Grosseto, sì della Prefettura a via Giorgio Almirante: si scatena la gazzarra della sinistra

Nascerà via Giorgio Almirante a Grosseto. La Prefettura ha dato il nulla osta dopo tre mesi dalla richiesta partita dall’amministrazione comunale guidata da Antonfrancesco Vivarelli Colonna, il sindaco della cittadina toscana che ha deciso di intitolare una strada sia allo storico segretario nazionale del Msi, sia ad Enrico Berlinguer, come esempio di pacificazione nazionale. Il via libera da parte del massimo organo governativo non ha spento, però, le polemiche.

Il sindaco: “Fatta giustizia”

Il progetto di toponomastica dell’amministrazione comunale parte da via della Pacificazione nazionale e arriva sino a via Enrico Berlinguer Berlinguer e via Giorgio Almirante. L’idea del primo cittadino grossetano è quella di costruire, attraverso i simboli storici, condivisioni politiche che spazzino via risentimenti e rancori. Vivarelli Colonna ha più volte ricordato che la proposta di intitolazione delle strade ad Almirante e Berlinguer è stata approvata per ben due volte dal consiglio comunale. Ma tutto questo non ha spento le polemiche speciose di alcuni settori della sinistra.

“No ad Almirante a Grosseto”

 Reazioni isteriche sono arrivate puntualmente dalla sinistra. Parla di “revisionismo storico” la capogruppo alla Camera di Alleanza Verdi e Sinistra, Luana Zanella, citando un passo di uno scritto di Almirante pubblicato su “La Difesa della Razza” in cui scriveva che “il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti”. Dal Partito Democratico, invece, accusano la prefetta, per mezzo del deputato dem Marco Simiani, “di non avere sensibilità. La pacificazione non si impone con la toponomastica ma con il rispetto di tutte le posizioni politiche e non dimenticando fatti tragici causati dalla violenza nazista e fascista”. Anche l’Anpi non si tira indietro, annunciando che “faremo le nostre valutazioni rispetto all’eventualità e ai contorni di un ricorso al Tar”.

La prima via al leader del Msi trent’anni fa da un esponente della sinistra

La prima via intitolata a Giorgio Almirante in Italia fu ad opera, nel 1993, di Costantino Belluscio, per anni deputato del Psdi e segretario particolare di Saragat al Quirinale, sindaco di Altomonte, in provincia di Cosenza. Non ci furono polemiche, nessuno si scandalizzò. In Italia ne esistono oltre duecento. Il passo indietro compiuto in tutto questo periodo è il sintomo di una regressione culturale impressionante. Almirante è stato il simbolo dell’onestà politica, deputato per 40 anni, capace di un gesto simbolico forte come la presenza ai funerali di Berlinguer. Una figura politica che molti elettori della sinistra rispettano come rappresentante di idee e azioni improntate sulla coerenza e sull’etica.

Le amnesie di un antifascismo insopportabile

Guardare alla storia con gli occhi del presente è sempre un esercizio sterile. Le obiezioni su Almirante e sul manifesto della difesa della razza sono strumentali e ambliope. Rileggendo gli articoli di Eugenio Scalfari, Enzo Biagi, l’adesione di Dario Fo alla Rsi(solo per citare alcuni dei totem della sinistra passati per il fascismo e autori di scritti non certo edificanti in quel periodo), bisognerebbe adottare lo stesso metro di giudizio. Decontestualizzare senza operare un distinguo tra prima e dopo serve solo ad alimentare un antifascismo inutile. Da Grosseto arriva un messaggio di superamento di steccati e contrapposizioni che trent’anni fa sembravano non esistere più. E che oggi paiono l’espressione di una triste involuzione culturale.

Enrico Berlinguer moriva 39 anni fa. Il gesto di Almirante fu il simbolo dell’omaggio dell’Italia intera

Quel giorno di 39 anni fa molti di noi ricordano cosa stavano facendo. Quella sera, il 7 giugno , in piena campagna elettorale per le elezioni europee, Enrico Berlinguer cadde  sul palco di Padova colpito da un ictus. Morirà quattro giorni dopo e il Pci, sfruttando l’effetto commozione, diventerà il primo partito italiano. Icona straordinaria della sinistra massimalista, sardo e borghese, ricco di famiglia, Berlinguer aveva incarnato lo spirito proletario non senza contraddizioni.

Negli anni Settanta a Sofia avevano tentato di farlo fuori. In un’intervista dichiarò di sentirsi più sicuro “sotto l’ombrello della Nato” nonostante quella spettacolare organizzazione del suo partito, con migliaia di funzionari, si reggesse grazie ai dollari che annualmente il Pcus gli elargiva. Sul piano strettamente politico Berlinguer aveva subito una sorta di trauma con l’omicidio Moro, che congelava ogni ipotesi di costruzione alternativa con il Pci protagonista.

Craxi, il nemico

In quel 1984 c’erano un Capo dello Stato socialista ma soprattutto un Premier socialista, autonomista e coraggioso che aveva, con molta spregiudicatezza, lanciato una sfida di riformismo e di modernizzazione culminata con Il decreto di San Valentino sulla scala mobile. Craxi era già il nemico da abbattere dal Pci. Berlinguer, destinato eternamente all’opposizione, il Papa di una Chiesa che raccoglieva il consenso di un terzo degli italiani. Quell’emorragia cerebrale arrivò mentre l’Urss si apprestava ad eleggere segretario Gorbaciov e ad avviare un quinquennio di glasnost che sarebbe coincisa con il dramma della implosione e della caduta del socialismo reale nella cortina di ferro. Un po’ di anni prima, Berlinguer aveva posto la questione morale. Un’accusa  implicita al sistema di corruttela del pentapartito ma anche un monito a una flessione notevole dei valori morali che stava attraversando gli anni Ottanta.

Per molti la morte di Berlinguer fu la fine della Prima Repubblica

Berlinguer morì sul “lavoro”, così come avrebbe fatto quattro anni dopo Giorgio Almirante. Proprio il leader missino fu , per citare la figlia Bianca, l’emblema  migliore dell’omaggio dell’Italia intera a Berlinguer con quella lunga camminata da cittadino anonimo in fila per salutare il feretro. Quella sera di 39 anni fa segnò per molti versi la morte anticipata della prima Repubblica. Il leader che cede nella drammaticità delle immagini conferma la corporeità di ciò che rappresentava. Era un uomo che portava in sé il carisma tipico di quelle guide immanenti che, proprio come i Papi, vanno via solo con la morte. 40 anni dopo il deserto totale accompagna la politica. Non più divisa per classi o per rappresentatività. In un mondo totalmente cambiato nemmeno la questione morale ha più lo stesso sapore. In mezzo, nonostante la sua antistoricità, l’immagine eterna di un uomo che ispirava fiducia in chiunque ne incrociasse lo sguardo. Un uomo onesto.

RADICI PROFONDE SI PENSIERO UNICO NO , intervento di Roberto Rosseti

Martedi 30 maggio nei saloni della Fondazione An in via della Scrofa si è tenuto un
convegno- dibattito sul tema: “Radici profonde si, pensiero unico no” che aveva lo
scopo di rappresentare tutte le posizioni del mondo di destra in questo particolare
momento politico e gli stretti legami con quello che ha rappresentato la cultura di
destra in Italia. Sono stato invitato ad intervenire quale membro della Fondazione
Giorgio Almirante ed ho avuto in tal senso l’avallo di Giuliana De Medici. Quanto
ripropongo è una sintesi dell’intervento a conclusione del convegno.

“Credo che sia opportuno affermare immediatamente che siamo tutti convinti della
impossibilità del ritorno del FASCISMO come forma di potere politico, diverso è
ritenere che, se è vero che si parla di radici profonde, non si possa onestamente
confessare che la generazione a cui appartengo e quella che va dalla fondazione del
Msi sino al 1994, faceva riferimento in maniera esplicita a quella esperienza di
governo anche se con la formula: “Non rinnegare,non restaurare”. Quello che si
chiedeva era esclusivamente un giudizio obbiettivo legato al periodo storico in
quelle vicende avevano avuto luogo. Ed è per questo che ,prima, vorrei parlare di
altri pilastri della civiltà che hanno avuto la loro culla in Italia: L’Impero Romano ed
il CATTOLICESIMO.
A dimostrazione che la storia la raccontano sempre i vincitori ancora adesso nella
scuola molti studenti liceali si cimentano nella lettura del De Bello Gallico, opera di
Giulio Cesare che racconta della strage dei Galli. E’ lo stesso condottiero romano
che quando parla della battaglia di Alesia racconta che, grazie a quella vittoria,
vennero uccisi oltre un milione di Galli. Un vero e proprio genocidio. Non che i
romani siano stati più generosi o meno sanguinari in altre occasioni basti pensare
alla totale distruzione di Cartagine, con tanto di spargimento di sale sulle rovine
perché non crescesse neanche più l’erba, al termine delle guerre puniche, o alla
conclusione della rivolta di Spartaco con la crocifissione di tutti gli schiavi, uomini o
donne che fossero, che avevano partecipato all’insurrezione.
Toccherà poi ai martiri cristiani essere dati in pasto alle belve in quanto eversori
dell’ordine pubblico e destabilizzatori dell’impero romano.
Le persecuzioni nei loro confronti cesseranno nel 313 d.c con l’editto di Costantino
ma basteranno soltanto 70 anni, quando con l’editto di Tessalonica il Cristianesimo
diventerà religione di Stato, per trasformarsi da vittime in carnefici. Da allora inizia

una serie di stragi di chi non vuole rinunciare alle divinità pagane, distruzione dei
templi, saccheggi di intere città. Riporto solo alcune delle più conosciute in ordine
temporale e tratte dall’inchiesta: “I crimini della Chiesa Cattolica”
Nel 782, 4.550 Sassoni vengono “cristianamente” decapitati su ordine di Carlo
Magno per aver rifiutato il battesimo cattolico.
Nel 1096, 800 ebrei vengono massacrati dai cattolici a Worms, in Germania ed altri
700 ebrei vengono massacrati a Magonza.
Nel 1191, 2.700 progionieri di guerra musulmani sono cristianamente decapitati
dai Cristiani in Palestina.
Nel 1208, 20.000 “eretici” catari vengono massacrati dai Crociati a Beziers in
Francia.
Nel 1219 altri 5.000 catari sono massacrati a Marmande, sempre in Francia.
Nel 1391 4.000 ebrei sono massacrati dai cattolici a Siviglia in Spagna.
Non possiamo poi tralasciare ciò che avvenne durante le Crociate: nella cosidetta
crociata dei pezzenti vi furono violenze inenarrabili che causarono la morte di
migliaia di persone: venivano arrostiti allo spiedo perfino i bambini! Quando, nel
corso della prima crociata, fu presa Gerusalemme nel 1099, furono trucidate dai
Cristiani 60.000 persone, senza nessuna distinzione tra musulmani, ebrei, donne e
bambini. Le violenze si ripeteranno per tutte le altre Crociate.
Con l’istituzione della Santa Inquisizione si arrivò al risultato di ottenere le
confessioni estorte con le torture più svariate. E si arriva fin quasi ai giorni nostri
visto che possiamo parlare di quanto compiuto nell’evangelizzazione del Sud
America
Sia ben chiaro che , se parliamo di religioni ,l’Islam non è stato certo da meno anzi
l’Isis o Al Qaida sono fenomeni attuali e sono migliaia le loro vittime in tutti gli
angoli del mondo.
Questo per dimostrare che il giudizio storico che viene dato non si basa solo ed
esclusivamente sugli atti, sia pur terribili compiuti, ma sul complesso dei risultati che
tali fenomeni religiosi, politici o culturali hanno raggiunto nel corso dei secoli.
C’è un solo fenomeno che riesce forse a superare, in quanto a numeri negativi , gli
esempi riportati ed è il Comunismo. Questi, in estrema sintesi, i risultati ottenuti dai
seguaci di Marx.
 URSS, 20 milioni di morti,
 Cina, 65 milioni di morti,
 Vietnam, un milione di morti,
 Corea del Nord, 2 milioni di morti,

 Cambogia, 2 milioni di morti,
 Europa dell'Est, un milione di morti,
 America Latina, 150 mila morti,
 Africa, un milione 700 mila morti,
 Afghanistan, un milione 500 mila morti
Se poi vogliamo guardare a tempi più vicini possiamo citare la strage degli
Armeni, il Darfur, Ruanda, Timor Est, i Balcani, quanto avviene in Libia, Somalia,
Yemen, Siria, Iraq. Non c’è parte del mondo che non abbia le sue vergogne da
nascondere.
Ma veniamo ai tragici numeri che inchiodano la dittatura fascista allesue
responsabilità. N u eri reali che sono il frutto degli studi e delle pubblicazioni di
chi l’ha osteggiata e combattuta.
Dal 1926, data di esordio del Tribunale Speciale che doveva giudicare i crimini
contro il fascismo e comprende omicidi, attentati e addirittura il tentativo più
volte di assassinare Mussolini, le condanne a morte emesse sono state 24 fino al
1942, in tutto 5619 i detenuti politici.
Per fare un paragone basti pensare che solo dal 1970al 1983 sono stati più di venti i
giovani missini assassinati soloperchè iscritti al partito o alle sue organizzazioni
giovanili-
Se parliamo però delle vittime del terrorismo i questi quasi 80 anni di splendida
democrazia repubblicana arriviamo tranquillamente ad oltre un migliaio di vittime
ed i detenuti politici sono complessivamente decine e decine di migliaia. E non esiste
strage in cui non siano coinvolti uomini dei servizi segreti italiani o comunque legati
ai servizi. E non chiami moli “deviati” perché i responsabili politici erano sempre
uomini facenti parte del potyere istituzionale. Per essere precisi quasi tutti
democristiani.
Proprio la settimana scorsa, nell’ambito della trasmissione condotta da Andrea
Purgatori sulla Sette, l’ex magistrato ed parlamentare del Pd Pietro Grasso non si è
vergognato di raccontare come,nell’esercizio delle sue funzioni, fosse venuto a
conoscenza da alcuni pentiti che, alcuni attentati compiuti sul continente dalla mafia
ed altri che dovevano essere progettati , dovevano avere la firma “Falange armata”.
Sigla già usata diverse volte per fare ricadere su presunte organizzazione neofasciste
la responsabilità.
Non solo ma , visto che sono qui nella veste di componente della Fondazione Giorgio
Almirante, vorrei ricordare che le uccisioni di militanti missini ed il tentativo di
criminalizzare un mondo nascono dopo i grandi successi elettorali del 1970 e 1971. Il

primo tentativo di accusare l’Msi di ricostituzione del partito fascisto è del 1973 e
verrà inutilmente reiterata nel 1975, 79 ed 82.
Visto che non si riescono ad ottenere risultati neanche in questa maniera si tenterà
la carta della scissione con Democrazia Nazionale nel 1976- Fanfani ne è la mente
coadiuvato dal suo collaboratore e capo ufficio stampa della Rai nonché sindaco di
San Felice Circeo, Giampaolo Cresci, che offre incarichi e contratti. I finanziamenti
sono garantiti dalla P2 e da un signore allora sconosciuto: Silvio Berlusconi, come
racconterà lo stesso parlamentare scissionista Raffaele Delfino.
Se ne vanno 17 parlamentari su 34 e nove senatori su quindici ma l’esperienza
abortisce nel 1979 quando alle elezioni nessuno verrà riconfermato da popolo
italiano. Questa è la storia e non rispettarla o tentare di nascondere la verità
significa tagliare le proprie radici.
Proprio in quell’anno, al dodicesimo congresso del Msi che si tiene a Napoli,
Giorgio Almirante lancia una battaglia che rappresenta una svolta assoluta nel
campo delle riforme istituzionali. Sopra il banco della presidenza lo striscione porta
la scritta: Per una nuova repubblica.
Quest0 quanto riportato nella mozione di maggioranza:
“Occorre un’autonomia, morale quindi culturale e quindi politica , che ci consenta –
soprattutto al cospetto delle nuove generazioni – di presentarci come autentica forza
di rinnovamento.
La modernità, cioè la volontà e la capacità di guardare ai grandi problemi della
società contemporanea, senza complessi di inferiorità, nei confronti delle nostre
come delle altrui tradizioni; e quindi di saper essere opposizione creativa e non
soltanto negativa e distruttiva.
La popolarità, cioè il costante contatto con il partito e la società, tra i rappresentanti
del partito nelle assemblee elette dal popolo e gli interessi morali e materiali, in una
costante e sempre più valida mobilitazione a favore degli interessi reali-
Per condurre tale battaglia con efficacia e con stile, con validità di
contenuti……..occorre portare avanti con coraggio, da posizioni di avanguardia il
discorso che si impone ormai alla coscienza degli italiani; il discorso sulla nuova
Repubblica, visto il conclamato fallimentare della prima Repubblica italiana del
dopoguerra, e quindi il il discorso sullo Stato e sulla societภil discorso sull’Europa; e
pertanto il discorso sul sistema, quello che le altre forze politiche da qualche tempo

chiamano il discorso sulla “terza via” o sul “terzo modello”, previo riconoscimento,
che sembra unanime, della non validità sia del primo che del secondo modello, cioè
del modello marxista che del modello capitalista.”
“Il vero discorso che si deve aprire è quello della integrale revisione della Costituzione
, per trasformare l’Italia, con tutte le garanzie della libertà, in una Repubblica
sganciata dalla partitocrazia al vertice, cioè con Presidente eletto dal popolo, dotata
di autorità, cioè con Presidente in grado di nominare l’esecutivo e con esecutivo
immune dai capricci e dai ricatti di una partitocrazia arbitra del Parlamento, fornita
di adeguati controlli, con un Parlamento eletto e selezionato non soltanto nel nome
dei partiti , ma con la rappresentanza delle categorie ed il requisito della competenza
associato a quello della rappresentanza politica. L’attuale Costituzione della
Repubblica, in nome della quale tanti delitti si commettono e tante lacrime inutili si
versano, è dai suoi stessi genitori abbandonata e tradita .”
Soltanto cinque giorni dopo la fine del Congresso di Napoli, il 12 ottobre 1979, il
presidente del gruppo del Movimento Sociale alla Camera, on. Alfredo Pazzaglia
portava formalmente il problema in Parlamento e , intervenendo nel dibattito,
chiedeva un’autentica riforma istituzionale che indirizzasse il Paese verso una
“Nuova Repubblica per superare la crisi del sistema”.
Su questo tema Almirante ed il Movimento Sociale Italiano si sono spesi per anni
tanto è vero che nel 1982, in occasione del tredicesimo Congresso di Roma ,
Almirante presentò addirittura il progetto di una nuova Costituzione che
prevedesse, oltre alla elezione diretta del Presidente della Repubblica anche quella
dei Presidenti delle Regioni,dei Comuni e delle Province, un Parlamento
monocamerale eletto per metà dal popolo e metà dalle categorie. Molte di queste
proposte sono state acquisite nel tempo tanto è vero che , attualmente, si decide
così per Regioni e Comuni, le province non esistono più, ma ci si è ben guardati dal
dire chi per primo aveva avuto questa intuizione.
La commissione Bozzi, la commissione Jotti, Bettino Craxi, Giuliano Amato,
Gianfranco Miglio, Mario Segni, via via fino ai tempi nostri non vi è stato qualcuno
che non si sia appropriato ingiustamente di una proposta che ha un padre e di cui si
conosce perfettamente il nome. E’ lo stesso uomo che, prima di qualsiasi altra cosa,
ci ha insegnato come si deve vivere, come ci si deve comportare anche a costo di
rischi e sacrifici ma senza mai abbandonare un’unica bandiera: la coerenza. Questo è
il suo testamento al quale spero ancora oggi di non dover mai venire meno.

“ Noi siamo caduti e ci siamo rialzati parecchie volte. E se l’avversario irride alle
nostre cadute, noi confidiamo nella nostra capacità di risollevarci. In altri tempi ci
risollevammo per noi stessi. Da qualche tempo ci siamo risollevati per voi, giovani,
per salutarvi in piedi al momento del commiato, per trasmettervi la staffetta prima
che ci cada di mano, come ad altri cadde nel momento in cui si accingeva a
trasmetterla. Accogliete dunque, giovani, questo mio commiato come un ideale
passaggio di consegne. E se volete un motto che vi ispiri e vi rafforzi, ricordate:
Vivi come se tu dovessi morire subito
Pensa come se tu non dovessi morire mai .
Se le sue idee sono talmente attuali e moderne che , a distanza di quasi 44 anni dalla
loro enunciazione, nessuno ancora è riuscito a realizzarle , a maggior ragione deve
essere apprezzato il suo comportamento a livello umano perché non ha mai
rinunciato o rinnegato quello in cui credeva. Ed è per questo che in me è profonda
la certezza di essere un convinto Anti-antifascista.
Roberto Rosseti

Visita al Museo Internazionale delle Guerre Mondiali a Rocchetta Nuova ( Isernia )

E’ stata una piacevole scoperta il Museo internazionale delle Guerre Mondiali a Rocchetta Nuova in Prov. di Isernia .

La presenza di tantissimi reperti della Prima e Seconda Guerra Mondiale, divise militari di quasi tutti i Stati che hanno partecipato alle Guerre,

in particolare la Seconda Guerra Mondiale, le armi, alcune uniche, oggetti di uso quotidiano, scritti e articoli di giornale, dimostrano la passione e la dedizione del Direttore Johnny Capone .

La Fondazione Giorgio Almirante, nella persona del suo segretario Nazionale  Giuliana de’ Medici, ha fatto vista al museo dove e’ stata accompagnata dal suo Direttore che si e’ dimostrato

informatissimo, disponibile, appassionato e cordiale .

I cimeli storici presenti sono un piccolo gioiello ricco di storia, cultura e storia delle guerre .

Lodevole e’ la collaborazione con l’Universita’ degli Studi del Molise e la Società Italiana di Storia Militare .

Visitando il Museo ci si rende conto di quanto sia importante mantenere la memoria, anche quella degli orrori delle guerre.

Assolutamente consigliato, da non perdere soprattutto per gli appassionati della Storia Militare .

Vi invitiamo ad andarlo a visitare, ne vale la pena. Unico nel suo genere.

 

 

 

35 anni fa moriva Enzo Tortora ; 1979 video intervista a Giorgio Almirante

35 anni fa moriva Enzo Tortora, condividiamo una speciale intervista a Giorgio Almirante, la trasmissione condotta da Tortora è andata in onda nel 1979, la rubrica si chiamava Contropelo; la particolarità della rubrica era la modalità in cui gli invitati venivano intervistati, sulla poltrona del barbiere.
Almirante fu il primo, tra i personaggi politici invitati, ad essere intervistato in questo programma.

 

Un anno fa ci lasciava Donna Assunta Almirante

Mercoledì 26 aprile presso la basilica di Santa Maria in Montesanto in Piazza del Popolo (Chiesa degli artisti) alle ore 19:00; verrà celebrata una Santa Messa in ricordo di Assunta Almirante, che ci ha lasciato lo scorso 26 aprile 2022.

Natale di Roma

Oggi 21 aprile si festeggia il Natale di Roma, anticamente detto Dies Romana. Secondo la leggenda, ricadrebbe oggi l’anniversario della fondazione della città da parte di Romolo, nel 753 a.C.
La Fondazione Giorgio Almirante manda un sincero augurio agli amici romani; e si impegna ad estendere tale augurio a tutta la nazione. In memoria della data di fondazione della nostra sacra ed eterna capitale. Culla della nostra civiltà mediterranea, italiana ed europea.
Ad urbe condita, tanti auguri Roma.
Potrebbe essere un'immagine raffigurante il Tevere e Piazza di Spagna
Tutte le reazioni:

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“Vi faccio vedere come muore un italiano”

«’Vi faccio vedere come muore un italiano’. A 19 anni dalla sua morte, non dimentichiamo Fabrizio Quattrocchi, un uomo coraggioso che ha dimostrato ai suoi carnefici e al mondo l’orgoglio di essere italiani”». Così il premier Giorgia Meloni ha voluto ricordarlo dai suoi canali social. L’Italia non dimentica il suo coraggio. Aveva appena 36 anni  quando venne ucciso con due colpi di pistola – uno al torace, l’altro alla testa, come confermarono le analisi autoptiche svolte successivamente sul cadavere – alla periferia di Baghdad. E stato rapito e ucciso in Iraq dove lavorava per una compagnia di sicurezza. È stato insignito di una medaglia d’oro al valor civile alla memoria.

Meloni: “Non dimentichiamo Fabrizio Quattrocchi”

Era il 13 aprile del 2004 quando Quattrocchi finì ostaggio a Baghdad  insieme ai colleghi Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio. A rapirlo furono i miliziani del gruppo Falangi Verdi di Maometto, mai identificati. I suoi resti vennero ritrovati il 21 maggio. Il suo corpo fu abbandonato e mangiato dagli animali. Nell’aprile del 2004 l’allora ministro degli Esteri Franco Frattini disse: «Quando gli assassini gli stavano puntando la pistola contro, questo ragazzo ha cercato di togliersi il cappuccio e ha gridato: adesso vi faccio vedere come muore un italiano. E lo hanno ucciso. È morto così: da coraggioso, da eroe».

Meloni: “Quattrocchi ha mostrato al mondo l’orgoglio di essere italiani”

È stato sepolto nel cimitero monumentale della stessa città Staglieno. Del suo barbaro assassinio c’è un video, e il Sunday Times trasmise in esclusiva un’intervista con un certo Abu Yusuf, presente all’esecuzione di Quattrocchi e sedicente autore del video stesso. I motivi dell’omicidio non sono tutt’oggi del tutto chiari. all’epoca,  Pino Scaccia del TG1 così descrisse la scena: « Fabrizio Quattrocchi è inginocchiato, le mani legate, incappucciato. Dice con voce ferma: “Posso toglierla?” riferito alla kefiah. Qualcuno gli risponde “no”. E allora egli tentò di togliersi la benda e pronunciò: “Adesso vi faccio vedere come muore un italiano“. Passano secondi e gli spararono  da dietro con la pistola. Tre colpi.  Giorgia Meloni da sempre ha ricordato con commozione questa data. Commentando le ultime parole di Quattrocchi disse: “Parole brevi, semplici ma così profonde da scuotere le coscienze di tutto il mondo e segnare i cuori di una intera Nazione”.

Foti: “La sua frase riecheggia nei nostri cuori”

“Sono passati 19 anni dalla barbara uccisione in Iraq del nostro Fabrizio Quattrocchi”, commenta anche il capogruppo di FdI alla Camera. “Simbolo di una Nazione fiera e orgogliosa che non piega la testa di fronte al nemico. Non dimenticheremo mai il suo sacrificio e quel ‘vi faccio vedere come muore un italiano’ che riecheggia ancora forte nei nostri cuori. Ciao Fabrizio”.

Orgoglio Italiano

Oggi ricorre il centenario dell’Aeronautica Militare italiana, il 28 marzo 1923 veniva fondata la nostra forza aerea, da sempre baluardo ed orgoglio della nostra patria, deputata alla difesa dello spazio aereo nazionale ed impegnata in vari ruoli nell’ambito internazionale; l’orgoglio che risplende sulla coccarda tricolore e che riflette lo spirito della nazione è per tutti i cittadini italiani un vanto.

“VIRTUTE SIDERUM TENUS” così recita il glorioso motto della nostra Aviazione Militare, che nel corso della storia d’Italia si è fregiata di coraggio, passione ed onore; un punto di riferimento alto nel cielo; ove i nostri sguardi arrivano e raggiungono i sogni più ambiziosi fin dove l’audacia e lo spirito si spinge fino a raggiungere le stelle.

La Fondazione Giorgio Almirante, con orgoglio e riconoscenza, ringrazia e augura un sincero augurio a tutti gli uomini e le donne dell’Aeronautica Militare, e si stringe nel ricordo di chi in passato e in tempi più recenti ha servito la nostra Nazione.

Auguri di 100 anni all’Aeronautica Militare Italiana.

Repubblica “scongela” La Malfa contro Meloni: “In cinque mesi del fascismo non ha parlato”. Ma perché avrebbe dovuto?

Repubblica insiste nella polemica sulle Fosse Ardeatine e lo fa con un’intervista in cui ripesca addirittura Giorgio La Malfa, ex segretario del Pri, 84 anni, che accusa Giorgia Meloni non di fascismo ma di “almirantismo”. Insomma siamo alle solite. A quella polemica contro il governo che scaturisce da un’opposizione che Giuliano Ferrara ha definito oggi sul Foglio “bruttina”.  Più che bruttina, inutile.

Dunque La Malfa, “scongelato” per l’occasione, parla in quanto erede degli azionisti e dice di rintracciare in Giorgia Meloni una pericolosa continuità con Giorgio Almirante. “Rintraccio – afferma – una continuità culturale con Giorgio Almirante, che era stato capo di gabinetto nella Repubblica di Salò. Il segretario del Movimento Sociale aveva l’abitudine di nascondere le responsabilità della propria parte politica dietro la comune nozione di patria e di italianità: i repubblichini avevano combattuto per la patria, quindi erano meritevoli di rispetto e degni di legittimazione politica. Ma è un grave errore storico. Un conto è la pietà, che si rivolge a tutti i caduti. Altro conto è la parificazione delle opposte parti in lotta. L’Italia democratica fu costruita sui caduti della nostra parte. La libertà di cui oggi godono gli italiani è il frutto del sacrificio degli antifascisti”. A onor del vero, Almirante non parlò mai di parificazione tra vincitori e vinti ma di “pacificazione” per chiudere la stagione della guerra civile tra italiani. Ma sono sottigliezze che a Repubblica sfuggono…

Ora, La Malfa dimentica forse che questo passaggio si trovava già nelle tesi di Fiuggi, che risalgono al 1995. Parliamo di quasi trent’anni fa. Eppure Repubblica batte sempre sullo stesso tasto, stonato. E con la sola attenuante che almeno La Malfa è più colto di un qualunque Fratoianni e non fa le figure barbine di un Bonelli e neanche lontanamente si ricollega all’antifascismo da Twitter di una Serracchiani o di una Boldrini. Ma la zuppa resta sempre quella, anche se meglio argomentata.

Dice La Malfa: “Nei primi cinque mesi di governo non ha detto nulla sul fascismo. Dice: amo la democrazia. Ma agli italiani chi l’ha tolta? E chi gliel’ha restituita? Forse non fa i conti con il regime fascista perché sente che la maggioranza degli italiani non glielo chiede”. Bene: finalmente un punto viene centrato. La maggioranza degli italiani non lo chiede a lei e a nessun altro. Chiede di guardare avanti. Meloni è stata eletta non per parlare di fascismo ma per governare e per farlo bene. Questo è l’auspicio, questa la prova che deve affrontare. Tutto il resto sono chiacchiere risentite. E si sono già rivelate un boomerang per la sinistra.