrazia nonché la sua ammirazione per Benito Mussolini. Dedicare un’area pubblica ad Almirante vuol dire celebrarlo e con lui celebrare il fascismo. Questa è la più alta violazione alla nostra Costituzione».

Quindi, come detto, il comunicato dell’associazione dei partigiani: «L’Anpi prende le distanze con profonda indignazione e incredulità da questa ennesima scelta che testimonia la determinazione abietta di rimuovere la Storia, di legittimare certe ideologie, di negare responsabilità del passato e spazzare via anni di lotte, quelle lotte che hanno contribuito a cancellare la pagina più buia della nostra storia al fine di far trionfare la democrazia e la giustizia. Il fascismo non è un’opinione, è un crimine».

Eccoci qui, alle prese con la spinosa questione di una rotonda incostituzionale. Ora, le vie ad Almirante sono sempre causa di scontro politico e divisioni. Però vanno ricordate alcune cose: – È vero che Almirante ha aderito alla Repubblica sociale, ma soprattutto, dopo la guerra, è stato leader della destra italiana per circa vent’anni e deputato della Repubblica per quarant’anni ininterrotti, dal 1948 al 1988, dalla prima alla decima legislatura. – È vero che Almirante ha scritto articoli antisemiti, ma questa parte del suo passato l’ha più volte rinnegata in maniera chiara e netta, come peraltro diversi ex fascisti poi diventati guru della sinistra…
– I progressisti e i membri dell’Anpi di Sant’Anastasia dovrebbero rileggersi quello che di Almirante ha detto, per esempio, l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «Almirante è stato espressione di una generazione di leader di partito che, pur da posizioni ideologiche profondamente diverse, hanno saputo confrontarsi mantenendo reciproco rispetto, a dimostrazione di un superiore senso dello Stato che ancora oggi rappresenta un esempio». Correva l’anno 2014. Allora un Capo di Stato ex comunista certe cose poteva dirle. Oggi non si può più, bisogna solo insultare. È il rischio delle rotonde, quando si sbaglia strada può capitare di tornare indietro…

PER NON DIMENTICARE

«Il Giorno del Ricordo è arrivato tardi, drammaticamente tardi: 60 anni dopo e con tanta fatica (l’ iter parlamentare è durato 10 anni)». A scrivere un lungo e vibrante intervento è Roberto Menia, il papà della legge che istituì il 10 febbraio come data per ricordare. Una data simbolo “per seminare memoria, recuperare dalla polvere della storia vicende nascoste, occultate, dimenticate, mai raccontate, infoibate anch’esse”. Il senatore di Fratelli d’Italia rammenta su Libero quanta  fatica sia costata arrivare a questo. Figlio di un’esule istriana, oggi afferma «Adesso il debito morale dell’Italia è in parte sanato». Ma quanta fatica e quanto tempo ci sono voluti per approdare ad un momento di pietas collettiva.

Menia: “Il Giorno del Ricordo è arrivato drammaticamente tardi”

“Richiesta di giustizia, amore, umanità, rispetto. E quando si semina prima o poi si raccoglie”, scrive Menia. Ma i rimpianti non si dissolvono:  il “Giorno del Ricordo” è arrivato tardi. “E molto, moltissimo, è andato perduto. I tesori della memoria di tanti vecchi, la cantilena della lingua del dolce sì, i profumi, lo spirito, le tradizioni. Troppi, donne e uomini, hanno chiuso gli occhi seppellendo con loro le vecchie care memorie. Le città hanno cambiato nome e quasi nessuno, oggi, in Italia conosce più Parenzo, Pola, Fiume, Zara: le chiamano Porec, Pula, Rijeka, Zadar”.

Menia, il bilancio: “In tanti hanno saputo quel che non sapevano”

“Convenienze politiche di ordine interno e internazionale indussero a cancellare dalla coscienza e dalla conoscenza degli italiani questa grande tragedia nazionale – scrive Roberto Menia-. Una tragedia che per decenni è rimasta confinata nelle memorie private delle nostre famiglie; lassù, in quell’angolo d’Italia alla frontiera orientale”. A quasi vent’anni dall’istituzione del giorno del ricordo, il bilancio che trae  Menia è in parte positivo: “è giusto dire che quella legge ha almeno in parte sanato il debito morale dell’Italia tutta nei confronti della tragedia giuliano -dalmata. Tanti hanno saputo quel che non sapevano. Nelle scuole si è iniziato a studiare, parlare, conoscere; città e paesi d’Italia hanno intitolato vie, parchi e percorsi alla memoria delle foibe e dell’esodo”.

“I negazionisti, piccole sacche condannate dalla storia”

Certo, non tutto è positivo: “Rimangono ancora, confinati fuori dal presente e da quel sentimento di umanità che dovrebbe legare ogni connazionale, i negazionisti in servizio permanente effettivo. Ma sono piccole sacche, condannate dalla storia. Oggi, 10 febbraio, l’Italia, quella dolce e orgogliosa di cui noi, figli dell’esodo, siamo innamorati, si riconcilia. E riconosce nella sua compiutezza il valore della grande prova che i giuliano -dalmati le seppero offrire.