Adnkronos intervista Giuliana de’ Medici segretaria nazionale della Fondazione Giorgio Almirante

FASCISMO: FIGLIA ALMIRANTE, 'PER DONNA ASSUNTA VERO PROBLEMA E' CHI NON ARRIVA A FINE MESE'** =
'cosa frega alla gente di tutto questo? Su Fn Lamorgese si
assuma sue responsabilita, non certo Meloni'
Roma, 14 ott. (Adnkronos) - ''Anche mia madre pensa che il vero
problema oggi non è il fascismo e l'anti fascismo, ma la povera gente
che deve arrivare alla fine del mese...''. Lo dice all'Adnkronos
Giuliana de' Medici Almirante, figlia dello storico leader missino
Giorgio e di Donna Assunta, che lo scorso luglio ha compiuto 100 anni
e da tutti viene considerata la memoria storica vivente della destra
italiana, quella della Fiamma tricolore. Donna Assunta non concede
interviste da anni, per scelta, spiega la Giuliana de' Medici che però
lascia intendere chiaramente il disagio della madre difronte alle
roventi polemiche di questi giorni sul fascismo, scatenate dagli
scontri di piazza con i vertici di Forza Nuova a 'cavalcare' la
protesta dei no green pass.
"In questo momento -insiste- il vero problema non è il fascismo e
l'antifascismo, ma la gente che è esasperata, ha bisogno di lavoro e
più libertà, non sa come fare per comprare qualcosa da mangiare. La
gente vuole uscire, vuole anche tornare a divertirsi. Chiediamoci come
mai tanta gente era in piazza sabato scorso. Sicuramente è andata lì e
si è fatta condizionare da quattro scellerati ma non posso credere che
Forza Nuova riesca a convogliare tutte quelle persone in piazza, un
sabato pomeriggio. Evidentemente tanti italiani non ce la fanno più".
Da qui la stoccata al governo Draghi: ''Che ce ne frega del fascismo e
dell'antifascismo ora, si occupassero dei problemi concreti della
gente, del lavoro, di come arrivare a fine mese. Basta con queste
polemiche sul fascismo nel 2021, il governo si preoccupasse delle cose
serie.
"E' inutile polemizzare su queste cose- avverte Giuliana de' Medici
che gestisce la segretaria nazionale della Fondazione dedicata a suo
padre-. Ci sono frange extraparlamentari che scimmiottano i simboli
fascisti, ma che non sono fascisti. Ai tempi del fascismo ci sono
state delle cose positive e delle cose negative, come la mancanza di
libertà. Almirante ha sempre detto: 'non rinnegare ma non
restaurare...'''. Le critiche alla Lamorgese? ''Il ministro
dell'Interno deve fare il ministro e quando ha questi personaggi
davanti'', come Fiore e Castellino, "non può autorizzare una
manifestazione, è assurdo. Voglio, infine, rispondere a Letta: è la
Lamorgese che si deve assumere le responsabilita, non certo la
Meloni".
(Vam/Adnkronos)

FORZA NUOVA: FIGLIA ALMIRANTE, 'FIORE E CASTELLINO DELINQUENTI, MIO PADRE SEMPRE PRESO DISTANZE' =
Giuliana de’ Medici, 'fascismo finito con Mussolini, Meloni non
deve rinnegare nulla ma non tagli legame con Msi'
Roma, 14 ott. (Adnkronos) - "Fiore e Castellino? Sono solo dei
delinquenti, non si può definire in altro modo gente che in piazza si
comporta in questa maniera...''. Giuliana de' Medici Almirante, figlia
dello storico leader missino Giorgio e di Donna Assunta, non usa mezzi
termini per condannare i vertici di Forza Nuova, Roberto Fiore e
Giuliano Castellino, che hanno partecipato all'assedio della sede
della Cgil e agli scontri di piazza sabato scorso in occasione delle
manifestazioni no green pass. ''Dirò una cosa che non ho mai sentito
dire: in piazza -si sfoga con l'Adnkronos- non c'erano dei fascisti,
ma semplicemente dei delinquenti e i delinquenti non sono né fascisti,
né comunisti, sono dei delinquenti e basta...''.
Giuliana de' Medici Almirante, che si dedica a tempo pieno come
segretario nazionale all'attività della 'Fondazione Almirante' cita le
parole del padre: ''Almirante diceva sempre che queste persone
procuravano danni due volte: in piazza per quello che facevano e
danneggiavano il suo lavoro e quello del partito, l'Msi. Non
dimentichiamo che mio padre è stato eletto democraticamente dal popolo
italiano e sedeva legittimamente in Parlamento. Lui -assicura- non
aveva niente a che fare con questi signori: li ha sempre tenuti alla
larga, non aveva nessun contatto con loro. Dopodichè, quando si inizia
a fare un discorso di carattere politico sul fascismo, io sono
convinta che nessuno deve prendere distanze da niente".
Da qui un suggerimento a Giorgia Meloni: ''Non deve rinnegare nulla
perchè non ha nulla da rinnegare'', ma ''non pensi di tagliare
qualsiasi legame con l'Msi, perchè in questo caso sbaglierebbe visto
che l'Msi rappresenta la storia della destra italiana. Quanti ragazzi
sono morti in nome di questo partito e quante persone hanno lavorato
senza ricevere nulla? Msi è stato all'opposizione in Parlamento senza
avere avuto mai posti di governo, nè nei cda di aziende, ma solo
perchè credeva nelle idee. Questa è e deve essere l'anima della destra
italiana. Fdi non può rifiutare l'Msi, anche perchè nel suo simbolo
conserva la fiamma tricolore'', rimarca Giuliana de' Medici, che si
richiama ancora una volta ''all'insegnamento'' del leader del
Movimento sociale: ''In tempi ben lontani Almirante spiegò in modo
semplice e chiaro che il fascismo è nato e morto con Benito Mussolini.
Non c'è, quindi, possibilità di replica del fascismo, non essendoci
più l'uomo che lo ha creato''.
(Vam/Adnkronos)

FASCISMO: FIGLIA ALMIRANTE, 'OK CASSAZIONE SU SALUTO ROMANO, E' MOMENTO COMMEMORATIVO' =
Giuliana de' Medici, 'in tempo di Covid non stringersi mano è la
cosa migliore, non c'è paura di contagio...'
Roma, 14 ott. (Adnkronos) - ''Secondo me è vero quel che dice la
Cassazione, perchè si tratta di un momento commemorativo. Ricordano i
morti come loro erano abituati a salutarsi allora''. Giuliana de'
Medici Almirante, figlia dello storico leader missino Giorgio e di
Donna Assunta, commenta con favore all'Adnkronos la decisione della
Cassazione di non considerare reato il 'saluto romano' in un contesto
'commemorativo' e di annullare senza rinvio "perché il fatto non
sussiste" la condanna in appello dei quattro imputati che il 25 aprile
del 2016, nel cimitero Maggiore di Milano, si erano riuniti al Campo X
per commemorare i morti della Repubblica sociale italiana.
''E poi'', dice con una battuta per sdrammatizzare Giuliana de'
Medici, "oggi come oggi, in tempo di Covid, il saluto fascista è la
cosa migliore che ci possa essere. Non ci si stringe la mano, così non
abbiamo paura di contagiarci, meglio di così...".
(Vam/Adnkronos)

Perché mezza Italia e forse più non è antifascista

Ma finitela con questa caccia al fascista, al saluto romano, al busto del duce, al cimelio dell’epoca, alla mezza frase nostalgica e al gesto cameratesco. Si capisce lontano un miglio la malafede della caccia al fascismo ripresa con le ultime inchieste: serve a colpire e inguaiare la Meloni e il suo partito. E ancora più subdoli e cretini sono i finti consigli alla suddetta: diventa antifascista, fai come Fini. Che infatti finì nel nulla, bocciato dagli elettori, scomparso senza gloria. Un’esortazione al suicidio per ottenere post mortem la patente democratica e la riabilitazione in memoria.

Ponetevi piuttosto un problema molto più serio e molto più attuale: perché mezza Italia e forse più non si riconosce nell’antifascismo, non si definisce antifascista, anzi nutre riserve e rigetto? E’ una domanda seria da porsi, dopo che il fascismo fu sconfitto, abbattuto e vituperato, dopo che furono appesi i corpi dei capi, dopo che fu vietata ogni apologia, dopo che sono passati quasi ottant’anni tra tonnellate di condanne, paginate infinite, manifestazioni antifasciste, divieti, lavaggi del cervello a scuola e in tv, perché c’è ancora mezza Italia che non vuole definirsi antifascista? Quella maggioranza non è antifascista ma non è affatto fascista, se non in una piccola percentuale residua, se non amatoriale; gran parte di loro non si riconoscono affatto nel fascismo, lo reputano improponibile, superato. Per loro è assurdo già solo porsi la domanda. Ripudiano violenza, razzismo, guerra e dittatura. Semmai una larga fetta di loro ritiene che si debba giudicare il fascismo nei suoi lati negativi e positivi, senza demonizzazioni; neanche il comunismo fu male assoluto. Molti di loro vorrebbero un giudizio storico più equilibrato, più onesto, più veritiero.

Il vero problema che evitate di vedere non è la persistenza presunta del fascismo nella società italiana ma l’ampiezza dell’area di opinione che non vuol definirsi antifascista e non si riconosce nell’antifascismo. Avete provato almeno una volta a porvi la domanda, senza aggirare le risposte con moduli prestampati e retorica celebrativa? Noi ce la siamo posta e non da oggi. E la riassumiamo così.

Tanti italiani non si definiscono antifascisti perché a loro sembra grottesco usare una definizione che aveva un senso nel ’45, all’età dei loro nonni, quando invece vivono coi pronipoti del terzo millennio. Non si definiscono antifascisti perché a molti di loro sembrerebbe monca, carente una definizione del genere perché così escluderebbero o addirittura assolverebbero altre forme di dittatura, di totalitarismo e di dispotismo, a partire dal comunismo.

Tanti italiani non si definiscono antifascisti perché è ben vivo il ricordo delle bandiere rosse che monopolizzavano l’antifascismo, dei cortei militanti col pugno chiuso e più recentemente dei movimenti antifà e dei nuovi partigiani a scoppio ritardato. Sanno che l’antifascismo fu l’alibi per i compromessi storici, le aperture e l’egemonia comunista e si tengono alla larga.

Tanti italiani non si definiscono antifascisti, come invece viene loro prescritto, perché non credono al bianco e al nero, hanno conosciuto per vie traverse e quasi clandestine le storie che non si vogliono far sapere, e che riguardano sia il regime, sia i suoi avversari, sia la guerra partigiana e non vogliono schierarsi conoscendo crimini e misfatti di quel tempo e di quei versanti.

Senza andare lontano, anzi restando in casa, molti italiani ricordano loro padre, loro nonno fascista e hanno di lui una memoria e un giudizio molto diversi rispetto al mostro dipinto dalla vulgata antifascista. E ricordano cosa raccontava. Tanti italiani non si riconoscono nell’antifascismo perché non ci stanno a considerare i loro famigliari in camicia nera come dei criminali, sanno che non è vero, non è giusto; e poi, sono i loro cari.

Tanti italiani non si definiscono antifascisti perché reputano balorda, divisiva e riduttiva la rappresentazione storica che ne deriva, con tutta la storia e l’identità del Paese ridotta alla distinzione manichea tra fascisti-antifascisti. Preferiscono attenersi alla realtà e diffidano dell’ideologia.

Tanti italiani non si definiscono antifascisti perché non sono di sinistra e non vogliono avallare il loro gioco politico, non vogliono farsi strumentalizzare, capiscono che serve solo per arrecare danni e vantaggi alla politica presente.

Il nostalgismo fascista oggi non ha valenza politica in Italia ma solo emotiva, sentimentale, simbolica, araldica, al più cameratesca; fa parte del modernariato. Mentre il rifiuto dell’antifascismo, quello sì, ha una precisa valenza e ricaduta politica, è un chiaro messaggio politico su cui dovreste riflettere.

Aggiungo che fanno bene quei tanti italiani a non cascare nel gioco di pretendere un’abiura davvero insensata e anacronistica. Allontanando dalla politica l’uso improprio del fascismo, si può invece rivendicare il diritto a un diverso giudizio storico sul passato e sul fascismo, fondato sulla realtà e sul lavoro degli storici seri. È sacrosanto tentare di ricucire la storia d’Italia nelle sue scissioni più dolorose e cogliere il filo unitario che la percorre, anche nelle lacerazioni. Non certo per vellicare propositi revanscisti che sarebbero come minimo falsi e ridicoli; sia fascisti che antifascisti. Non si rimpiange un ventennio dopo un ottantennio, c’è un limite matematico e logico, oltre che di buon senso.

Infine, se credete davvero che la storia d’Italia debba cominciare e finire con l’antifascismo, elevato a religione civile, obbligo di leva, e perno costituzionale, chiedetevi perché mezza Italia non si riconosce in questo schema. Se dopo tanti decenni di rieducazione, repressione, propaganda e religione civile, mezza Italia e forse più non si riconosce nell’antifascismo, il problema non è della Meloni ma è vostro, di voi antifascisti in servizio permanente effettivo e dell’esempio che avete dato. Diciamolo: avete fallito.

Riportiamo l’articolo di Marcello Veneziani pubblicato su La Verita’ il 10 ottobre 2021

 

2021 – E’ risorto l’antifascismo

Non ho avuto modo di conoscere molto Rachele negli anni scorsi. Abitando all’estero non ci sono state molte occasioni di incontrarci. E’ mia zia, ma essendo lei più giovane di me è una cosa che non le piace: preferisce dire che siamo cugini, e anche io lo preferisco. 
Ciò che mi ha sempre colpito di lei è la sua umiltà e la pacatezza. E’ una persona buona, di cuore, che si è sempre impegnata in quello che ha fatto. Come ad esempio lo ha fatto questi ultimi 5 anni di consiliatura capitolina, dopo essere stata eletta una prima volta in una lista civica legata a FdI con circa 600 preferenze. Ho avuto modo di incontrarla una volta nel Campidoglio e una nel suo ufficio in via del Tritone un paio di volte, sempre di corsa presa da mille incombenze. Ho seguito le sue attività da consigliera, apprezzandone l’impegno profuso. 
E poi ci sono state le recenti elezioni amministrative a Roma, e Rachele Mussolini è stata la candidata col maggior numero di preferenze, più di 8.000. Apriti cielo, è iniziata la caccia alle streghe da parte della sinistra e variegato mondo a loro collegati. Attacchi personali e sessisti, mai sui programmi o il suo operato politico.
Basta leggere lo sproloquio di Gramellini nella sua rubrica sul Corriere della Sera del 7 u.s., dove non pago di insinuare che sia stata votata solo per il cognome, postula arditamente che sia merito anche del nome, e che sia stata votata da chi rimpiange il Duce. Come se la sua elezione fosse prodromica a una nuova marcia su Roma, cent’anni dopo la prima…
Secondo molti esponenti della sinistra, una persona che si chiami Mussolini non dovrebbe candidarsi alle elezioni (è successo sovente anche a me), e se la votano in tanti è sicuramente per il cognome (o nome), mica perché è capace, ha lavorato bene o si è impegnata. Loro sono i pontificatori in SPE, quelli che dall’alto della loro saccenza con sicumera giudicano cosa sia lecito, oppure no.  E guai e contraddirli: la democrazia, della quale ne esaltano le virtù a ogni piè sospinto, vale solo quando a loro fa comodo. Da Sempre per loro valgono i “due pesi e due misure” – mentre a destra non è così – e dalla sinistra, perennemente attenta al politically correct e al sessismo, faccio notare che non si è alzata nemmeno una flebile voce a difesa di Rachele per gli ignobili attacchi subiti.
Ogni volta che si avvicinano le elezioni, lo spettro dell’onda nera ricompare puntuale come la marea. L’antifascismo in assenza di fascismo è l’unica cosa che gli rimane. Non hanno idee, non hanno proposte politiche. Sono alieni che hanno da tempo perso il contatto con la realtà delle periferie fatta di persone e lavoratori che faticano ad arrivare a fine mese. Quelle che invece Rachele conosce bene e che l’hanno votata a Roma. 
Concludo dicendo che ha ragione Rachele nel rispondere ai tanti padri confessori – pronti a elargire l’assoluzione che la renda libera – che “parlare di fascismo è un discorso troppo lungo”. Invero non è solo lungo. E’ complesso, ampio, vasto, eterogeneo e va contestualizzato a quel periodo storico. E Il tutto è reso ancora più difficile dalla mistificazione in atto oramai da troppi anni. Urge trovare una visione condivisa del passato per poter pensare finalmente al futuro del nostro martoriato paese, per il bene dei nostri figli. Si cercano volenterosi a sinistra.
Caio Giulio Cesare Mussolini

La scapigliatura di un quattordicenne

La scapigliatura di un quattordicenne

Capelli neri, fitti, lunghi. All’epoca un ragazzo con queste caratteristiche, era molto facile di trovarsi bollato dai “matusa” del momento come “capellone”. Categoria giovanile guardata con sospetto. Portatrice di sommovimenti della società strutturali e profonde. Un mondo, che come era stato trovato, alle nuove generazioni stava stretto. Parleremo di fatti accaduti a “68 già avvenuto. Esploso, con la prepotente carica d’innovazione, e il pesante fardello di estremizzazioni e contraddizioni. Nodi al giorno d’oggi non ancora pienamente sciolti. Dalla lettura di quella fase, ancora non univoca. In quell’atmosfera calda, per non dire bollente di tensioni, che attraversavano la società, dal mondo del lavoro a quello della scuola e dell’Università, il poco più che ragazzino in oggetto cominciò a cercare un porto dove poter far attraccare il suo veliero di entusiasmi. Il quale come naturale che fosse era carico di progetti e aspettative. Il primo elemento da seguire, per trovare un giusto porto d’attracco, secondo il suo acerbo ma profondo sentire era, trovare luoghi ove ci fosse la bandiera. Il Tricolore. Quello costituiva il parametro primo, fondamentale. Punto cardinale, per poter cogliere al meglio i molteplici allettamenti e sollecitazioni di quell’età. Per il giovane, non rappresentava certo, solo un simbolo attorno al quale raccogliersi in occasione delle partite della Nazionale di calcio. La bandiera, per lui era qualcosa di più, molto di più. Un simbolo fortemente evocativo riassuntivo dei valori che aveva respirato in casa. Riferimenti, che con accenti diversi, aleggiavano da, generazioni nella famiglia. Confesso: ebbene quel quattordicenne ero io. Con la chioma fluente dell’epoca, che ben poco aveva da invidiare ai capelloni tutti d’un pezzo.  Quella è l’età, nella quale si cominciano a effettuare le prime svolte necessarie, affrontando i crocevia della vita. Cominciai così a frequentare i corsi delle scuole superiori. Passaggio, articolato, complesso. Per tutte le novità, che esso comportava dalla conoscenza dei nuovi compagni di scuola, alla dimensione della scuola stessa, che mi sembrava gigantesca. Nella quale inizialmente avevo timore di potermici perdere. Tutto era all’insegna dell’assoluta novità. La vita, è densa di misteri, casualità, coincidenze, destino. Nell’alveo di queste possibilità è contenuto il fatto che fui iscritto all’Istituto Tecnico Commerciale Duca degli Abbruzzi. Il primo anno di frequenza era il “71- “72. Il fatto, o il fato volle che sulla strada ove era ubicata la mia scuola, in Via Palestro si affacciasse una traversa. Cosa assolutamente consueta. Questa strada, che non era poi molto grande aveva da pochissimo acquistato una peculiarità. Specificità che la renderà nota in certi ambienti a livello nazionale. Nel Settembre del 1971 vi era stata inaugurata la sezione del Fronte della Gioventù. Insieme di circostanze, che segnarono la mia vita. La neocostituita formazione politica del mondo giovanile della Destra gravitante attorno al MSI. Come simbolo aveva una torcia fiammeggiante dai colori del vessillo nazionale. La strada dove era stata inaugurata la sede era Via Sommacampagna. Avevo trovato, dove andare a cercare il mio Tricolore. Così un giorno d’Ottobre di quell’anno, uscito da scuola andai a Sommacampagna. Con un po’ di imbarazzo e timidezza, suonai al campanello della porta. Accesso che nel giro di pochi anni diventò, da semplice porta a porta blindata. Reiterati atti di vandalismo e danneggiamenti, suggerirono alla dirigenza, di agire in tal senso. Luogo, la sede, fin dalle prime battute della sua esistenza, oggetto delle “attenzioni” degli avversari. Una volta, all’interno, mi confrontai, con una percepibile un’atmosfera che definirei elettrica. I presenti erano tutti indaffaratissimi, chi a fare rotoli di manifesti, chi a preparare la colla e chi trafficava intorno al ciclostile, nel tentativo di stampare al meglio dei volantini. Tutte attività, fino a quel momento a me poco conosciute. Diventeranno il mio pane quotidiano. Cominciando dallo scomodissimo portare il secchio della colla. Scomodità che era dato dal peso stesso del secchio, e dagli inevitabili schizzi di colla che facevano dei propri capi d’abbigliamento, ottimi candidati a lavaggi accurati in tintoria. Con estrema rapidità, quale segno di riconoscimento e inserimento in quel mondo dalle mille sfaccettature, cominciai a chiamare con linguaggio quasi da iniziato, quella sezione semplicemente Somma. Come è attualmente chiamata ancora oggi dai militanti. “Devo andare a Somma”, “La riunione è a Somma alle 16.00” “Il concentramento per il corteo parte da Somma”. Cominciai a frequentare. Ebbi modo così di conoscere, svariate persone, primo fra tutti “l’anima del Fronte” ossia Teodoro Buontempo, che l’aveva pensato, progettato e fondato. attivisti e dirigenti quali Mario Codogni, Guido Morice, Sergio Mariani, solo per citarne alcuni tra i maggiormente significativi di quel periodo. Un paio d’anni dopo, in una delle tante riunioni, ebbi modo di conoscere come coordinatore dei fiduciari d’Istituto Gianfranco Fini. Ben presto Somma, diventò per me, come per tutti più di una sede. Molto di più. Una concreta possibilità di alternativa, ai vari conformismi di pensiero e comportamentali. Somma, cominciò a operare nel pieno della “furia ideologica” dai quali erano contraddistinti i tempi. Quasi immediatamente compresi che bisognava difenderla con le unghie e con i denti. Attività che nei fatti eravamo quotidianamente chiamati a fare. Questo comportava una presenza e mobilitazione attivistica costante e di tutto rilievo. Nel giro di breve compresi quale era la posta in gioco. La smodata aggressività nei confronti di Somma e dei suoi frequentatori da parte dei gruppi di sinistra, nelle varie articolazioni mirava a d’impedirci qualsiasi spazio “di agibilità politica” come si diceva un tempo.  A quelli come noi volevano negare tutto. Il diritto di parola, ‘espressione, la libertà. Nei casi più drammatici come tragicamente quegli anni ci insegnarono l’esistenza stessa. Si viveva in costante stato d’allerta. Nonostante queste tensioni fra noi c’era grande affiatamento cementato anche dalle situazioni di pericolo oggettivo alle quali ci esponevamo. Un senso goliardico era fortemente presente. Fioccavano i soprannomi che ci davamo l’un l’altro, ne ricordo alcuni Geppo, Grissino, er Braciola, Igor, Tortelin, Folgorino, Lupomanno, e molti altri ancora. Per quanto mi riguarda il soprannome fu er Chiacchiera, che si riferiva, credo a mie capacità nell’esporre con una buona “parlantina” gli argomenti. Se ben ricordo, me lo affibbiò Maurizio Gasparri, con il quale, con lui Segretario, ero entrato nella rinnovata Giunta di Roma e Provincia del F.d.G. Nel frattempo il confronto politico diventava sempre più incattivito. Sempre più aspro. Quel vulcano d’iniziative, e di lungimiranza che era Teodoro Buontempo, per tutti noi Teo, ancora una volta spiazzò tutti, amici, avversari, i vertici del Partito. Fondò e rese operativa, in una parte dei locali di Somma una emittente radiofonica. Iniziativa, semplicemente impensabile in quel contesto. Radio Alternativa, la quale cominciò a tramettere dal Settembre del 1976. Teo, aveva prefigurato nuove possibilità di sviluppo, e nuovi percorsi per la militanza. Radio Alternativa, diventò un altro spazio del nostro cuore. Un mondo, che con altre modalità, certamente più efficaci, manteneva e amplificava il suo diritto di parola. L’esperienza di Somma, mi ha insegnato le cose vere della vita: l’abnegazione nel perseguire la realizzazione di un progetto, la faccia di una politica onesta, pulita, scevra da interessi personali, filamenti di una comunità umana che nonostante il passare di 50 anni non si sono spezzati. Ma la forza attrattiva che ancora esercita quel luogo, ancora oggi desta in me stupore. Prendendo completamente in contropiede la madre e me, nostro figlio, senza avere mai subito alcuna pressione, da parte nostra in tal senso, un bel giorno ci ha dato un annuncio. “Sono andato a iscrivermi a Gioventù Nazionale” “Dove?” chiedemmo all’unisono completamente sorpresi. “In Via Sommacampagna”. Questo avveniva quando Goffredo Maria, era nel vortice dei suoi sedici anni. Da quel momento, è tutto un risuonare per casa nostra di frasi del tipo: “Devo andare a Somma”, “Ho riunione a Somma”, “Mi chiamano da Somma”. Di Somma in Somma lascio a voi fare il totale.

 

Massimo Pedroni

Afghanistan addio …….

“E’ finita la guerra più lunga nella nostra storia, venti anni,  e dobbiamo impegnarci  a difendere gli Usa da nuove minacce”.  Questa la frase con cui il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha commentato la definitiva chiusura delle operazioni in Afghanistan e l’evacuazione dell’ultimo soldato americano.  Detta così sembra il “Bollettino  della  Vittoria” del generale  Diaz  alla fine della prima guerra mondiale nel 1918.  “L’operazione di evacuazione da  Kabul è stata uno straordinario successo”.

Pensare che il Presidente degli Stati Uniti consideri  uno straordinario successo una indegna  fuga dopo venti anni di guerra senza vergognarsi  fa accapponare la pelle.  L’aeroporto, controllato dai più prestigiosi reparti del suo esercito,  è stato il luogo in cui l’Isis,  con un attentato kamikaze,  ha causato circa duecento morti , fra cui tredici soldati Usa.  Oltretutto sono numerose le testimonianze di chi ha dichiarato che , oltre all’esplosione,  sicuramente  causa di numerosi morti,  a sparare sulla folla,  accalcata per fuggire, sono stati militari Usa e turchi. Non solo, membri del   Pentagono hanno fornito la notizia dell’ uccisione  con un drone  di un militante dell’Isis  come risposta militare,   ma è stato subito aggiunto che la persona in questione non aveva alcun rapporto con l’attentato all’aeroporto di Kabul.   E pensare che il capo della Cia era stato alcuni giorni prima in Afghanistan per trattare  la ritirata totale e, come risultato del colloquio,  aveva  ottenuto l’informazione del  pericolo di attentati da parte dell’Isis proprio all’aeroporto.   Se questo è stato il risultato degli avvertimenti avuti  Biden, come minimo , deve agire per  un rapido cambio dei vertici dei servizi segreti che,  nonostante un avviso cos’ preciso, non sono riusciti  a bloccare niente e nessuno. Anzi, qualche giorno dopo l’attentato,  avvisati del possibile lancio di razzi da parte sempre di terroristi dell’Isis,  hanno  dato il via ad una azione difensiva  in cui sono stati uccise nove persone, peccato che sei di queste erano bambini ed una delle piccole vittime non arrivava ai due anni.  Quando si dice stroncare il terrorismo  dalla radice e prima che si sviluppi troppo.

Immagino la vergogna provata da quei soldati imbarcati per tornare in patria accompagnati  dalle raffiche di mitra in aria da parte dei talebani che festeggiavano la vittoria e negli occhi la sfilata di armamenti lasciati a terra nelle mani del nemico.  Non basta affermare che tutte le armi erano state “smilitarizzate” e che gli obiettivi, per cui ad ottobre del 2001 era iniziata questa guerra per  “esportare la democrazia”, erano stati raggiunti.   Quell’anno i talebani controllavano piccole zone del paese e avevano  dalla loro parte una esigua minoranza della popolazione, adesso governano l’intera nazione, fatta eccezione del Panshir dove, come aveva gia fatto suo padre prima di essere ucciso in un attentato compiuto da due tunisini  per conto di elementi vicini ad Al Qaida, combatte il figlio di Massud.    Se il Vietnam e la fuga da Saigon è stata una delle pagine più oscure per la potenza militare statunitense ora  la si può considerare una strepitosa vittoria rispetto al disastro di oggi.  Sul terreno sono stati lasciati in mano ai Mullah 73 velivoli, fra aerei ed elicotteri, 70 veicoli tattici corazzati  Harp del costo di circa un milione di dollari l’uno, carri armati, autoblindo  ed addirittura il sistema di difesa Cram in grado di  intercettare razzi,  proiettili di artiglieria e colpi di mortaio, quello stesso che avrebbe bloccato gli ultimi razzi lanciati dall’Isis. Secondo  il capo del comando centrale usa, gen. Kennet  Mc Kenzie,  non vi sono problemi  perché sono mezzi “resi inservibili” .   Ma cosa volete che sia, dal punto di vista economico, la perdita dell’armamento di un intero esercito quando  in questi venti anni gli Stati Uniti hanno bruciato in questa fantastica operazione la bellezza di 2313 miliardi di dollari . Se parliamo invece dei vantaggi tratti dal popolo afgano in questo sforzo compiuto dalle potenze occidentali per garantirgli la “democrazia”,  dobbiamo contare i 2,7 milioni di civili fuggiti all’estero, di cui 1,4 milioni  in Pakistan e 780 mila  in Iran, oltre all’Europa e tutte le  altre nazioni più vicine ed i quattro milioni che hanno compiuto  una emigrazione all’interno delle varie province del Paese. In totale  circa 7 milioni di persone hanno cercato scampo alla guerra su un totale di 38 milioni di abitanti.  Un ottimo risultato per poi lasciarli tutti in mano ai talebani.

In un suo recente intervento il “grande vecchio” della politica americana,  il novantottenne ex segretario di Stato Henry Kissinger, non ha lesinato le critiche a chi aveva diretto le operazioni militari in questi anni: Ne riportiamo alcuni passi.  “ Gli Stati Uniti si sono rivelati inadeguati  nelle azioni di contrasto agli insorti a causa della loro incapacità nel definire quale fossero gli obiettivi raggiungibili e di collegarli tra loro in modo tale da ricevere l’appoggio delle istituzioni politiche americane. Gli  obiettivi militari sono stati troppo assoluti ed irraggiungibili, quelli politici troppo astratti e sfuggevoli L’incapacità di collegarli tra di loro ha fatto si che l’America restasse invischiata in conflitti privi di termini ben definiti e ci ha portato, in patria, a perdere di vista le finalità condivise, sconfinando in un marasma di diatribe interne. Siamo sbarcati in Afghanistan sull’onda di un sostegno popolare in risposta agli attacchi terroristici di Al Qaida ma, dopo una campagna militare iniziale che ha raggiunto i suoi scopi con la massima prontezza, ci siamo imbarcati in un procedimento talmente lungo ed invasivo da alienarci le simpatie della maggioranza degli  afghani, anche di coloro che si erano opposti ai jihadisti. I talebani sono stati tenuti sotto controllo ma non eliminati, l’introduzione di forme di governo Inconsuete, d’altro canto , ha indebolito l’impegno politico ed incoraggiato la corruzione dilagante……. I presidenti  Donald Trump e Joe Biden hanno avviato trattative di pace  con i talebani che avevano giurato di sterminare una ventina di anni prima. Quei negoziati sono sfociati oggi nel ritiro incondizionato degli americani, per opera del governo Biden. Spiegarne i motivi non cancella la brutalità e soprattutto la precipitazione della decisione presa.”

Questa la lapide posta da Kissinger  su quanto compiuto  in questi anni e che non riguarda solo il prezzo economico che gli Stati Uniti hanno pagato  e che aumenterà nel tempo visto che continuerà a pesare sulle casse dello Stato l’assistenza alle migliaia e migliaia di reduci, ai parenti dei soldati morti in battaglia. Ancora una volta a pagare più di tutti sono stati comunque gli afghani che, oltre ai quasi cinquantamila morti civili, devono  contare 66 mila soldati o poliziotti uccisi   52 mila combattenti dell’armata talebana rimatsi sul campo. Per gli Stati Uniti le vittime sono state 2461 ma a questi si vanno ad aggiungere 3846 contractor statunitensi, un dato che il Pentagono preferisce non fornire e comunque non commentare perché dimostra  che a compiere le azioni più pericolose erano persone non regolarmente inquadrate fra le forze ufficiali  dell’esercito.

Anche l’Italia che, come notoriamente tutti sanno, ha da sempre grandissimi interessi e relazioni con quanto avviene da quelle parti, ha dovuto pagare il suo contributo di sangue: 54 soldati uccisi e 723 i feriti.  Oltre alle vite umane perse per una guerra inutile e nella quale non avevamo alcun motivo di intervenire, sono stati spesi milioni e milioni di euro per finanziare  le operazioni militari e la costruzione di scuole, ospedali da campo  e  strade che verranno utilizzate dai talebani. Comunque possiamo essere  soddisfatti, come ha affermato il ministro degli esteri Di Maio,  perchè abbiamo dimostrato come in pochi giorni  siamo stati capaci di trasportare cinquemila profughi afghani  di cui duemila soltanto nella tendopoli costruita ad Avezzano. Chissà se avevano il green pass per salire sugli aerei e se al loro arrivo a Roma sono stati controllati dal punto di vista sanitario. Fortunatamente per le donne non vi sono assolutamente i problemi legati all’uso delle mascherine:  sono abituate al burka.

Roberto Rosseti

“Montanari chieda scusa sulle Foibe”

RIPORTIAMO LA DICHIARAZIONE DELLO STORICO  MARINO MICICH SULLE VERGOGNOSE PAROLE DI TOMASO MONTANARI

 

“Montanari chieda scusa sulle Foibe”

“Sono affermazioni politiche e ideologiche quelle di Montanari. Chieda scusa pubblicamente alla popolazione giuliano-dalmata e alle vittime. Si occupi di arte e non di storia”, è il parere – all’Andkronos – di Marino Micich, direttore dell’Archivio-Museo storico di Fiume, commentando le dichiarazioni sulle Foibe di Tommaso Montanari, Rettore dell’Università per Stranieri di Siena.

“Il suo è un revisionismo ideologico tipico del vecchio Pci. C’è purtroppo un ritorno alle vecchie posizioni: la sua è la stessa tesi degli storici jugoslavi di Tito. Io conosco il croato e ho letto molti documenti: hanno la stessa visione. Quando poi dice che il giorno del ricordo delle Foibe è un giorno delle destre sbaglia perché non ricorda che quasi tutto il Parlamento votò la sua approvazione. Solo i Comunisti Italiani di Rizzo e Diliberto e una parte di Rifondazione votò contro. Montanari evidentemente si rifà alla loro ideologia: le sue dichiarazioni sono simili alle loro”, chiosa Micich.

Una storia tricolore

Pubblichiamo la prefazione del libro “Una storia tricolore” dell’amico Gianni Plinio.

“Non è né semplice né facile raccontare la storia di una vita. Soprattutto della propria. Anche nel suo aspetto prevalentemente politico. Ci ho vouto provare. Con l’aiuto della memoria non ancora troppo intorpidita e di tanto materiale documentale anche fotografico che ho gelosamente custodito nel tempo. E’ un impegnativo cimento a cui mi sono volontariamente sottoposto per fare un personale esame di coscienza su tante scelte effettuate nel tempo ed anche per poterle sottoporre al giudizio di chi avrà la ventura e la pazienza di andare a conoscerle. Dal 1968 ai giorni nostri è trascorsa un epoca ed è in gran parte cambiato il mondo eppure ad animarmi ed ispirarmi continua ad essere lo spirito di quella “scelta tricolore” fatta ,in condizioni di rischio ,ormai cinquant’anni fa.  E’ una “storia tricolore” non soltanto la mia ma anche quella di tanti altri della mia generazione che spero potranno anche riconoscersi in queste pagine.  La narrazione dei fatti-che ho voluto condire anche con un po’ di ironia-è personale e quindi di parte e fallibile ma da essi risulta comunque possibile conoscere(per i più giovani) e ricordare(per quelli che lo sono meno)uno spaccato di storia politica della Destra genovese nel più generale contesto nazionale1968 ai giorni nostri. Già fin d’ora chiedo venia per eventuali accidentali omissioni. Alla base delle tante iniziative e delle tante battaglie di cui sono stato protagonista e che ho voluto narrare in queste pagine c’èp sempre un impegno politico ispirato all’amor di Patria, all’ onestà e ad uno spirito di servizio nei confronti della parte più debole della nostra comunità. Come aveva insegnato a noi, in allora giovani, qu
el grande Italiano e quel grande Maestro di vita oltreché di politica che è stato Giorgio Almirante. Un nobile monito ed una virtuosa etica della politica che reputo attuali anche nell’epoca delle tecnologie avanzate e dell’intelligenza artificiale. Dedico questo scritto a mia moglie Marina che continua a sopportare pazientemente una persona molesta come me, agli amici che, in tutti questi anni-e soprattutto nei momenti più difficili-sono stati al mio fianco ,a coloro che hanno condiviso i Valori in cui mi sono riconosciuto ed anche a chi queste pagine serviranno solo per criticarmi o fugacemente ricordarmi.  Potevo fare di più e certamente meglio. Non sarò esente da censure ma spero che venga riconosciuto come, nella mia lunga “storia tricolore”, almeno un requisito non mi abbia mai fatto difetto: quello della coerenza e della lealtà.”Gianni PLINIO.

 

Commemorazione fratelli Mattei

Notte fra il 15 e il 16 Aprile del 1973,  Roma, quartiere Primavalle. La notte che sconvolse la vita di Mario e Anna Mattei e la vita di una intera comunità, quella del MSI. La storia è tristemente nota: un commando di Potere Operaio diede fuoco al piccolo appartamento dove la famiglia Mattei viveva solo […]

PER NON DIMENTICARE