IL GESTO DI ALMIRANTE E BERLINGUER – Frascati 12 Febbraio ore 17.30

Il dibattito politico per essere tale ha bisogno di tutti gli attori protagonisti in campo. La nostra visione della politica è differente e improntata alla dialettica per analizzare temi e prospettive passate e future.Vi aspettiamo a Frascati, presso il Palazzo Comunale  “Sala degli specchi”, Lunedì 12 Febbraio alle ore 17::30.

 


Fascismo ed ebrei, le idiozie (anche a destra) hanno stufato

Riceviamo da Caio Mussolini la lettera da lui inviata al giornale on line  ” il Primato Nazionale “.Ci sembrano delle considerazioni  molto equilibrate e lo condividiamo volentieri con gli amici della Fondazione

PN     il Primato Nazionale 

Roma, 1 feb – Pubblichiamo un commento espresso  da Caio Mussolini sul tema del fascismo e degli ebrei, in contestazione aperta con quanto asserito da alcuni esponenti di FdI, suo stesso partito. La questione storica e la mancanza totale di lucidità sull’argomento rendono necessario approfondirla con serietà, ma soprattutto con un minimo di logica.

Fascismo ed ebrei, un po’ di buon senso contro i deliri storici che divampano anche a destra

Gentile Vice Direttore Fergola,

Vi scrivo per poter condividere alcune riflessioni in merito all’evento tenutosi a Roma e riportato nell’articolo a firma di Alessandra Parisi, non essendomi stata data l’opportunità di farlo direttamente dalle pagine del Secolo d’Italia.

Prendo spunto dall’importante evento tenutosi la settimana scorsa a Montecitorio e realizzato con l’obiettivo di preservare la memoria riguardante le tragedie del XX secolo subite dal popolo ebraico. Iniziativa lodevole e condivisibile che si collega alla nostra tormentata storia del XX secolo, e proprio per questo motivo un ponderato e attento uso delle parole sarebbe stato auspicabile, specialmente da parte di chi ricopre importanti cariche istituzionali.

Mi permetto subito di evidenziare, citando proprio Hannah Arendt che il fascismo non è stato “totalitarismo”. Infatti il F. non è mai riuscito a controllare completamente la vita dello stato perché la Chiesa e la monarchia si sono mantenute autonome rispetto ad esso. Inoltre il F. non ha praticato il terrore né lo sterminio di massa e per questi motivi lo si può definire “imperfetto”. Invero i due totalitarismi europei erano quello nazista e quello comunista dell’Unione Sovietica. Basta leggere il libro della stessa scrittrice “Le origini del totalitarismo” di Einaudi, per capire le grandi differenze tra la dittatura fascista e i due totalitarismi.

Il fascismo, contrariamente a quanto sostenuto dal relatore, non ha “sistematizzato giuridicamente l’annientamento del popolo ebraico per poi eseguirlo”. Invero sino al 8 settembre 1943 è stato il contrario, vedi la Delasem, le partenze da Trieste (città definita Sha’ ar Zion) in nave effettuate sino al 1943 verso Israele organizzata da Misrad ha sochnut ha yehudit; vedi Primo Levi che ha potuto laurearsi normalmente in chimica a all’università di Torino nel 1941, o basta leggere cosa scriveva lo storico ebreo Léon Poliakov per indicare la protezione posta in essere da Benito Mussolini a favore degli ebrei (non solo italiani), che usò l’espressione  “Scudo protettore” (Léon Poliakov, “Il nazismo e lo sterminio degli ebrei”, pagg. 219-220). Questo scudo si ergeva non solo in Italia, ma in Croazia, in Grecia, in Egeo, in Tunisia, in poche parole ovunque penetrassero le truppe fasciste.

Anche lo studioso israelita Menachem Shelah nel libro intitolato Un debito di gratitudine (verso l’Italia) evidenzia il forte contrasto e aperto conflitto tra la linea italiana e quella tedesca nei confronti degli ebrei.
Finanche un autore antifascista come Mario Avagliano riconosce che: “in Francia, Jugoslavia e Grecia i comandi italiani intervengono spesso a difesa degli ebrei, e sottraggono molti di loro ai tedeschi, salvandoli dalla persecuzione e dalle deportazioni”.

Le leggi razziali, profondamente sbagliate e ingiuste poiché le comunità ebraiche erano presenti da secoli in Italia e perfettamente inserite nel tessuto sociale, nonostante le discriminazioni e ingerenze nella loro vita nei secoli che venivano storicamente da oltre Tevere. In aggiunta, molti ebrei avevano partecipato con entusiasmo alla Marcia su Roma, mentre tanti altri avevano avuto incarichi apicali nell’amministrazione pubblica (es. Finzi, Jung, Rava, Toeplitz, Almansi, Del Vecchio…). Tuttavia, le leggi razziali “discriminavano” e non perseguivano, e fino al 25 luglio 1943 nessun ebreo fu perseguitato né tantomeno deportato. Sarebbe sempre importante anche contestualizzare il periodo storico, basti pensare che la “grande democrazia” degli USA nel 1939 non permisero l’attracco della Nave Saint Louis procedente dal porto di Amburgo con più di 900 ebrei che scappavano dalle persecuzione naziste o ricordare che le loro leggi razziali vennero abolite col Civil Right Act solo nel 1964!

Il relatore conclude il suo intervento citando il libro di Hannah Arendt La banalità del male, che immagino abbia letto. Deve essergli tuttavia sfuggito cosa l’autrice scriveva proprio in merito al governo fascista e agli italiani nelle pagine finali, da 182 a 187, dove ad esempio riportava che: “Il sabotaggio italiano della soluzione finale aveva assunto proporzioni serie, soprattutto perché Mussolini esercitava una certa influenza su altri governi fascisti – quello di Pétain in Francia, quello di Horthy in Ungheria, quello di Antonescu in Romania e anche quello di Franco in Spagna. Finché l’Italia seguiva a non massacrare i suoi ebrei, anche gli altri stati satelliti della Germania potevano cercare di fare altrettanto“.

Poi arrivò l’infame 8 settembre, il “più grande tradimento della storia” (non lo dico io, lo scrisse il Mar. Montgomery nelle sue memorie, e quando citato in giudizio in Italia a metà degli anni ’60 vinse la causa, arrivando il sostituto procuratore di Milano dr. Bonelli a chiedere e ottenere dal Consigliere Istruttore Dr. Palma il proscioglimento del Maresciallo con l’archiviazione del procedimento) e tutto cambiò. Con la destituzione di Mussolini da Capo del Governo, l’egemonia militare tedesca in Italia e la guerra civile venne meno quella “protezione”, con le tragiche e sciagurate conseguenze che tutti conosciamo.

Spero con queste mie riflessioni di aver dato un piccolo contributo riguardante la verità storica, oggi necessaria più che mai se si vuole raggiungere una visione condivisa su quel complesso, drammatico e articolato periodo che ancora oggi ci perseguita.

Ringraziandola per lo spazio concesso, la saluto cordialmente.

Caio Mussolini

Bugie su Almirante: dal Pd ignobili accuse al leader missino in Senato. Balboni: “Fango e ignoranza”

Il tentativo di infangare il nome di Giorgio Almirante da parte del senatore del Pd Dario Parrini è stato ignobile. “Fango puro” commenta il senatore di FdI Alberto Balboni. Sono riecheggiate in Senato accuse infondate e strillate in maniera vergognosa. Almirante stragista, golpista, antidemocratico. L’aula di Palazzo Madama non meritava di udire considerazioni squallide come quelle che sono risuonate.  Lo spoloquio delirante è nato dopo che il senatore emiliano, a capo della commissione Affari costituzionali della Camera, è intervenuto ricordando la lezione del segretario dell’Msi: a commento del voto positivo a Palazzo Madama sull’autonomia differenziata.

Accuse vergognose su Almirante in Senato. Balboni: “Fango puro”

Giorgio Almirante vide il rischio che si potesse arrivare alla secessione- ha  rintuzzato le isterie della sinistra- . Parlò dieci ore in occasione della istituzione delle Regioni a statuto ordinario”. “Vide il rischio che dal centralismo dello Stato si passasse a 15 centralismi bonsai”. E dette “un contributo a cui tutta l’Italia dovrebbe rendere onore, pensava a un regionalismo federale, fu un grande uomo”. E ha aggiunto che “chi ha avuto come leader Almirante non può tradire l’unità del Paese. “Chi viene da questa storia non può rinunciare né all’unità nazionale, né al sentirsi italiano in qualsiasi parte dell’Italia abiti”. Per Balboni Almirante ha contribuito “a quel processo di pacificazione nazionale indispensabile, specialmente nei momenti difficili, per garantire la coesione sociale in qualsiasi Nazione”.

Scintille su Almirante tra Balboni e Parrini: il dem al delirio

Una pacificazione della quale si è dimostrato del tutto indegno il senatore del Pd Dario Parrini. Al quale è partita la brocca. Almirante ” difensore della democrazia, come dice lei? Credo sia un errore: nel 1970 ci fu il Golpe Borghese;  nel ’72 il Msi portò in parlamento Ciccio Franco e Mario Tedeschi, tra i finanziatori della strage di Bologna”. Accuse gravissime e destitute di fondamento. Lo sproloquio è proseguito: “Nel 1972 tre carabinieri furono uccisi a Peteano, e solo una amnistia salvò Almirante dall’accusa di favoreggiamento”. Poi tocca il ridicolo assicurando “che stiamo parlando di fatti incontrovertibili”. Non è vero. “E’ fango puro, sono falsità”, si sfoga con noi Balboni. Rintuzzando una per una i fantomatici “capi d’accusa” che il dem tira fuori contro ogni veridicità storica.

Balboni: “Con il golpe Borghese Almirante non c’entra nulla: gli ripugnavano le scorciatoie”

Cominciamo col dire che se Almirante fosse stato tutto ciò di cui il senatore dem lo accusa, ci dovrebbe spiegare come mai una donna delle istituzioni come Nilde Iotti, allora presidente della Camera, rese omaggio alla sua salma. Si va a dare l’estremo saluto a uno stragista e golpista? Si trasmettono in diretta Rai le esequie di uno descritto come il ricettacolo di tutti i mali? Ridicolo. “Col golpe Borghese Almirante non c’entra nulla”, dice Balboni-. Non c’è nulla agli atti, è fango puro. Tra l’altro, l’ipotesi golpista si colloca agli antipodi del pensiero almirantiano. Lui era contro ogni ‘scorciatoia’, gli ripugnavano: perché credeva profondamente nella  dialettica democratica. Tra l’altro, l’Italia dovrebbe essergli grata per avere guidato una comunità verso questo percorso democratico e istituzionale”. Ricordiamo a tal riguardo i tanti scritti dedicati da Almirnte alle riforme istituzionali.

Su Peteano gli storici Baldoni e Gennaccari smontano le accuse

Molto gravi e “false” da parte di Parrini le accuse ad Almirante sulla strage di Peteano. Il senatore dem ignora del tutto  – essendosi fermato all’amnistia – “che il processo proseguì ed arrivò a sentenza nel 1989. Quella sentenza- ricorda Federico Gennaccari che con Adalberto Baldoni ha scritto volumi su volumi sulla storia della Destra-  ha fatto cadere completamente l’accusa nei confronti di Almirante. Come spiega bene Baldoni  in “Destra senza veli”:

Su Almirante teoremi andati in frantumi

«L’accusa di favoreggiamento contro Almirante, allora segretario  del Msi-Dn, e contro Eno Pascoli, allora segretario provinciale missino di Gorizia, si basava sul trasferimento in Spagna di 34 mila dollari da parte di Pascoli per consentire a Carlo Cicuttini, ritenuto il ‘telefonista’ della strage, di effettuare una operazione alle corde vocali. Gli accertamenti processuali del 1989 hanno dimostrato che il trasferimento di denaro in Spagna era connesso con la professione di avvocato di Pascoli; che Almirante non era al corrente di tale trasferimento perché esso non “era riferibile alle attività politiche dello stesso Pascoli”; che “a Cicuttini non è mai stata effettuata alcuna operazione alle corde vocali” e che “la lettera con la quale Cicuttini avrebbe chiesto ad Almirante un aiuto finanziario non è in realtà mai esistita”». Teorema andato in frantumi. Il senatore del Pd non legge, non si informa, fa figuracce e infanga senza ritegno.

Figuraccia  Pd, il senatore racconta balle e i colleghi applaudono

I due storici confermano che il nome di “Ciccio Franco non risulta proprio nella strage di Bologna”. E quanto a Tedeschi “è stato tirato in ballo da morto”. Alla faccia del garantismo, commenta Balboni. Poi il senatore del Pd ha toccato il ridicolo: “Almirante in quegli anni aveva simpatia per Pinochet, per i colonnelli in Grecia“. Balboni è sconcertato: “Noi che lo abbiamo frequentato non abbiamo mai udito pronunciare parole simili: mai sentito parlare di simpatie verso queste figure. Chissà dove ha letto queste cose…”. Il fatto è che il Pd è alla frutta e non guarda in faccia nessuno, neanche i defunti. Per questo applaudono il collega senza cognizione di causa. Squallore.

7 Gennaio 1978 Franco , Francesco e Stefano

Riportiamo il discorso tenuto da Giorgio Almirante il 10 gennaio 1978 alla Camera dei deputati . Come sempre le sue non sono parole di vendetta ma di pacificazione nazionale

“Questa atmosfera di rispetto, in molti casi di sincero cordoglio, che il martirio di tre giovani di destra ha determinato, rende meno arduo il mio compito; che è pur sempre difficilissimo, perché si tratta di comprimere e di reprimere stati d’animo, pur legittimi e comprensibili, sentimenti, risentimenti; per nobilitare e responsabilizzare questa discussione, come comandano i giovani puliti e cari che sono morti per la libertà di tutti, come comandano i loro familiari, dalle labbra dei quali non è uscita la minima invocazione alla vendetta, ma una chiara, ferma, severa, richiesta di giustizia e di pace: la richiesta, soprattutto, che da questo sangue altro sangue non esca, la richiesta che sia finalmente rotta la spirale dell’odio e della guerra civile. A questo punto il discorso che occorre fare è il discorso delle responsabilità, passate, presenti e future; il discorso delle responsabilità morali e civili, delle responsabilità politiche, delle responsabilità esecutive, sia in termini di prevenzione che di repressione”.
“Le responsabilità civili e morali sono le più gravi, perché nel tempo hanno determinato e aggravato le altre. Oggi, al cospetto di questo triplice crimine, tutti o quasi si inducono a parlare di pace e a smettere la propaganda dell’odio. Ma quanti parlavano tale linguaggio, sereno e responsabile, fino a qualche giorno fa? Quanti tra voi, quanti tra noi tutti, hanno veramente contribuito nei mesi e negli anni passati a disintossicare l’atmosfera, a educare alla pace e alla comprensione le giovani generazioni? Io non mi voglio presentare in veste di giudice; ma in veste di testimone sì, ho il diritto di farlo, perché da trent’anni non partecipo e non partecipiamo alle responsabilità e nemmeno alle possibilità del potere. Invece, quale gravame di responsabilità morali pesa su coloro che hanno gestito il potere a tutti i livelli, su coloro che hanno controllato e controllano la radio, la televisione, lo spettacolo, la scuola, il sindacato, la stessa cultura! Persino in questi giorni la radio e la tv sono state faziose, rifiutando di dare per esteso le nostre comunicazioni, che pure erano intese a placare gli animi, rifiutandomi la possibilità di lanciare un appello ai giovani nel nome della pace! Persino in questi giorni è stata chiusa e faziosa la scuola, nelle responsabilità politiche di vertice, non dando ascolto alla nostra richiesta di proclamare un giorno di lutto nelle scuole, in memoria dei giovani assassinati, di tutti gli studenti assassinati. D’altra parte lei stesso, signor ministro dell’Interno (Francesco Cossiga, ndr) ha parlato il 6 ottobre, nell’aula di questo ramo del Parlamento, il linguaggio dell’odio, della provocazione, della istigazione a delinquere contro la nostra parte, contro i nostri stessi giovani, e anche il linguaggio della calunnia, tanto è vero che i ragazzi che lei ha mandato in galera per quei fatti non debbono più rispondere di omicidio, né di concorso in omicidio, né di concorso morale in omicidio, né di rissa ma soltanto di presunti reati politici e di opinione”.
“Quanto alle responsabilità politiche, voi tutti avete costituito in questi ultimi mesi un regime, perché avete tentato di appropriarvi delle guarentigie costituzionali. La logica dei regimi, di qualunque colore essi siano, è la discriminazione; e con la discriminazione la violenza, e con la violenza l’odio e la spinta verso la guerra civile. Ora siete in crisi; e allora: o lo sbocco della crisi sarà ancora il patto a sei, il compromesso storico allargato, e in tal caso dovrete tener conto del fatto che noi siamo la opposizione; e che il tentativo di criminalizzare o di soffocare o comunque di discriminare la opposizione in quanto tale equivale alla riapertura di quella spirale dell’odio e della vendetta che in questi giorni dite di voler spezzare; o lo sbocco della crisi sarà il fallimento del compromesso storico e del precedente patto a sei, e allora non si dovrà parlare di governo di emergenza ma di governa di salute pubblica nazionale; cioè di una formula di reggimento del paese che non escluda alcuna componente, non già in termini di partecipazione alla maggioranza, al governo o al sottogoverno, e alle conseguenti lottizzazioni, ma in termini di corresponsabilizzazione, e quindi di pacificazione nazionale, come noi la vogliamo e la intendiamo. Ciò significa che la pacificazione nazionale, la salvezza della Nazione, non si può realizzare senza o contro i nostri ragazzi, senza o contro la nostra famiglia umana…”.

L’ultimo delirio della Schlein: proposta di legge per vietare di intitolare strade ad Almirante

Secolo d’Italia  4 Ott 2023  – di Monica Pucci

Con un Pd a pezzi, il valzer delle correnti che lo scuote, la minoranza interna che si prende gioco della segreteria e le liti quotidiane con gli “alleati” grillini, Elly Schlein prova a riprendersi il partito con un “evergreen“, l‘antifascismo moderno. Quel “mantra” politico che già aveva condotto la sinistra a una pesante sconfitta alle elezioni Politiche, visto che agli italiani, dell’enunciazione ideologica di una parte politica, non frega nulla, soprattutto se da quel fronte non arriva uno straccio di proposta percorribile e credibile. Ma Elly si mette la camicia della partigiana e tira fuori due proposte di legge “necessarie per fare i conti fino in fondo con la storia, perchè senza memoria non si possono porre le basi per un futuro migliore”. La Schlein vuole la linea dura contro la minaccia della “propaganda fascista e nazifascista” e annuncia pene con reclusione fino a un anno e sei mesi. Ma c’è di più, il delirio arriva a voler vietare i ricordi del grande leader di destra Giorgio Almirante, con il “divieto di intitolare strade, piazze, monumenti o sacrari a esponenti del partito o dell’ideologia fascista”. E’ chiaro che l’obiettivo è lui, vista la propaganda che la sinistra, da quando c’è la Meloni al governo, ha lanciato ogni qual volta un Comune “di destra” ha votato per l’intitolazione di una via al leader missino scomparso.

La Schlein vuole “cancellare” Almirante…

“Non una operazione nostalgia ma vogliamo tutelare una memoria collettiva”, ha spiegato la capogruppo dem a Montecitorio Chiara Braga. “E’ importante riattualizzare la legge Scelba/Mancino”, ha spiegato invece il responsabile Cultura e informazione Sandro Ruotolo che si è rivolto alla Meloni: “Cerca di presentarsi come moderata in Europa, sostenga le nostre proposte di legge antifascista. Da che parte sta?”. “Non vogliamo limitare la libertà, è tutto il contrario. Vogliamo contrastare un fenomeno eversivo, un pericolo per la democrazia”, ha detto il deputato dem Andrea De Maria, che si è concentrato sulla Pdl sulla toponomastica: “E’ indecente nominare vie e piazze a gerarchi o esponenti del fascismo. Oggi non c’è un provvedimento che impedisce di farlo. Noi individuiamo figure specifiche e se la legge fosse in vigore non ci potrebbe essere nessuna strada dedicata a Almirante…”.

E la segretaria, con faccia tosta, ribadisce: “Noi come Pd ci opponiamo a ogni tentativo di riscrittura della storia. La Costituzione è antifascista, saldata attorno a principi in gran parte ancora non attuati nel Paese. Come il diritto alla Salute, negato nel momento in cui ci sono persone che ricevono appuntamenti per una visita tra due o tre anni. Come sul lavoro. La Costituzione deve guidare politiche pubbliche che producono giustizia sociale e invece siamo a fronte a una maggioranza che sembra orientata a principi altri”. Di questo passo e con questi argomenti triti e ritriti, la sinistra prepara la sua prossima sconfitta, alle Europee…

Grosseto, sì della Prefettura a via Giorgio Almirante: si scatena la gazzarra della sinistra

Nascerà via Giorgio Almirante a Grosseto. La Prefettura ha dato il nulla osta dopo tre mesi dalla richiesta partita dall’amministrazione comunale guidata da Antonfrancesco Vivarelli Colonna, il sindaco della cittadina toscana che ha deciso di intitolare una strada sia allo storico segretario nazionale del Msi, sia ad Enrico Berlinguer, come esempio di pacificazione nazionale. Il via libera da parte del massimo organo governativo non ha spento, però, le polemiche.

Il sindaco: “Fatta giustizia”

Il progetto di toponomastica dell’amministrazione comunale parte da via della Pacificazione nazionale e arriva sino a via Enrico Berlinguer Berlinguer e via Giorgio Almirante. L’idea del primo cittadino grossetano è quella di costruire, attraverso i simboli storici, condivisioni politiche che spazzino via risentimenti e rancori. Vivarelli Colonna ha più volte ricordato che la proposta di intitolazione delle strade ad Almirante e Berlinguer è stata approvata per ben due volte dal consiglio comunale. Ma tutto questo non ha spento le polemiche speciose di alcuni settori della sinistra.

“No ad Almirante a Grosseto”

 Reazioni isteriche sono arrivate puntualmente dalla sinistra. Parla di “revisionismo storico” la capogruppo alla Camera di Alleanza Verdi e Sinistra, Luana Zanella, citando un passo di uno scritto di Almirante pubblicato su “La Difesa della Razza” in cui scriveva che “il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti”. Dal Partito Democratico, invece, accusano la prefetta, per mezzo del deputato dem Marco Simiani, “di non avere sensibilità. La pacificazione non si impone con la toponomastica ma con il rispetto di tutte le posizioni politiche e non dimenticando fatti tragici causati dalla violenza nazista e fascista”. Anche l’Anpi non si tira indietro, annunciando che “faremo le nostre valutazioni rispetto all’eventualità e ai contorni di un ricorso al Tar”.

La prima via al leader del Msi trent’anni fa da un esponente della sinistra

La prima via intitolata a Giorgio Almirante in Italia fu ad opera, nel 1993, di Costantino Belluscio, per anni deputato del Psdi e segretario particolare di Saragat al Quirinale, sindaco di Altomonte, in provincia di Cosenza. Non ci furono polemiche, nessuno si scandalizzò. In Italia ne esistono oltre duecento. Il passo indietro compiuto in tutto questo periodo è il sintomo di una regressione culturale impressionante. Almirante è stato il simbolo dell’onestà politica, deputato per 40 anni, capace di un gesto simbolico forte come la presenza ai funerali di Berlinguer. Una figura politica che molti elettori della sinistra rispettano come rappresentante di idee e azioni improntate sulla coerenza e sull’etica.

Le amnesie di un antifascismo insopportabile

Guardare alla storia con gli occhi del presente è sempre un esercizio sterile. Le obiezioni su Almirante e sul manifesto della difesa della razza sono strumentali e ambliope. Rileggendo gli articoli di Eugenio Scalfari, Enzo Biagi, l’adesione di Dario Fo alla Rsi(solo per citare alcuni dei totem della sinistra passati per il fascismo e autori di scritti non certo edificanti in quel periodo), bisognerebbe adottare lo stesso metro di giudizio. Decontestualizzare senza operare un distinguo tra prima e dopo serve solo ad alimentare un antifascismo inutile. Da Grosseto arriva un messaggio di superamento di steccati e contrapposizioni che trent’anni fa sembravano non esistere più. E che oggi paiono l’espressione di una triste involuzione culturale.

Caso Santanchè, Conte tira in ballo Almirante. La figlia del leader: “Mio padre era un garantista”

Secolo d’Italia – 27 Lug 2023

“Almirante cosa avrebbe detto sul caso Santanchè?”. Con questa domanda retorica il leader pentastellato Giuseppe Conte ha attaccato ancora il ministro del turismo tirando in ballo addirittura il defunto segretario nazionale del Msi. A stretto giro di posta è arrivata la risposta della figlia del grande uomo politico missino, Giuliana De Medici. “Posso certamente affermare che mio padre non avrebbe mai ‘scaricato’ una persona a priori in assenza di una condanna, di prove precise. Avrebbe aspettato la sentenza. Davanti a una sentenza di condanna, lui stesso sarebbe stato intransigente. Mio padre diceva: uno dei nostri che sbaglia deve essere condannato due volte, perché rappresentiamo l’Italia pulita”. Come dovrebbe comportarsi la premier Meloni con la ministra Santanchè in caso di rinvio a giudizio? “Vediamo come si evolvono le cose, è una questione molto delicata“, ammette De’ Medici. “Non sono io il primo ministro e non spetta a me prendere certe decisioni. C’è da dire che questo governo è stato preso di mira non solo per il ministro Santanchè ma per tante altre vicende: stanno andando a cercare il pelo nell’uovo come fecero con Berlusconi. Io – racconta – ho conosciuto il ministro Santanchè: è un’imprenditrice che ha creato tanti posti di lavoro, una donna che si è fatta da sola”.

Almirante va bene a giorni alterni per le opposizioni

La figura di Giorgio Almirante è tirata quotidianamente in ballo dalle opposizioni e dal mondo collaterale alla sinistra strumentalmente. Un giorno, per Luca Bottura e altri ” è il fucilatore di Salò che ha sulla coscienza più morti di Tito(!)”, un altro viene ricordato, come accaduto oggi con l’ex presidente del Consiglio dei cinquestelle, per la sua onestà e la sua intransigenza. In realtà Giorgio Almirante, che era certamente intransigente sul piano etico e morale, non era un giacobino: rispettava la magistratura ma anche e soprattutto la presunzione di innocenza e, a differenza di Conte, non condannava nessuno a priori, come ha giustamente ricordato oggi la figlia.

Saviano lasci in pace Almirante. Bisogna esserne degni

7 colli –  – 

Roberto Saviano ha un nuovo nemico di nome Giorgio Almirante. Sembra incredibile, ma lo scrittore campano sente il bisogno di prendersela col leader scomparso decenni fa e che resta vivo nella memoria di tantissimi italiani.

Ci voleva un comico arrabbiato per riattizzare il fuoco contro una delle personalità politiche più oneste che ci siano state in Italia. Luca Bottura è stato capace di affermare che Almirante avrebbe ucciso più italiani rispetto a quanti ne sterminò Tito. Una sciocchezza enorme che fa comprendere come non tutti possano scrivere di tutto.

Saviano se la prende pure con Almirante

Ma tutto sarebbe finito lì, nell’archivio delle cretinate, se non si fosse infilato nella polemica su Almirante proprio Saviano. In maniera decisamente indegna.

“Una qualunque storia politica che abbia tra i suoi miti fondativi la figura di Giorgio Almirante, come racconta Bottura, è una storia politica basata su continui tentativi di falsificazione”, ha concionato lo scrittore. Aggiungendo che una qualsiasi storia politica che partisse da tali infamie, per costruire i propri miti fondativi, si porrebbe con evidenza al di fuori della Costituzione. Ma quale forza politica avrebbe oggi, 24 luglio (giusto un giorno prima!), il coraggio di presentarsi in Europa con, nel simbolo, una fiamma che ancora ricorda quelle infamie? Ma no, non è possibile, non esiste una forza politica tanto votata all’autodistruzione…”.

Ogni giorno ha la sua pena e anche ieri ci è toccato imbatterci in un tweet senza alcuno stile come quello di Saviano.

L’omaggio dei presidenti Napolitano e Mattarella

Il quale dice di essere scrittore anche quando fa il propagandista. Due presidenti della Repubblica, come Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, non hanno esitato a ricordare Almirante con il suo limpido percorso parlamentare. Con le sue idee, ovviamente, e con la sua coerenza incancellabile.

Anche Saviano si iscrive al club di quelli contro la Fiamma tricolore pur di negarne il valore. Attorno a quel simbolo, dopo la guerra, Almirante e altri grandi di quella destra, radunarono un popolo a cui fu chiesto di scegliere la democrazia anziché le armi. Ma ancora oggi dobbiamo leggere lezioni di risentimento. E quanta paura vi fa quel grande uomo?

La Commissione Cultura del Senato approva Odg per revocare l’onorificenza a Tito

”La storica richiesta delle famiglie degli infoibati e delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati per revocare l’onorificenza conferita al dittatore jugoslavo Josip Broz Tito, ha finalmente trovato esito positivo attraverso l’approvazione di un ordine del giorno a mia prima firma, che impegna il governo ad attivare la procedura di revoca del cavalierato di gran croce, decorato di gran cordone, da parte del Presidente della  Repubblica”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia Roberto Menia, primo firmatario dell’odg approvato in Commissione Cultura del Senato in sede redigente del ddl in materia di iniziative per la promozione della conoscenza della tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata nelle giovani generazioni.

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AS 317- 533 -548

ORDINE DEL GIORNO

Il Senato della Repubblica,

nell’approvare nuove norme di modifica alla legge 30 marzo 2004 n. 92 con le quali si prevede la realizzazione di iniziative tese a diffondere la conoscenza della tragedia delle foibe;

ricordato che

con la citata legge  «La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”

a prescindere dalle non sempre convergenti ricostruzioni storiche – ed in presenza di marginali tesi negazionistiche o riduzionistiche – è ormai riconosciuto lo sterminio di diverse migliaia di italiani, infoibati, deportati, massacrati nelle forme più atroci dai partigiani di Tito, in gran parte a guerra finita;

il capitolo delle foibe e del terrore titino fu prodromo dell’esodo di 350.000 italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, determinando la lacerazione di un tessuto storico da cui scomparve quasi  del tutto la presenza italiana e si cambiarono i connotati di terre intrise da secoli di storia, lingua, cultura italica;

giova in proposito ricordare che il recente censimento in Croazia ha certificato la presenza di soli 13.000 cittadini dichiaratisi di lingua madre italiana, il che equivale ad un’estinzione “de facto” della nostra presenza;

è giusto altresì rammentare che il terrore titino non fu rivolto solo contro gli italiani, ma anche verso i popoli fratelli della Jugoslavia: solo per citare le più recenti notizie di fonte slovena, si  ricorda (ottobre 2022) l’esumazione di oltre 3000 vittime di esecuzioni sommarie dalla fossa della Marčesna Gorica nel Kočevski Rog; la vicenda ha riportato alla mente anche altre più o meno recenti scoperte di luoghi di mattanze e orrori dovuti a Tito:  Huda Jama (la caverna del Diavolo) e le sue 1500 vittime, i massacri della foresta di Kocevie e le fosse comuni con centinaia di crani trapassati da un proiettile, la Foiba dei bambini con oltre un centinaio di ragazzini di quindici anni gettati giù assiema a suore: si sono rinvenute tante piccole croci, bottoni e rosari;

nel solo territorio della Slovenia sono stati individuati più di 700 siti in cui sono state perpetrate stragi e la stima è di oltre 100.000 assassinati: i massacri ordinati da Tito, o svolti con la compiacenza del dittatore jugoslavo, avvennero nella quasi totalità dei casi a guerra finita, in pieno spregio di tutte le convenzioni internazionali: sono quindi tantopiù ingiustificabili e si configurano – al di là di ogni valutazione politica o storica – come crimini contro l’umanità;

da diversi anni, e per prima l’Unione degli Istriani, le associazioni degli esuli giuliani e dalmati hanno richiesto, esigendo rispetto, giustizia e umanità di fronte alla loro tragedia, la revoca dell’onoreficenza concessa a Josip Broz Tito, insignito il 2 ottobre 1969 dall’allora Presidente Saragat, del titolo di Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone;

la richiesta-appello degli esuli istriani, nonostante la palmare evidenza delle ragioni addotte, è stata fin qui disattesa a causa di un’interpretazione che affermerebbe impossibile la revoca di un’onoreficenza a persone defunte, giacché alle stesse sarebbe precluso il diritto di opporsi alla stessa.

La materia è regolata dalla legge 3 marzo 1951 n. 178 che all’art. 5 prescrive: “Salve le disposizioni della legge penale, incorre nella perdita della onorificenza l’insignito che se ne renda indegno. La revoca è pronunciata con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta motivata del Presidente del Consiglio dei Ministri, sentito il Consiglio dell’Ordine”;

tale fattispecie è recentemente occorsa nel caso del presidente siriano Bashar Al Assad, decorato di Cavalierato di Gran Croce con Gran Cordone, conferitogli nel marzo 2010 e revocato nell’ottobre 2012 a causa della repressione feroce delle proteste sollevatesi nel paese attraverso l’uso delle armi  e dei bombardamenti contro la popolazione civile, che determinarono decine di migliaia di morti. La revoca dell’onoreficenza fu allora sollecitata proprio da un atto parlamentare del Senato della Repubblica;

dalla legge 178/51 discendono i DPR 31 ottobre 1952 n. 178 (secondo cui «per ragioni di cortesia internazionale il Presidente della Repubblica può conferire onorificenze all’infuori della proposta e del parere richiesti» dalla legge 3 marzo 1951, n 178 e in questo caso il decreto di concessione è controfirmato dal Presidente del Consiglio dei ministri) e dal DPR  13 maggio 1952n458 il quale all’art. 10 dispone che “le onorificenze possono essere revocate solo per indegnita’. Il cancelliere comunica all’interessato la proposta di revoca e gli contesta i fatti su cui essa si fonda, prefiggendogli un termine, non inferiore a giorni venti, per presentare per iscritto le sue difese, da sottoporre alla valutazione del Consiglio dell’Ordine. (…) Decorso il termine assegnato per la presentazione delle difese, il cancelliere sottopone gli atti al Consiglio dell’Ordine, per il parere prescritto dall’art. 5 della legge”;

in realtà l’attuale formulazione della legge non escluderebbe certo la previsione di revoca postuma dell’onoreficenza, giacchè, come recita il noto brocardo, “ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit”;

ciò premesso,

il Senato impegna il Governo

a chiarire che il ritiro delle onoreficenze possa essere anche postumo in caso di morte dell’insignito e ad attivare di conseguenza la procedura di richiesta motivata al Presidente della Repubblica tesa alla revoca del Cavalierato di Gran Croce decorato di Gran Cordone al defunto dittatore jugoslavo, responsabile di crimini contro l’umanità, maresciallo Josip Broz Tito.

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