Ricordiamo Assunta Almirante con le belle parole di Massimo Magliaro

Video ricordo di Donna Assunta Almirante , Milano Conferenza Programmatica

Fratelli D’Italia  , di Massimo Magliaro

Un anno fa ci lasciava Donna Assunta Almirante

Mercoledì 26 aprile presso la basilica di Santa Maria in Montesanto in Piazza del Popolo (Chiesa degli artisti) alle ore 19:00; verrà celebrata una Santa Messa in ricordo di Assunta Almirante, che ci ha lasciato lo scorso 26 aprile 2022.

Natale di Roma

Oggi 21 aprile si festeggia il Natale di Roma, anticamente detto Dies Romana. Secondo la leggenda, ricadrebbe oggi l’anniversario della fondazione della città da parte di Romolo, nel 753 a.C.
La Fondazione Giorgio Almirante manda un sincero augurio agli amici romani; e si impegna ad estendere tale augurio a tutta la nazione. In memoria della data di fondazione della nostra sacra ed eterna capitale. Culla della nostra civiltà mediterranea, italiana ed europea.
Ad urbe condita, tanti auguri Roma.
Potrebbe essere un'immagine raffigurante il Tevere e Piazza di Spagna
Tutte le reazioni:

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PRIMAVALLE 1973

Ho conosciuto Virgilio quando facevo parte della giunta provinciale del Movimento Sociale Italiano di Roma, in via Alessandria. Il mio compito era svolgere un lavoro di raccordo fra le attività delle sezioni di partito ed il nostro quotidiano: “Il Secolo d’Italia”. Per questo motivo, avevo rapporti con tutti i segretari di sezione ed ebbi modo di conoscere Mario Mattei, il padre di Virgilio, che aveva assunto il non facile ruolo di dirigere la sede di Primavalle, un quartiere dove era fortissima la presenza delle formazioni extraparlamentari di sinistra.

Mario, pur essendo una persona mite, non aveva mai avuto paura in vita sua, neanche quando, prigioniero di guerra nel “Fascist Criminal Camp” di Hereford in Texas, aveva avuto modo di conoscere i metodi di rieducazione dei difensori della democrazia statunitensi. Portava infatti degli occhiali dalle lenti molto spesse frutto dei numerosi colpi di bastone che i prigionieri ricevevano sulla testa passando in mezzo alle ali dei loro custodi, che avevano il compito di insegnare loro a non disubbidire agli ordini.

Insieme a lui avevano subito lo stesso trattamento uomini come Roberto Mieville, uno dei primi parlamentari del Msi, il pittore Alberto Burri, il futuro sindacalista Gianni Roberti, Vincenzo Buonassisi, lo scrittore Gaetano Tumiati, Beppe Niccolai. Gente sicuramente fuori dal comune che, al loro rientro in Italia, contribuirà non poco a risollevare le sorti della Patria. Mario era uno di loro e si era sposato con una donna altrettanto fiera e coraggiosa, Anna, conosciuta, guarda caso, frequentando le sedi del partito e soprattutto quella di Prati.

Virgilio accompagnava spesso il padre in via Alessandria ed anche a via Quattro Fontane, sede nazionale del Movimento Sociale, dove, al primo piano, erano le stanze dei Volontari, guidati da Alberto Rossi e di cui facevano parte Mario e Virgilio, che avevano il compito di difendere i comizi del segretario del partito nei luoghi ritenuti più pericolosi. 

Ho letto recentemente in un libretto sull’incendio di Primavalle pubblicato come allegato della Gazzetta dello Sport (scritto da tale Davide Serafino e a cura della professoressa Barbara Biscotti, titolare della cattedra di Diritto Romano presso l’Università di Milano-Bicocca), che i Volontari sarebbero stati un corpo paramilitare. Si vede proprio che spesso chi scrive lo fa in base a scarse conoscenze di cui non verifica la fonte. I Volontari erano persone normali e nella loro vita quotidiana svolgevano ruoli e compiti che con il militare non avevano proprio nulla a che fare. Erano studenti, operai, gente comune, gente del popolo, ritenevano un dovere permettere al segretario del partito in cui militavano di poter esporre le proprie idee senza che altri compissero agguati o gesti di violenza.

Spesso ne pagavano loro stessi le conseguenze come accadde al povero Ugo Venturini, colpito alla testa a Genova il 18 aprile del 1970 con una bottiglia piena di sabbia e sassi lanciata da estremisti di sinistra contro il palco da cui parlava Giorgio Almirante. Venturini era un operaio di 32 anni, sposato e padre di un bambino che non rivedrà mai più perché morirà in ospedale il primo maggio di quello stesso anno.

Neanche dopo tanti anni si evita di fornire interpretazioni volutamente fuorvianti per mettere in cattiva luce solo ed esclusivamente una parte politica. Ma quale corpo paramilitare? Se almeno avesse avuto un casco in testa, un elmetto, Venturini non sarebbe certamente morto, ma la “divisa militare” dei “volontari” purtroppo non prevedeva neanche questo…

Tornando a Virgilio, così iniziò la nostra amicizia. Perché, nonostante fosse più giovane di me di diversi anni, avevamo anche frequentazioni in comune al di fuori della vita di partito. Quello che però cementò definitivamente il nostro rapporto fu un viaggio che decidemmo di intraprendere insieme per proteggere dagli assalti dei “Katanga” di Capanna un comizio di Giorgio Almirante a Milano.

Era il 10 ottobre del 1971 e ci demmo appuntamento, veramente in tanti, alla stazione Termini per prendere il treno che al mattino presto ci doveva portare nel capoluogo lombardo. Contrariamente alle aspettative, non ci fu nessun agguato e nessuna provocazione durante il percorso verso la piazza dove si svolgeva la manifestazione e neanche durante il comizio che si chiuse in un tripudio di folla. Fu così che riprendemmo la metropolitana e ci incamminammo verso la Stazione Centrale per tornare a Roma.

Ricordo che ci dividemmo nei vari scompartimenti ed io, insieme ad una giovane militante e ad un ragazzino di 17 anni (il terribile corpo paramilitare) eravamo posizionati verso la parte finale del convoglio. Fu così che nelle stazioni successive vedemmo entrare nei vagoni persone che avevano manici di piccone, bastoni, chiavi inglesi, bandiere rosse. Per nostra fortuna riuscii a mandare il ragazzo nello scompartimento successivo al nostro per avvisare di quello che stava accadendo e grazie a questo non ci presero di sorpresa. Alla fermata successiva scesero in gruppo bloccando le porte, ma anche noi non ci facemmo cogliere impreparati perché, nel frattempo, avevamo agguantato gli estintori, rotto le panchine per farne delle rudimentali armi di difesa e riuscimmo a capovolgere la situazione a nostro vantaggio. Devo ricordare con affetto due persone più anziane di noi che ci diedero coraggio e infusero tranquillità: il segretario della sezione Montemario, Domenico Franco e un dirigente dei Volontari, Roberto Cecere. Furono feriti, ma non indietreggiarono di un passo e noi facemmo di tutto per non essere da meno rispetto a loro.

Ricordo Virgilio anche in quella occasione. Sembrava non avere paura di quanto potesse accadere, eppure aveva poco più di venti anni. Forse eravamo proprio degli incoscienti. Quando uscimmo fuori avevamo anche diverse bandiere rosse sottratte agli avversari. La notizia però era stata data anche via radio e fu così che in diverse stazioni importanti trovammo ad accoglierci calorosi comitati di estremisti di sinistra uniti a militanti del pci che volevano tentare di saldare i conti. Posso solo dire che non ci sono riusciti. 

Trascorse più di un anno in cui continuammo a vederci, ma con meno frequenza perché nel frattempo Virgilio stava concludendo il servizio militare, ma avevo sue notizie da Anna e Mario che erano fieri di questo ragazzo in grigioverde. Il tempo passò, forse troppo in fretta, fino a quell’inizio primavera del 1973…quando tutti si aspettano che gli alberi fioriscano, che la vita ti regali nuove emozioni…

Quella fra il 15 ed il 16 aprile è stata invece la notte più lunga e più triste della mia vita.

Ero profondamente addormentato quando, a casa dei miei genitori, squillò improvvisamente il telefono. Allora non esistevano i cellulari, mi svegliai di soprassalto e corsi a rispondere perché sapevo già che a quell’ora non poteva essere che per me. Era Franco Spallone, un dirigente romano del Movimento Sociale che, con tono concitato, mi disse: “Roberto, svelto, vestiti perché ti passo a prendere. Hanno dato fuoco alla casa di Anna e Mario Mattei a Primavalle, Virgilio è morto. Non so dirti altro”. Mi cadde il mondo addosso. Franco e Virgilio erano per me come fratelli, io che nella mia famiglia avevo solo una sorella più grande. Franco era quello che mi aveva preso sotto la sua custodia, era quello che, nei periodi più brutti o più pericolosi, telefonava a mio padre per dirgli di stare tranquillo. Se non ero tornato a casa era perché dormivo a casa sua per motivi di sicurezza.

Virgilio era il fratello più piccolo. Nonostante fosse più giovane di me, quando l’avevo incontrato pochi giorni prima nella sede nazionale del partito a via Quattro Fontane, mi aveva rivelato quello che era ancora un segreto: “Roberto preparati perché, se tutto va bene, fra non molto mi sposo.” Del resto c’era un motivo se tutto questo lo veniva a raccontare proprio a me. La sua fidanzata era una mia amica, la conoscevo da prima di lui.

No, non poteva essere, Franco si era sicuramente sbagliato. Non potevo credere che esistessero mostri capaci di compiere un gesto simile. Quando, meno di venti minuti dopo, arrivammo sul posto, capii che la ferocia umana non ha nulla a che vedere con quella delle bestie che, se uccidono, è perché hanno fame o devono difendere i propri figli, ma mai per motivi inutili o per odio legato alle diverse idee politiche.

Il quadro che ci si presentò era da inferno dantesco. Oltre a Virgilio, che era comunque un militante e aveva messo nel conto quello di poter essere minacciato, aggredito, bastonato, ma non certamente ucciso, quei vigliacchi avevano causato la morte di Stefano, un ragazzino che andava ancora alle elementari ed aveva cercato protezione aggrappandosi alle gambe del fratello più grande, del suo “difensore”. Se gli altri quattro fratelli si erano salvati era stato grazie all’abnegazione di Anna e Mario che si erano inventati di tutto, a rischio della loro stessa vita, pur di sottrarli alle fiamme. 

Ero impietrito, non voleva credere ai miei occhi. Non riuscivo neanche a piangere. Mi muovevo come una specie di automa aspettando che qualcuno mi dicesse di svegliarmi, che quel brutto sogno era finito. La seconda parte del film sarebbe stata sicuramente diversa ed i “buoni”, ancora una volta avrebbero vinto. E invece no, non è stato così e la seconda parte del film è stata uguale se non peggio della prima. 

Il segretario del partito, Giorgio Almirante, che della famiglia Mattei era amico a livello personale, decise di allestire la camera ardente nella sede della Federazione romana in via Alessandria e di celebrare i funerali nella chiesa dei Sette Santi Fondatori a Piazza Salerno. Ebbene, la notte prima delle esequie, mentre stavamo attaccando manifesti nei pressi dell’Università, venimmo aggrediti da un gruppo di extraparlamentari armati di pistola che ci spararono contro diversi colpi, fuggendo poi nella notte quando si accorsero di aver mancato l’agguato. Il giorno stesso dei funerali il nostro servizio d‘ordine dovette respingere alcuni tentativi di assalto, a colpi di bottiglie molotov, al corteo che accompagnava Stefano e Virgilio in chiesa.

Non era che l’inizio di una lunga vicenda di vergognose ingiustizie che dura da allora e sembra non trovare mai fine…

Volevano colpire anche dopo la morte e ci sono riusciti. Nei giorni immediatamente successivi scattò infatti una vergognosa campagna di stampa per “dimostrare” che l’incendio non era altro se non la conseguenza di una faida interna allo stesso Msi. Le rivelazioni di Achille Lollo, (avvenute 32 anni dopo la strage, e quando non avrebbe più dovuto pagare niente alla giustizia visto che i reati erano prescritti in quanto condannato per omicidio “preterintenzionale”, ovvero, chi versa litri e litri di benzina non voleva uccidere ma soltanto creare un po’ di confusione…) sono almeno servite a chiarire alcune verità, quelle che tutti conoscevano, ma che si cercava di nascondere ed alterare. 

Insieme a Lollo facevano parte del commando Marino Clavo e Manlio Grillo e l’agguato era stato concepito a casa di Diana Perrone, una delle figlie dell’allora proprietario del Messaggero, insieme a Paolo Gaeta, figlio dell’allora legale della Federazione Nazionale della Stampa e Elisabetta Lecco, fidanzata di Manlio Grillo. Due giorni dopo la strage proprio questi sei vennero messi sotto processo da parte dei Capi di Potere Operaio a via dei Serpenti e, poco tempo dopo, Marino Clavo rese piena confessione a Valerio Morucci, colui che sarebbe diventato poi uno dei capi delle Brigate Rosse e responsabile dell’agguato a Moro. Franco Piperno, altro capo di Potere Operaio, ebbe la faccia tosta di affermare che non aveva creduto a quella confessione perché Morucci aveva mostrato a Clavo una pistola… e si  che di pistole in quel periodo all’interno di Potere Operaio ne giravano tante…

Non potevamo assolutamente sospettare che, più di quaranta anni dopo, il servizio pubblico – e per la precisione Michele Santoro – si sarebbe comportato in maniera assolutamente peggiore, dando ampio spazio in una trasmissione dedicata all’omicidio Moro, proprio a Lanfranco Pace, l’estremista di Potere Operaio che fece da tramite fra l’on. Signorile del psi ed i brigatisti rossi Adriana Faranda e Valerio Morucci durante i 55 giorni del sequestro. La prima cosa che mi fece saltare sulla sedia fu una domanda rivolta dal conduttore a Pace circa una perquisizione compiuta a casa sua nei giorni immediatamente successivi al sequestro Moro e posta in maniera tale da voler accusare le forze dell’ordine di aver messo sotto sopra l’abitazione di Santa Maria Goretti, come se Lanfranco Pace non avesse nulla a che fare con i militanti dell’ultrasinistra.

Crediamo sia dunque giusto precisare che tutti e tre i condannati per la morte dei fratelli Mattei, ossia Achille Lollo, Manlio Grillo e Marino Clavo, erano militanti di Potere Operaio, la formazione di cui erano a capo Franco Piperno, Oreste Scalzone e per l’appunto Lanfranco Pace… 

Il giorno dopo la strage, la direzione di Potere Operaio si riunì a via del Boschetto e decise di curare un libretto, “Primavalle, incendio a porte chiuse”, per rivendicare l’innocenza degli assassini e far ricadere la colpa su presunte faide interne alla sezione missina. Uno degli architetti di tutto questo fu proprio Lanfranco Pace che, trent’anni dopo, non si vergognerà di affermare nel libro “La generazione degli anni perduti”:  “Fummo costretti ad assumerne la difesa nonostante la loro colpevolezza e così montammo una controinchiesta. Perché? Perché non c’erano alternative, non ricordo tanta comprensione ne tanta solidale vicinanza come quella volta che predicavamo il falso”. I difensori degli assassini fecero mettere agli atti del processo questo vergognoso e falso libercolo, curato per altro, oltre che da Pace e dalla sua compagna di allora, anche da un gruppo di giornalisti de Il Messaggero (il giornale di proprietà della famiglia Perrone, a casa della cui figlia venne progettato l’attentato). Fu anche grazie a queste ignobili falsità che gli assassini latitanti si permisero di non pagare neanche un giorno di prigione e i vari Moravia e Dario Bellezza brindarono alla scarcerazione di Lollo quando venne emessa la prima scandalosa sentenza di assoluzione. 

E tutto questo “Scherlock Holmes” Santoro non lo sapeva quando ha chiamato Pace in studio? Non sapeva che i suoi amici si chiamavano, tra l’altro, Alvaro Lojacono (il militante di Potere Operaio responsabile nel febbraio del 1975 dell’uccisione dello studente greco Mikis Mantakas, “colpevole” di aver partecipato alla seduta del processo agli assassini dei fratelli Mattei e che successivamente passerà alle brigate rosse e farà parte del commando che uccise la scorta di Moro), Bruno Seghetti, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Barbara Balzerani, Germano Maccari (quest’ultimo considerato uno dei brigatisti che sparò i colpi di grazia allo statista democristiano)?

Come è noto, Adriana Faranda e Valerio Morucci, i brigatisti con i quali Pace dichiara aver avuto diversi incontri nei 55 giorni del sequestro, verranno arrestati, quasi un anno dopo l’assassinio di Moro, in una casa dove viveva Giuliana Conforto, il cui padre verrà successivamente accusato dal dossier Mitrokin di essere uno degli agenti del Kgb in Italia. Il Consigliere Istruttore, dott. Achille Gallucci, scrive testualmente: “Il 29 maggio 1979 la Digos della Questura di Roma, in viale Giulio Cesare 47, in un appartamento condotto dalla Conforto, ha proceduto all’arresto d Valerio Morucci e Adriana Faranda, entrambi già da tempo latitanti, imputati di delitti rivendicati dalle “brigate rosse”, fra i quali il sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro: fra le molte armi sequestrate nell’appartamento, sono state rinvenute la “Skorpion”, impiegata con ogni verosimiglianza per l’uccisione dello statista, ed un’automatica Luger 7,65, matricola 04471, compendio di rapina rivendicata dalla formazione “Unità comuniste combattenti”. Da confessioni rese in distinto procedimento ed acquisite al presente ai sensi dell’art. 165 bis c.p.p. è risultato che la suddetta formazione, con denaro proveniente da imprese delittuose, aveva finanziato la rivista “Metropoli” di cui Piperno e Pace erano redattori. La Conforto interrogata sulle ragioni che l’avevano indotta a favorire il Morucci e la Faranda, ha chiamato in causa prima il Piperno e poi il Pace, indicando in esse le persone a richiesta delle quali si era indotta ad alloggiare i due latitanti. La grave risultanza accusatoria è stata negata dal Piperno, ma è stata sostanzialmente ammessa dal Pace, il quale si è risolto altresì a confessare di aver aiutato i predetti Morucci e Faranda trovando loro ricetto, non solo presso la Conforto, ma anche presso tale Candido Aurelio, nonché presso altre persone che non ha per altro voluto indicare”.

Probabilmente se Santoro avesse letto meglio le carte avrebbe evitato una pessima figura, visto che lo stesso Lanfranco Pace, ascoltato dalla commissione di inchiesta sugli sviluppi del caso Moro, non esita a raccontare che, insieme a Franco Piperno, incontrò altri due membri del commando che agì in via Fani, Prospero Gallinari e Mario Moretti, ma dopo, solo dopo la morte di Aldo Moro. Forse Santoro avrebbe capito per quale motivo fu perquisita la casa di Pace e perché venne fermato per 48 ore. Quello che invece noi non riusciamo ancora a comprendere è il motivo per cui un personaggio del genere non sia stato pedinato e non è convincente la sua risposta quando afferma che lui “prendeva sempre le dovute cautele”… Nessuno di tutti questi “democratici“ ha mai chiesto scusa, nessuno si è mai vergognato di quello che ha scritto, nessuno ha mai avuto il coraggio di affermare che “Soccorso Rosso” di Franca Rame e del premio Nobel Dario Fo raccoglieva soldi e protezioni per foraggiare degli assassini e che se la giustizia avesse fatto il suo corso si sarebbero risparmiati molti lutti e molte delle violenze che hanno insanguinato l’Italia negli anni successivi.

Di giorni bui, chi ha voluto bene a Stefano e Virgilio, ne ha passati tanti in questi lunghi cinquanta anni trascorsi da quella notte tragica. Ma non ci siamo lasciati travolgere dalla tristezza e dallo sconforto per una giustizia che non ha mai compiuto il proprio dovere. Non ci potrà essere pace fino a quando nessuno di questi vigliacchi non avrà il coraggio di assumersi le proprie responsabilità e chiedere scusa.

Quella mattina all’alba, quando tornai a casa con gli occhi pieni di lacrime, sulla mia agenda scrissi una sola parola: “Ricordati”.  Da allora non c’è giorno della mia vita in cui non li abbia avuti a fianco.

È un periodo triste. Mi chiedo se valesse la pena che tanti ragazzi perdessero la vita per un ideale che non trova quasi più nessun difensore. Siamo gli appestati dai quali tenersi a distanza, siamo i reietti, ma conserviamo nel cuore qualcosa che nessun potrà mai rubarci: la fede, la nostra fede. Quella che ci consente di non tradire i nostri amici, che ci permette di ricordare chi ci ha preceduto con animo lieto, quella che ci da la forza per guardare al futuro sapendo che ci saranno sempre dei ragazzi come Stefano e Virgilio che prenderanno dalle nostre mani una bandiera che non toccherà mai terra.

Nostro compito è lasciare delle orme che qualcuno possa seguire, piantare dei semi che si trasformino in grano. Se cinquanta anni dopo noi siamo ancora qui è perché Stefano e Virgilio sono stati il nostro seme ed altri ce ne saranno dopo di noi.

La mia prima tessera della Giovane Italia aveva una scritta: “Noi abbiamo ancora una bandiera da gettare al vento, una canzone da lanciare al sole”. Quello di nascere uomini liberi è un dono che nessuno ci potrà mai togliere, perché non siamo indottrinati, non ci possono comprare.

Non importa quanti siamo o quanti sarete, perché noi siamo sempre quelli che: “Anche se tutti, noi no”. 

Roberto Rosseti

“Vi faccio vedere come muore un italiano”

«’Vi faccio vedere come muore un italiano’. A 19 anni dalla sua morte, non dimentichiamo Fabrizio Quattrocchi, un uomo coraggioso che ha dimostrato ai suoi carnefici e al mondo l’orgoglio di essere italiani”». Così il premier Giorgia Meloni ha voluto ricordarlo dai suoi canali social. L’Italia non dimentica il suo coraggio. Aveva appena 36 anni  quando venne ucciso con due colpi di pistola – uno al torace, l’altro alla testa, come confermarono le analisi autoptiche svolte successivamente sul cadavere – alla periferia di Baghdad. E stato rapito e ucciso in Iraq dove lavorava per una compagnia di sicurezza. È stato insignito di una medaglia d’oro al valor civile alla memoria.

Meloni: “Non dimentichiamo Fabrizio Quattrocchi”

Era il 13 aprile del 2004 quando Quattrocchi finì ostaggio a Baghdad  insieme ai colleghi Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio. A rapirlo furono i miliziani del gruppo Falangi Verdi di Maometto, mai identificati. I suoi resti vennero ritrovati il 21 maggio. Il suo corpo fu abbandonato e mangiato dagli animali. Nell’aprile del 2004 l’allora ministro degli Esteri Franco Frattini disse: «Quando gli assassini gli stavano puntando la pistola contro, questo ragazzo ha cercato di togliersi il cappuccio e ha gridato: adesso vi faccio vedere come muore un italiano. E lo hanno ucciso. È morto così: da coraggioso, da eroe».

Meloni: “Quattrocchi ha mostrato al mondo l’orgoglio di essere italiani”

È stato sepolto nel cimitero monumentale della stessa città Staglieno. Del suo barbaro assassinio c’è un video, e il Sunday Times trasmise in esclusiva un’intervista con un certo Abu Yusuf, presente all’esecuzione di Quattrocchi e sedicente autore del video stesso. I motivi dell’omicidio non sono tutt’oggi del tutto chiari. all’epoca,  Pino Scaccia del TG1 così descrisse la scena: « Fabrizio Quattrocchi è inginocchiato, le mani legate, incappucciato. Dice con voce ferma: “Posso toglierla?” riferito alla kefiah. Qualcuno gli risponde “no”. E allora egli tentò di togliersi la benda e pronunciò: “Adesso vi faccio vedere come muore un italiano“. Passano secondi e gli spararono  da dietro con la pistola. Tre colpi.  Giorgia Meloni da sempre ha ricordato con commozione questa data. Commentando le ultime parole di Quattrocchi disse: “Parole brevi, semplici ma così profonde da scuotere le coscienze di tutto il mondo e segnare i cuori di una intera Nazione”.

Foti: “La sua frase riecheggia nei nostri cuori”

“Sono passati 19 anni dalla barbara uccisione in Iraq del nostro Fabrizio Quattrocchi”, commenta anche il capogruppo di FdI alla Camera. “Simbolo di una Nazione fiera e orgogliosa che non piega la testa di fronte al nemico. Non dimenticheremo mai il suo sacrificio e quel ‘vi faccio vedere come muore un italiano’ che riecheggia ancora forte nei nostri cuori. Ciao Fabrizio”.

Orgoglio Italiano

Oggi ricorre il centenario dell’Aeronautica Militare italiana, il 28 marzo 1923 veniva fondata la nostra forza aerea, da sempre baluardo ed orgoglio della nostra patria, deputata alla difesa dello spazio aereo nazionale ed impegnata in vari ruoli nell’ambito internazionale; l’orgoglio che risplende sulla coccarda tricolore e che riflette lo spirito della nazione è per tutti i cittadini italiani un vanto.

“VIRTUTE SIDERUM TENUS” così recita il glorioso motto della nostra Aviazione Militare, che nel corso della storia d’Italia si è fregiata di coraggio, passione ed onore; un punto di riferimento alto nel cielo; ove i nostri sguardi arrivano e raggiungono i sogni più ambiziosi fin dove l’audacia e lo spirito si spinge fino a raggiungere le stelle.

La Fondazione Giorgio Almirante, con orgoglio e riconoscenza, ringrazia e augura un sincero augurio a tutti gli uomini e le donne dell’Aeronautica Militare, e si stringe nel ricordo di chi in passato e in tempi più recenti ha servito la nostra Nazione.

Auguri di 100 anni all’Aeronautica Militare Italiana.

Repubblica “scongela” La Malfa contro Meloni: “In cinque mesi del fascismo non ha parlato”. Ma perché avrebbe dovuto?

Repubblica insiste nella polemica sulle Fosse Ardeatine e lo fa con un’intervista in cui ripesca addirittura Giorgio La Malfa, ex segretario del Pri, 84 anni, che accusa Giorgia Meloni non di fascismo ma di “almirantismo”. Insomma siamo alle solite. A quella polemica contro il governo che scaturisce da un’opposizione che Giuliano Ferrara ha definito oggi sul Foglio “bruttina”.  Più che bruttina, inutile.

Dunque La Malfa, “scongelato” per l’occasione, parla in quanto erede degli azionisti e dice di rintracciare in Giorgia Meloni una pericolosa continuità con Giorgio Almirante. “Rintraccio – afferma – una continuità culturale con Giorgio Almirante, che era stato capo di gabinetto nella Repubblica di Salò. Il segretario del Movimento Sociale aveva l’abitudine di nascondere le responsabilità della propria parte politica dietro la comune nozione di patria e di italianità: i repubblichini avevano combattuto per la patria, quindi erano meritevoli di rispetto e degni di legittimazione politica. Ma è un grave errore storico. Un conto è la pietà, che si rivolge a tutti i caduti. Altro conto è la parificazione delle opposte parti in lotta. L’Italia democratica fu costruita sui caduti della nostra parte. La libertà di cui oggi godono gli italiani è il frutto del sacrificio degli antifascisti”. A onor del vero, Almirante non parlò mai di parificazione tra vincitori e vinti ma di “pacificazione” per chiudere la stagione della guerra civile tra italiani. Ma sono sottigliezze che a Repubblica sfuggono…

Ora, La Malfa dimentica forse che questo passaggio si trovava già nelle tesi di Fiuggi, che risalgono al 1995. Parliamo di quasi trent’anni fa. Eppure Repubblica batte sempre sullo stesso tasto, stonato. E con la sola attenuante che almeno La Malfa è più colto di un qualunque Fratoianni e non fa le figure barbine di un Bonelli e neanche lontanamente si ricollega all’antifascismo da Twitter di una Serracchiani o di una Boldrini. Ma la zuppa resta sempre quella, anche se meglio argomentata.

Dice La Malfa: “Nei primi cinque mesi di governo non ha detto nulla sul fascismo. Dice: amo la democrazia. Ma agli italiani chi l’ha tolta? E chi gliel’ha restituita? Forse non fa i conti con il regime fascista perché sente che la maggioranza degli italiani non glielo chiede”. Bene: finalmente un punto viene centrato. La maggioranza degli italiani non lo chiede a lei e a nessun altro. Chiede di guardare avanti. Meloni è stata eletta non per parlare di fascismo ma per governare e per farlo bene. Questo è l’auspicio, questa la prova che deve affrontare. Tutto il resto sono chiacchiere risentite. E si sono già rivelate un boomerang per la sinistra.

 

Nostalgia di De Gaulle, patriota d’Europa

Marcello Veneziani – La Verità -22 marzo 2023

Il fantasma di Charles De Gaulle – che si riaffaccia nella Francia tormentata di questi giorni, in rivolta contro Macron e il suo governo – si è visto aleggiare al Cinema Barberini, a Roma. C’era un film dedicato a lui, presentato su iniziativa di Enrico Pinocci e della Fondazione Giorgio Almirante (io ne ho fatto l’introduzione). Il film, intitolato seccamente De Gaulle, di Gabriel Le Bomin, interpretato da Lambert Wilson, affronta un momento cruciale della vita di De Gaulle e della Francia, quando il Generale, rompendo col governo francese guidato dal Maresciallo Petain che aveva scelto la via dell’armistizio con la Germania occupante – decise di combattere al fianco degli inglesi per liberare la Francia dall’invasore tedesco. Il Paese era in ginocchio ma il generale non si arrese: “la fiamma della resistenza francese non deve spegnersi, non si spegnerà”. Fu in quei giorni drammatici che De Gaulle diventò il leader morale e militare, politico e civile della Francia libera.
De Gaulle proveniva da una famiglia cattolica e nazionalista. Aveva partecipato valorosamente alla Prima guerra Mondiale, agli ordini dello stesso Maresciallo Petain; due anni prigioniero, poi insignito della croce di guerra. Oltre al suo valore militare e alla sua grande ambizione, il film evidenzia le motivazioni profonde che animavano il Generale: l’amor patrio, la fede cattolica e il forte legame con la sua famiglia e con sua moglie che anziché dissuaderlo dalla temeraria impresa, lo incitò ad andare avanti. Patria, Dio e Famiglia furono i principi che lo spinsero a non rassegnarsi. Contro la possente Germania riaffiorava in De Gaulle – e traspare anche dal film – una visione che evoca il pensiero del filosofo Henri Bergson a sostegno dell’intervento francese nella prima guerra mondiale: la Germania rappresenta la potenza meccanica delle armi e dell’apparato bellico; la Francia era chiamata a opporre lo Spirito alla Macchina, lo Slancio vitale alla tecnica e al militarismo. Da qui i suoi incontri con Winston Churchill, a cui chiede e infine ottiene il sostegno; l’alleanza con la Gran Bretagna, i suoi discorsi alla radio da Londra nel nome della Francia libera. Erano due conservatori, Churchill e De Gaulle, e si trovarono poi a Jalta, a fianco del progressista Roosevelt e del comunista Stalin (quando fu eliminato Hitler, Churchill avrebbe detto: “abbiamo ucciso il porco sbagliato, riferendosi a Stalin). Benché vincitori, videro crollare i loro imperi sotto il duopolio Usa-Urss.
Così venne l’ascesa al potere di De Gaulle, le sue grandi riforme, la spinosa guerra in Algeria; poi il suo ritorno da leader politico dopo aver fondato il partito gollista del RPF, la fondazione della Quinta repubblica presidenziale; infine la sua apoteosi nel ’68. Una minoranza rumorosa era insorta nel maggio francese contro la Francia della tradizione e di De Gaulle; ma la maggioranza silenziosa fu col Generale, che trionfò alle elezioni del ’68. Un anno dopo cadde sul referendum per modificare il Senato (come un Renzi qualunque…) e per il decentramento regionale. E si ritirò dalla politica.
Pur essendo un militare, De Gaulle era uomo di lettere e di spirito, grande scrittore di memorie, al punto da sfiorare il premio Nobel per la Letteratura. E pur essendo un soldato si presentò al giudizio del popolo sovrano, restò fedele ai valori repubblicani e fondò la sua leadership sul consenso popolare e sul primato della politica e dello Stato rispetto all’economia, ai poteri transnazionali e alle élite. I suoi nemici lo considerarono un mitomane e un pavone; ebbe sempre a cuore la grandeur francese.
In Italia il gollismo ispirò figure come Randolfo Pacciardi ed Edgardo Sogno; i democristiani del gruppo ’70, tra cui Mario Segni, che sognavano anche da noi la repubblica presidenziale; e Amintore Fanfani, che fu reputato un mezzo De Gaulle, anche per via della breve statura rispetto al Generale spilungone. Quando Francesco Cossiga picconò la prima repubblica e vagheggiò una svolta presidenzialista, fu visto come il nostro De Gaulle; ma lui stesso, più realista, si schermì dicendo che lui era paragonabile piuttosto a René Coty, il presidente della repubblica francese che aveva aperto le porte a De Gaulle. Ma dopo Cossiga da noi non arrivò nessun De Gaulle (venne Berlusconi). La destra missina, invece, pur essendo in sintonia con molte idee di De Gaulle non amò il Generale, per la differente storia alle spalle. Non è un caso che Almirante abbia scritto un libro sul poeta Robert Brasillach che De Gaulle lasciò condannare a morte per il suo “collaborazionismo”; a nulla valsero gli appelli per salvarlo di Albert Camus, Paul Claudel, Jean Cocteau, Colette, Francois Mauriac. In compenso, salvò dalla condanna a morte Petain, per il suo eroico passato, e lo commutò in carcere.
De Gaulle lasciò in eredità alla Francia e all’Europa il primato della politica nel nome della decisione e della sovranità popolare e nazionale; il profilo di una destra conservatrice, nazionale e sociale, imperniata su uno stato autorevole e un legame vivo con le tradizioni nazionali; e soprattutto l’idea di un’Europa delle patrie, forte, indipendente, non subalterna agli Stati Uniti. De Gaulle sottrasse la Francia alla Nato, pur vivendo al tempo dell’Urss e dei due blocchi. E si oppose all’ingresso del Regno Unito nella Comunità europea, nonostante il suo debito verso Londra al tempo della guerra. La sua idea era un’Europa delle nazioni, “dall’Atlantico agli Urali”. Ma s’impose l’opposta idea d’Europa, e noi ne scontiamo gli effetti.
Morì poco dopo le sue dimissioni. Incarnò la Francia Eterna, non quella giacobina, illuminista o tecnocratica. Alla sua morte il più bel necrologio fu il primo e il più stringato. Fu l’annuncio del presidente della repubblica Georges Pompidou: “De Gaulle è morto. La Francia è vedova”. De Gaulle, marito di Francia e fidanzato di un’Europa mai nata.

 

La Fondazione Giorgio Almirante e la Movie On Pictures hanno presentato il film “De Gaulle” ed annunciato la produzione del film “Giorgio Almirante l’uomo che immaginò il futuro”.

Nel corso della serata di gala tenutasi martedì 21 marzo 2023, presso il cinema Barberini di Roma, la Movie On Pictures di Enrico Pinocci ha presentato il film “De Gaulle” sulla storia del generale patriota della resistenza francese, diretto da Gabriel Le Bomin con Lambert Wilson, Isabella Carrè, Oliver Gourmet e Sophie Quintan.
La Movie On Pictures in collaborazione con la Fondazione Giorgio Almirante ha organizzato l’evento presentato dall’attore Vincenzo Bocciarelli che dopo un breve filmato su Giorgio Almirante ha dato la parola a Marcello Veneziani che ha introdotto il film e annunciato che la prossima produzione della Movie On Pictures sarà un film sulla vita di Giorgio Almirante. Dopo il film De Gaulle quello su Almirante si inserisce nella scia di una produzione cinematografica che narra la vita di personaggi nazionali ed internazionali di Destra. Giuliana de’Medici, segretario nazionale della Fondazione Giorgio Almirante ha accolto il Presidente del Senato della Repubblica Ignazio La Russa che ha presenziato alla proiezione insieme al Ministro consigliere Christophe Lemoine dell’Ambasciata di Francia; oltre a tante personalità del mondo politico della cultura e dello spettacolo.

La Costituzione, la bella addormentata nel sottobosco

Marcello Veneziani (Panorama, n.11)

Quando non sanno più a cosa attaccarsi, ricorrono alla Costituzione. Da Sanremo alla piazza, dal Parlamento alla persecuzione di chi non la pensa come il mainstream, il richiamo oggettivo, obbligato, è la Costituzione, che quest’anno compie 75 anni. Magari con l’aggiunta, nata dalla Resistenza. Mattarella ne è il custode, Benigni il cantore, il laudatore istituzionale. Tutto è relativo ma la Costituzione è il valore assoluto, la più bella del mondo, un’opera d’arte. Ma quante volte è stata violata e calpestata da chi la esalta e si fa scudo dietro i suoi dettami?

L’Italia ha una buona carta costituzionale, equilibrata, scritta bene e in modo abbastanza chiaro. Non nacque dal nulla, ma dalla storia. Le sue radici normative italiane furono lo Statuto Albertino e la Costituzione della repubblica romana del 1849. Le sue radici internazionali furono la Costituzione di Weimar, le costituzioni francesi, ma anche i testi di altre grandi democrazie. E tuttavia si avverte il peso specifico della vita, della cultura e delle ideologie italiane.

La Costituzione fu il frutto di un compromesso di alto profilo fra tre culture visibili ed egemoni, più una invisibile e impronunciabile. Le tre culture dominanti furono, come è noto, la cultura laico-liberale, quella di Einaudi, Martino e Croce ma anche quella azionista, di Calamandrei e Giustizia e libertà, per intenderci; la cultura cattolico-democristiana, di De Gasperi, ma anche di Dossetti e di Sturzo; la cultura social-comunista di Togliatti e Nenni, fino a quella socialdemocratica di Saragat.

Ma c’era anche un convitato di pietra, che potremmo chiamare la cultura nazionale del ‘900: la Costituzione e l’ordinamento statale della repubblica italiana ereditarono dallo Stato fascista il Concordato tra Stato e Chiesa, il Codice civile e penale di Rocco, le leggi sulla tutela ambientale di Bottai, la riforma scolastica di Gentile e Bottai, la Carta del Lavoro del ’26, il sistema previdenziale e pensionistico, l’attenzione sociale alla maternità e all’infanzia, il modello economico misto tra pubblico e privato, l’umanesimo del lavoro di Gentile che affiora già nel primo articolo della Costituzione. Aggiungo una considerazione curiosa e irriverente: la Repubblica vinse il referendum perché i fascisti repubblicani non votarono per la monarchia, o perché internati e privati dei diritti politici o perché avversari dei Savoia dopo il 25 luglio. La loro astensione, voluta o forzata, fu determinante per la vittoria della Repubblica… I paradossi beffardi della storia.

Ma passando dalle radici ai frutti, la Costituzione reale e materiale quanto rispecchia la costituzione formale e ideale?

Le leggi speciali in vigore, che puniscono i reati d’opinione non sono una palese violazione del dettame costituzionale e dei diritti? E non suona grottesco l’articolo 34 della Costituzione che riconosce il diritto ai capaci e ai meritevoli in una società, una scuola e università che li calpestano ogni giorno? Triste è il capitolo della Costituzione disattesa, restata sulla carta, sopraffatta dalla prassi. Si pensi al mancato riconoscimento giuridico di sindacati e partiti, alla partecipazione dei lavoratori nella gestione delle aziende, e a tante altre sue parti inattuate. Il primo a citare nei dibattiti politici e parlamentari quegli articoli della Costituzione rimasti lettera morta e a portarli nell’arena polemica dagli spalti dell’opposizione, fu uno che era fuori dell’Arco costituzionale: Giorgio Almirante, che chiedeva di rendere vigenti, efficaci, gli articoli 39,40 e 46 della Costituzione.

Per non dire dei tradimenti subiti dalla Carta lungo la strada, come la violazione del diritto costituzionale dei cittadini di scegliersi i propri rappresentanti, voluta da una legge sostenuta sottobanco da quasi tutti i partiti perché consegna il Parlamento nelle mani degli oligarchi di partito nella compilazione delle liste.

Uno scippo di sovranità su cui nessuna magistratura – anche la stessa massima magistratura, la Presidenza della Repubblica, garante e custode della Costituzione – ha mai eccepito nulla, magari ricorrendo alla Corte Costituzionale. E’ lecito passare dal sistema proporzionale al sistema uninominale e maggioritario e viceversa, ma è incostituzionale negare ai cittadini il diritto di designare i propri delegati, firmando una cambiale in bianco ai partiti. Vi dicono niente poi gli articoli 29, 30 e 31 a tutela della famiglia riconosciuta come “la società naturale fondata sul matrimonio”, oggi vistosamente traditi? E l’articolo 15 che sancisce “l’inviolabile segretezza” della corrispondenza e delle comunicazioni, violato dalla gogna mediatica e la pubblicazione delle intercettazioni? Quante volte è stato calpestato l’art.21 sulla libertà d’espressione? E che dire quando la Costituzione Intoccabile è stata violata senza reagire con la modifica del titolo V sui poteri alle Regioni o con l’inserimento del pareggio di bilancio, il fiscal compact? Ferite gravi all’unità e alla sovranità nazionale e popolare. E non apriamo il capitolo dei diritti costituzionali più elementari violati in tempo di pandemia e di restrizioni sanitarie; poi le forzature con la guerra in Ucraina e il regime di sorveglianza che si è imposto tramite i social e i controlli sanitari, finanziari e mediatici. L’emergenza giustifica ogni cosa. Nessuno solleva queste incongruenze, salvo poi scendere in piazza in difesa della Costituzione intoccabile.

Insomma, la Costituzione sarà bella, ma è come la bella addormentata nel sottobosco.