Perché mezza Italia e forse più non è antifascista

Ma finitela con questa caccia al fascista, al saluto romano, al busto del duce, al cimelio dell’epoca, alla mezza frase nostalgica e al gesto cameratesco. Si capisce lontano un miglio la malafede della caccia al fascismo ripresa con le ultime inchieste: serve a colpire e inguaiare la Meloni e il suo partito. E ancora più subdoli e cretini sono i finti consigli alla suddetta: diventa antifascista, fai come Fini. Che infatti finì nel nulla, bocciato dagli elettori, scomparso senza gloria. Un’esortazione al suicidio per ottenere post mortem la patente democratica e la riabilitazione in memoria.

Ponetevi piuttosto un problema molto più serio e molto più attuale: perché mezza Italia e forse più non si riconosce nell’antifascismo, non si definisce antifascista, anzi nutre riserve e rigetto? E’ una domanda seria da porsi, dopo che il fascismo fu sconfitto, abbattuto e vituperato, dopo che furono appesi i corpi dei capi, dopo che fu vietata ogni apologia, dopo che sono passati quasi ottant’anni tra tonnellate di condanne, paginate infinite, manifestazioni antifasciste, divieti, lavaggi del cervello a scuola e in tv, perché c’è ancora mezza Italia che non vuole definirsi antifascista? Quella maggioranza non è antifascista ma non è affatto fascista, se non in una piccola percentuale residua, se non amatoriale; gran parte di loro non si riconoscono affatto nel fascismo, lo reputano improponibile, superato. Per loro è assurdo già solo porsi la domanda. Ripudiano violenza, razzismo, guerra e dittatura. Semmai una larga fetta di loro ritiene che si debba giudicare il fascismo nei suoi lati negativi e positivi, senza demonizzazioni; neanche il comunismo fu male assoluto. Molti di loro vorrebbero un giudizio storico più equilibrato, più onesto, più veritiero.

Il vero problema che evitate di vedere non è la persistenza presunta del fascismo nella società italiana ma l’ampiezza dell’area di opinione che non vuol definirsi antifascista e non si riconosce nell’antifascismo. Avete provato almeno una volta a porvi la domanda, senza aggirare le risposte con moduli prestampati e retorica celebrativa? Noi ce la siamo posta e non da oggi. E la riassumiamo così.

Tanti italiani non si definiscono antifascisti perché a loro sembra grottesco usare una definizione che aveva un senso nel ’45, all’età dei loro nonni, quando invece vivono coi pronipoti del terzo millennio. Non si definiscono antifascisti perché a molti di loro sembrerebbe monca, carente una definizione del genere perché così escluderebbero o addirittura assolverebbero altre forme di dittatura, di totalitarismo e di dispotismo, a partire dal comunismo.

Tanti italiani non si definiscono antifascisti perché è ben vivo il ricordo delle bandiere rosse che monopolizzavano l’antifascismo, dei cortei militanti col pugno chiuso e più recentemente dei movimenti antifà e dei nuovi partigiani a scoppio ritardato. Sanno che l’antifascismo fu l’alibi per i compromessi storici, le aperture e l’egemonia comunista e si tengono alla larga.

Tanti italiani non si definiscono antifascisti, come invece viene loro prescritto, perché non credono al bianco e al nero, hanno conosciuto per vie traverse e quasi clandestine le storie che non si vogliono far sapere, e che riguardano sia il regime, sia i suoi avversari, sia la guerra partigiana e non vogliono schierarsi conoscendo crimini e misfatti di quel tempo e di quei versanti.

Senza andare lontano, anzi restando in casa, molti italiani ricordano loro padre, loro nonno fascista e hanno di lui una memoria e un giudizio molto diversi rispetto al mostro dipinto dalla vulgata antifascista. E ricordano cosa raccontava. Tanti italiani non si riconoscono nell’antifascismo perché non ci stanno a considerare i loro famigliari in camicia nera come dei criminali, sanno che non è vero, non è giusto; e poi, sono i loro cari.

Tanti italiani non si definiscono antifascisti perché reputano balorda, divisiva e riduttiva la rappresentazione storica che ne deriva, con tutta la storia e l’identità del Paese ridotta alla distinzione manichea tra fascisti-antifascisti. Preferiscono attenersi alla realtà e diffidano dell’ideologia.

Tanti italiani non si definiscono antifascisti perché non sono di sinistra e non vogliono avallare il loro gioco politico, non vogliono farsi strumentalizzare, capiscono che serve solo per arrecare danni e vantaggi alla politica presente.

Il nostalgismo fascista oggi non ha valenza politica in Italia ma solo emotiva, sentimentale, simbolica, araldica, al più cameratesca; fa parte del modernariato. Mentre il rifiuto dell’antifascismo, quello sì, ha una precisa valenza e ricaduta politica, è un chiaro messaggio politico su cui dovreste riflettere.

Aggiungo che fanno bene quei tanti italiani a non cascare nel gioco di pretendere un’abiura davvero insensata e anacronistica. Allontanando dalla politica l’uso improprio del fascismo, si può invece rivendicare il diritto a un diverso giudizio storico sul passato e sul fascismo, fondato sulla realtà e sul lavoro degli storici seri. È sacrosanto tentare di ricucire la storia d’Italia nelle sue scissioni più dolorose e cogliere il filo unitario che la percorre, anche nelle lacerazioni. Non certo per vellicare propositi revanscisti che sarebbero come minimo falsi e ridicoli; sia fascisti che antifascisti. Non si rimpiange un ventennio dopo un ottantennio, c’è un limite matematico e logico, oltre che di buon senso.

Infine, se credete davvero che la storia d’Italia debba cominciare e finire con l’antifascismo, elevato a religione civile, obbligo di leva, e perno costituzionale, chiedetevi perché mezza Italia non si riconosce in questo schema. Se dopo tanti decenni di rieducazione, repressione, propaganda e religione civile, mezza Italia e forse più non si riconosce nell’antifascismo, il problema non è della Meloni ma è vostro, di voi antifascisti in servizio permanente effettivo e dell’esempio che avete dato. Diciamolo: avete fallito.

Riportiamo l’articolo di Marcello Veneziani pubblicato su La Verita’ il 10 ottobre 2021

 

2021 – E’ risorto l’antifascismo

Non ho avuto modo di conoscere molto Rachele negli anni scorsi. Abitando all’estero non ci sono state molte occasioni di incontrarci. E’ mia zia, ma essendo lei più giovane di me è una cosa che non le piace: preferisce dire che siamo cugini, e anche io lo preferisco. 
Ciò che mi ha sempre colpito di lei è la sua umiltà e la pacatezza. E’ una persona buona, di cuore, che si è sempre impegnata in quello che ha fatto. Come ad esempio lo ha fatto questi ultimi 5 anni di consiliatura capitolina, dopo essere stata eletta una prima volta in una lista civica legata a FdI con circa 600 preferenze. Ho avuto modo di incontrarla una volta nel Campidoglio e una nel suo ufficio in via del Tritone un paio di volte, sempre di corsa presa da mille incombenze. Ho seguito le sue attività da consigliera, apprezzandone l’impegno profuso. 
E poi ci sono state le recenti elezioni amministrative a Roma, e Rachele Mussolini è stata la candidata col maggior numero di preferenze, più di 8.000. Apriti cielo, è iniziata la caccia alle streghe da parte della sinistra e variegato mondo a loro collegati. Attacchi personali e sessisti, mai sui programmi o il suo operato politico.
Basta leggere lo sproloquio di Gramellini nella sua rubrica sul Corriere della Sera del 7 u.s., dove non pago di insinuare che sia stata votata solo per il cognome, postula arditamente che sia merito anche del nome, e che sia stata votata da chi rimpiange il Duce. Come se la sua elezione fosse prodromica a una nuova marcia su Roma, cent’anni dopo la prima…
Secondo molti esponenti della sinistra, una persona che si chiami Mussolini non dovrebbe candidarsi alle elezioni (è successo sovente anche a me), e se la votano in tanti è sicuramente per il cognome (o nome), mica perché è capace, ha lavorato bene o si è impegnata. Loro sono i pontificatori in SPE, quelli che dall’alto della loro saccenza con sicumera giudicano cosa sia lecito, oppure no.  E guai e contraddirli: la democrazia, della quale ne esaltano le virtù a ogni piè sospinto, vale solo quando a loro fa comodo. Da Sempre per loro valgono i “due pesi e due misure” – mentre a destra non è così – e dalla sinistra, perennemente attenta al politically correct e al sessismo, faccio notare che non si è alzata nemmeno una flebile voce a difesa di Rachele per gli ignobili attacchi subiti.
Ogni volta che si avvicinano le elezioni, lo spettro dell’onda nera ricompare puntuale come la marea. L’antifascismo in assenza di fascismo è l’unica cosa che gli rimane. Non hanno idee, non hanno proposte politiche. Sono alieni che hanno da tempo perso il contatto con la realtà delle periferie fatta di persone e lavoratori che faticano ad arrivare a fine mese. Quelle che invece Rachele conosce bene e che l’hanno votata a Roma. 
Concludo dicendo che ha ragione Rachele nel rispondere ai tanti padri confessori – pronti a elargire l’assoluzione che la renda libera – che “parlare di fascismo è un discorso troppo lungo”. Invero non è solo lungo. E’ complesso, ampio, vasto, eterogeneo e va contestualizzato a quel periodo storico. E Il tutto è reso ancora più difficile dalla mistificazione in atto oramai da troppi anni. Urge trovare una visione condivisa del passato per poter pensare finalmente al futuro del nostro martoriato paese, per il bene dei nostri figli. Si cercano volenterosi a sinistra.
Caio Giulio Cesare Mussolini

La scapigliatura di un quattordicenne

La scapigliatura di un quattordicenne

Capelli neri, fitti, lunghi. All’epoca un ragazzo con queste caratteristiche, era molto facile di trovarsi bollato dai “matusa” del momento come “capellone”. Categoria giovanile guardata con sospetto. Portatrice di sommovimenti della società strutturali e profonde. Un mondo, che come era stato trovato, alle nuove generazioni stava stretto. Parleremo di fatti accaduti a “68 già avvenuto. Esploso, con la prepotente carica d’innovazione, e il pesante fardello di estremizzazioni e contraddizioni. Nodi al giorno d’oggi non ancora pienamente sciolti. Dalla lettura di quella fase, ancora non univoca. In quell’atmosfera calda, per non dire bollente di tensioni, che attraversavano la società, dal mondo del lavoro a quello della scuola e dell’Università, il poco più che ragazzino in oggetto cominciò a cercare un porto dove poter far attraccare il suo veliero di entusiasmi. Il quale come naturale che fosse era carico di progetti e aspettative. Il primo elemento da seguire, per trovare un giusto porto d’attracco, secondo il suo acerbo ma profondo sentire era, trovare luoghi ove ci fosse la bandiera. Il Tricolore. Quello costituiva il parametro primo, fondamentale. Punto cardinale, per poter cogliere al meglio i molteplici allettamenti e sollecitazioni di quell’età. Per il giovane, non rappresentava certo, solo un simbolo attorno al quale raccogliersi in occasione delle partite della Nazionale di calcio. La bandiera, per lui era qualcosa di più, molto di più. Un simbolo fortemente evocativo riassuntivo dei valori che aveva respirato in casa. Riferimenti, che con accenti diversi, aleggiavano da, generazioni nella famiglia. Confesso: ebbene quel quattordicenne ero io. Con la chioma fluente dell’epoca, che ben poco aveva da invidiare ai capelloni tutti d’un pezzo.  Quella è l’età, nella quale si cominciano a effettuare le prime svolte necessarie, affrontando i crocevia della vita. Cominciai così a frequentare i corsi delle scuole superiori. Passaggio, articolato, complesso. Per tutte le novità, che esso comportava dalla conoscenza dei nuovi compagni di scuola, alla dimensione della scuola stessa, che mi sembrava gigantesca. Nella quale inizialmente avevo timore di potermici perdere. Tutto era all’insegna dell’assoluta novità. La vita, è densa di misteri, casualità, coincidenze, destino. Nell’alveo di queste possibilità è contenuto il fatto che fui iscritto all’Istituto Tecnico Commerciale Duca degli Abbruzzi. Il primo anno di frequenza era il “71- “72. Il fatto, o il fato volle che sulla strada ove era ubicata la mia scuola, in Via Palestro si affacciasse una traversa. Cosa assolutamente consueta. Questa strada, che non era poi molto grande aveva da pochissimo acquistato una peculiarità. Specificità che la renderà nota in certi ambienti a livello nazionale. Nel Settembre del 1971 vi era stata inaugurata la sezione del Fronte della Gioventù. Insieme di circostanze, che segnarono la mia vita. La neocostituita formazione politica del mondo giovanile della Destra gravitante attorno al MSI. Come simbolo aveva una torcia fiammeggiante dai colori del vessillo nazionale. La strada dove era stata inaugurata la sede era Via Sommacampagna. Avevo trovato, dove andare a cercare il mio Tricolore. Così un giorno d’Ottobre di quell’anno, uscito da scuola andai a Sommacampagna. Con un po’ di imbarazzo e timidezza, suonai al campanello della porta. Accesso che nel giro di pochi anni diventò, da semplice porta a porta blindata. Reiterati atti di vandalismo e danneggiamenti, suggerirono alla dirigenza, di agire in tal senso. Luogo, la sede, fin dalle prime battute della sua esistenza, oggetto delle “attenzioni” degli avversari. Una volta, all’interno, mi confrontai, con una percepibile un’atmosfera che definirei elettrica. I presenti erano tutti indaffaratissimi, chi a fare rotoli di manifesti, chi a preparare la colla e chi trafficava intorno al ciclostile, nel tentativo di stampare al meglio dei volantini. Tutte attività, fino a quel momento a me poco conosciute. Diventeranno il mio pane quotidiano. Cominciando dallo scomodissimo portare il secchio della colla. Scomodità che era dato dal peso stesso del secchio, e dagli inevitabili schizzi di colla che facevano dei propri capi d’abbigliamento, ottimi candidati a lavaggi accurati in tintoria. Con estrema rapidità, quale segno di riconoscimento e inserimento in quel mondo dalle mille sfaccettature, cominciai a chiamare con linguaggio quasi da iniziato, quella sezione semplicemente Somma. Come è attualmente chiamata ancora oggi dai militanti. “Devo andare a Somma”, “La riunione è a Somma alle 16.00” “Il concentramento per il corteo parte da Somma”. Cominciai a frequentare. Ebbi modo così di conoscere, svariate persone, primo fra tutti “l’anima del Fronte” ossia Teodoro Buontempo, che l’aveva pensato, progettato e fondato. attivisti e dirigenti quali Mario Codogni, Guido Morice, Sergio Mariani, solo per citarne alcuni tra i maggiormente significativi di quel periodo. Un paio d’anni dopo, in una delle tante riunioni, ebbi modo di conoscere come coordinatore dei fiduciari d’Istituto Gianfranco Fini. Ben presto Somma, diventò per me, come per tutti più di una sede. Molto di più. Una concreta possibilità di alternativa, ai vari conformismi di pensiero e comportamentali. Somma, cominciò a operare nel pieno della “furia ideologica” dai quali erano contraddistinti i tempi. Quasi immediatamente compresi che bisognava difenderla con le unghie e con i denti. Attività che nei fatti eravamo quotidianamente chiamati a fare. Questo comportava una presenza e mobilitazione attivistica costante e di tutto rilievo. Nel giro di breve compresi quale era la posta in gioco. La smodata aggressività nei confronti di Somma e dei suoi frequentatori da parte dei gruppi di sinistra, nelle varie articolazioni mirava a d’impedirci qualsiasi spazio “di agibilità politica” come si diceva un tempo.  A quelli come noi volevano negare tutto. Il diritto di parola, ‘espressione, la libertà. Nei casi più drammatici come tragicamente quegli anni ci insegnarono l’esistenza stessa. Si viveva in costante stato d’allerta. Nonostante queste tensioni fra noi c’era grande affiatamento cementato anche dalle situazioni di pericolo oggettivo alle quali ci esponevamo. Un senso goliardico era fortemente presente. Fioccavano i soprannomi che ci davamo l’un l’altro, ne ricordo alcuni Geppo, Grissino, er Braciola, Igor, Tortelin, Folgorino, Lupomanno, e molti altri ancora. Per quanto mi riguarda il soprannome fu er Chiacchiera, che si riferiva, credo a mie capacità nell’esporre con una buona “parlantina” gli argomenti. Se ben ricordo, me lo affibbiò Maurizio Gasparri, con il quale, con lui Segretario, ero entrato nella rinnovata Giunta di Roma e Provincia del F.d.G. Nel frattempo il confronto politico diventava sempre più incattivito. Sempre più aspro. Quel vulcano d’iniziative, e di lungimiranza che era Teodoro Buontempo, per tutti noi Teo, ancora una volta spiazzò tutti, amici, avversari, i vertici del Partito. Fondò e rese operativa, in una parte dei locali di Somma una emittente radiofonica. Iniziativa, semplicemente impensabile in quel contesto. Radio Alternativa, la quale cominciò a tramettere dal Settembre del 1976. Teo, aveva prefigurato nuove possibilità di sviluppo, e nuovi percorsi per la militanza. Radio Alternativa, diventò un altro spazio del nostro cuore. Un mondo, che con altre modalità, certamente più efficaci, manteneva e amplificava il suo diritto di parola. L’esperienza di Somma, mi ha insegnato le cose vere della vita: l’abnegazione nel perseguire la realizzazione di un progetto, la faccia di una politica onesta, pulita, scevra da interessi personali, filamenti di una comunità umana che nonostante il passare di 50 anni non si sono spezzati. Ma la forza attrattiva che ancora esercita quel luogo, ancora oggi desta in me stupore. Prendendo completamente in contropiede la madre e me, nostro figlio, senza avere mai subito alcuna pressione, da parte nostra in tal senso, un bel giorno ci ha dato un annuncio. “Sono andato a iscrivermi a Gioventù Nazionale” “Dove?” chiedemmo all’unisono completamente sorpresi. “In Via Sommacampagna”. Questo avveniva quando Goffredo Maria, era nel vortice dei suoi sedici anni. Da quel momento, è tutto un risuonare per casa nostra di frasi del tipo: “Devo andare a Somma”, “Ho riunione a Somma”, “Mi chiamano da Somma”. Di Somma in Somma lascio a voi fare il totale.

 

Massimo Pedroni

Afghanistan addio …….

“E’ finita la guerra più lunga nella nostra storia, venti anni,  e dobbiamo impegnarci  a difendere gli Usa da nuove minacce”.  Questa la frase con cui il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha commentato la definitiva chiusura delle operazioni in Afghanistan e l’evacuazione dell’ultimo soldato americano.  Detta così sembra il “Bollettino  della  Vittoria” del generale  Diaz  alla fine della prima guerra mondiale nel 1918.  “L’operazione di evacuazione da  Kabul è stata uno straordinario successo”.

Pensare che il Presidente degli Stati Uniti consideri  uno straordinario successo una indegna  fuga dopo venti anni di guerra senza vergognarsi  fa accapponare la pelle.  L’aeroporto, controllato dai più prestigiosi reparti del suo esercito,  è stato il luogo in cui l’Isis,  con un attentato kamikaze,  ha causato circa duecento morti , fra cui tredici soldati Usa.  Oltretutto sono numerose le testimonianze di chi ha dichiarato che , oltre all’esplosione,  sicuramente  causa di numerosi morti,  a sparare sulla folla,  accalcata per fuggire, sono stati militari Usa e turchi. Non solo, membri del   Pentagono hanno fornito la notizia dell’ uccisione  con un drone  di un militante dell’Isis  come risposta militare,   ma è stato subito aggiunto che la persona in questione non aveva alcun rapporto con l’attentato all’aeroporto di Kabul.   E pensare che il capo della Cia era stato alcuni giorni prima in Afghanistan per trattare  la ritirata totale e, come risultato del colloquio,  aveva  ottenuto l’informazione del  pericolo di attentati da parte dell’Isis proprio all’aeroporto.   Se questo è stato il risultato degli avvertimenti avuti  Biden, come minimo , deve agire per  un rapido cambio dei vertici dei servizi segreti che,  nonostante un avviso cos’ preciso, non sono riusciti  a bloccare niente e nessuno. Anzi, qualche giorno dopo l’attentato,  avvisati del possibile lancio di razzi da parte sempre di terroristi dell’Isis,  hanno  dato il via ad una azione difensiva  in cui sono stati uccise nove persone, peccato che sei di queste erano bambini ed una delle piccole vittime non arrivava ai due anni.  Quando si dice stroncare il terrorismo  dalla radice e prima che si sviluppi troppo.

Immagino la vergogna provata da quei soldati imbarcati per tornare in patria accompagnati  dalle raffiche di mitra in aria da parte dei talebani che festeggiavano la vittoria e negli occhi la sfilata di armamenti lasciati a terra nelle mani del nemico.  Non basta affermare che tutte le armi erano state “smilitarizzate” e che gli obiettivi, per cui ad ottobre del 2001 era iniziata questa guerra per  “esportare la democrazia”, erano stati raggiunti.   Quell’anno i talebani controllavano piccole zone del paese e avevano  dalla loro parte una esigua minoranza della popolazione, adesso governano l’intera nazione, fatta eccezione del Panshir dove, come aveva gia fatto suo padre prima di essere ucciso in un attentato compiuto da due tunisini  per conto di elementi vicini ad Al Qaida, combatte il figlio di Massud.    Se il Vietnam e la fuga da Saigon è stata una delle pagine più oscure per la potenza militare statunitense ora  la si può considerare una strepitosa vittoria rispetto al disastro di oggi.  Sul terreno sono stati lasciati in mano ai Mullah 73 velivoli, fra aerei ed elicotteri, 70 veicoli tattici corazzati  Harp del costo di circa un milione di dollari l’uno, carri armati, autoblindo  ed addirittura il sistema di difesa Cram in grado di  intercettare razzi,  proiettili di artiglieria e colpi di mortaio, quello stesso che avrebbe bloccato gli ultimi razzi lanciati dall’Isis. Secondo  il capo del comando centrale usa, gen. Kennet  Mc Kenzie,  non vi sono problemi  perché sono mezzi “resi inservibili” .   Ma cosa volete che sia, dal punto di vista economico, la perdita dell’armamento di un intero esercito quando  in questi venti anni gli Stati Uniti hanno bruciato in questa fantastica operazione la bellezza di 2313 miliardi di dollari . Se parliamo invece dei vantaggi tratti dal popolo afgano in questo sforzo compiuto dalle potenze occidentali per garantirgli la “democrazia”,  dobbiamo contare i 2,7 milioni di civili fuggiti all’estero, di cui 1,4 milioni  in Pakistan e 780 mila  in Iran, oltre all’Europa e tutte le  altre nazioni più vicine ed i quattro milioni che hanno compiuto  una emigrazione all’interno delle varie province del Paese. In totale  circa 7 milioni di persone hanno cercato scampo alla guerra su un totale di 38 milioni di abitanti.  Un ottimo risultato per poi lasciarli tutti in mano ai talebani.

In un suo recente intervento il “grande vecchio” della politica americana,  il novantottenne ex segretario di Stato Henry Kissinger, non ha lesinato le critiche a chi aveva diretto le operazioni militari in questi anni: Ne riportiamo alcuni passi.  “ Gli Stati Uniti si sono rivelati inadeguati  nelle azioni di contrasto agli insorti a causa della loro incapacità nel definire quale fossero gli obiettivi raggiungibili e di collegarli tra loro in modo tale da ricevere l’appoggio delle istituzioni politiche americane. Gli  obiettivi militari sono stati troppo assoluti ed irraggiungibili, quelli politici troppo astratti e sfuggevoli L’incapacità di collegarli tra di loro ha fatto si che l’America restasse invischiata in conflitti privi di termini ben definiti e ci ha portato, in patria, a perdere di vista le finalità condivise, sconfinando in un marasma di diatribe interne. Siamo sbarcati in Afghanistan sull’onda di un sostegno popolare in risposta agli attacchi terroristici di Al Qaida ma, dopo una campagna militare iniziale che ha raggiunto i suoi scopi con la massima prontezza, ci siamo imbarcati in un procedimento talmente lungo ed invasivo da alienarci le simpatie della maggioranza degli  afghani, anche di coloro che si erano opposti ai jihadisti. I talebani sono stati tenuti sotto controllo ma non eliminati, l’introduzione di forme di governo Inconsuete, d’altro canto , ha indebolito l’impegno politico ed incoraggiato la corruzione dilagante……. I presidenti  Donald Trump e Joe Biden hanno avviato trattative di pace  con i talebani che avevano giurato di sterminare una ventina di anni prima. Quei negoziati sono sfociati oggi nel ritiro incondizionato degli americani, per opera del governo Biden. Spiegarne i motivi non cancella la brutalità e soprattutto la precipitazione della decisione presa.”

Questa la lapide posta da Kissinger  su quanto compiuto  in questi anni e che non riguarda solo il prezzo economico che gli Stati Uniti hanno pagato  e che aumenterà nel tempo visto che continuerà a pesare sulle casse dello Stato l’assistenza alle migliaia e migliaia di reduci, ai parenti dei soldati morti in battaglia. Ancora una volta a pagare più di tutti sono stati comunque gli afghani che, oltre ai quasi cinquantamila morti civili, devono  contare 66 mila soldati o poliziotti uccisi   52 mila combattenti dell’armata talebana rimatsi sul campo. Per gli Stati Uniti le vittime sono state 2461 ma a questi si vanno ad aggiungere 3846 contractor statunitensi, un dato che il Pentagono preferisce non fornire e comunque non commentare perché dimostra  che a compiere le azioni più pericolose erano persone non regolarmente inquadrate fra le forze ufficiali  dell’esercito.

Anche l’Italia che, come notoriamente tutti sanno, ha da sempre grandissimi interessi e relazioni con quanto avviene da quelle parti, ha dovuto pagare il suo contributo di sangue: 54 soldati uccisi e 723 i feriti.  Oltre alle vite umane perse per una guerra inutile e nella quale non avevamo alcun motivo di intervenire, sono stati spesi milioni e milioni di euro per finanziare  le operazioni militari e la costruzione di scuole, ospedali da campo  e  strade che verranno utilizzate dai talebani. Comunque possiamo essere  soddisfatti, come ha affermato il ministro degli esteri Di Maio,  perchè abbiamo dimostrato come in pochi giorni  siamo stati capaci di trasportare cinquemila profughi afghani  di cui duemila soltanto nella tendopoli costruita ad Avezzano. Chissà se avevano il green pass per salire sugli aerei e se al loro arrivo a Roma sono stati controllati dal punto di vista sanitario. Fortunatamente per le donne non vi sono assolutamente i problemi legati all’uso delle mascherine:  sono abituate al burka.

Roberto Rosseti

“Montanari chieda scusa sulle Foibe”

RIPORTIAMO LA DICHIARAZIONE DELLO STORICO  MARINO MICICH SULLE VERGOGNOSE PAROLE DI TOMASO MONTANARI

 

“Montanari chieda scusa sulle Foibe”

“Sono affermazioni politiche e ideologiche quelle di Montanari. Chieda scusa pubblicamente alla popolazione giuliano-dalmata e alle vittime. Si occupi di arte e non di storia”, è il parere – all’Andkronos – di Marino Micich, direttore dell’Archivio-Museo storico di Fiume, commentando le dichiarazioni sulle Foibe di Tommaso Montanari, Rettore dell’Università per Stranieri di Siena.

“Il suo è un revisionismo ideologico tipico del vecchio Pci. C’è purtroppo un ritorno alle vecchie posizioni: la sua è la stessa tesi degli storici jugoslavi di Tito. Io conosco il croato e ho letto molti documenti: hanno la stessa visione. Quando poi dice che il giorno del ricordo delle Foibe è un giorno delle destre sbaglia perché non ricorda che quasi tutto il Parlamento votò la sua approvazione. Solo i Comunisti Italiani di Rizzo e Diliberto e una parte di Rifondazione votò contro. Montanari evidentemente si rifà alla loro ideologia: le sue dichiarazioni sono simili alle loro”, chiosa Micich.

Una storia tricolore

Pubblichiamo la prefazione del libro “Una storia tricolore” dell’amico Gianni Plinio.

“Non è né semplice né facile raccontare la storia di una vita. Soprattutto della propria. Anche nel suo aspetto prevalentemente politico. Ci ho vouto provare. Con l’aiuto della memoria non ancora troppo intorpidita e di tanto materiale documentale anche fotografico che ho gelosamente custodito nel tempo. E’ un impegnativo cimento a cui mi sono volontariamente sottoposto per fare un personale esame di coscienza su tante scelte effettuate nel tempo ed anche per poterle sottoporre al giudizio di chi avrà la ventura e la pazienza di andare a conoscerle. Dal 1968 ai giorni nostri è trascorsa un epoca ed è in gran parte cambiato il mondo eppure ad animarmi ed ispirarmi continua ad essere lo spirito di quella “scelta tricolore” fatta ,in condizioni di rischio ,ormai cinquant’anni fa.  E’ una “storia tricolore” non soltanto la mia ma anche quella di tanti altri della mia generazione che spero potranno anche riconoscersi in queste pagine.  La narrazione dei fatti-che ho voluto condire anche con un po’ di ironia-è personale e quindi di parte e fallibile ma da essi risulta comunque possibile conoscere(per i più giovani) e ricordare(per quelli che lo sono meno)uno spaccato di storia politica della Destra genovese nel più generale contesto nazionale1968 ai giorni nostri. Già fin d’ora chiedo venia per eventuali accidentali omissioni. Alla base delle tante iniziative e delle tante battaglie di cui sono stato protagonista e che ho voluto narrare in queste pagine c’èp sempre un impegno politico ispirato all’amor di Patria, all’ onestà e ad uno spirito di servizio nei confronti della parte più debole della nostra comunità. Come aveva insegnato a noi, in allora giovani, qu
el grande Italiano e quel grande Maestro di vita oltreché di politica che è stato Giorgio Almirante. Un nobile monito ed una virtuosa etica della politica che reputo attuali anche nell’epoca delle tecnologie avanzate e dell’intelligenza artificiale. Dedico questo scritto a mia moglie Marina che continua a sopportare pazientemente una persona molesta come me, agli amici che, in tutti questi anni-e soprattutto nei momenti più difficili-sono stati al mio fianco ,a coloro che hanno condiviso i Valori in cui mi sono riconosciuto ed anche a chi queste pagine serviranno solo per criticarmi o fugacemente ricordarmi.  Potevo fare di più e certamente meglio. Non sarò esente da censure ma spero che venga riconosciuto come, nella mia lunga “storia tricolore”, almeno un requisito non mi abbia mai fatto difetto: quello della coerenza e della lealtà.”Gianni PLINIO.

 

Commemorazione fratelli Mattei

Notte fra il 15 e il 16 Aprile del 1973,  Roma, quartiere Primavalle. La notte che sconvolse la vita di Mario e Anna Mattei e la vita di una intera comunità, quella del MSI. La storia è tristemente nota: un commando di Potere Operaio diede fuoco al piccolo appartamento dove la famiglia Mattei viveva solo […]

La vita è come un treno…

La  vita è come un  treno ma,  per poterlo prendere  e giungere a destinazione,  bisogna essere pronti  ad attenderlo in tutte le stazioni,   guai  se arrivi in ritardo  e senza il biglietto regolarmente vidimato.  Anche per la politica è la stessa identica cosa.  Le possibilità  arrivano per tutti, grazie e soprattutto  agli errori dei tuoi avversari, ma guai  a sbagliare il momento adatto, se non sali con il piede giusto corri il rischio di perdere il treno e ci vogliono anni prima che ne passi  un altro.

E’ quello che sta capitando a quei politici che in Italia pensano di rappresentare il popolo di centrodestra.  Grazie agli errori  ed alla impreparazione di chi ci governa ormai  da quasi un decennio, senza essere stato scelto con libere elezioni ma in seguito  a manovre di palazzo e di artifizi pilotati in stanze neanche tanto segrete, avevano avuto la possibilità di  guadagnarsi la simpatia della maggior parte dei cittadini rimasti allo sbando.  Quando  sembrava si fosse ormai arrivati  alla fine per il governo formato da quell’accozzaglia di  Cinque Stelle e sinistre  varie, sono arrivati i primi segnali, le prime avvisaglie che qualcosa non stava andando per il verso giusto.  Proviamo a vedere che cosa e a chiederci  perché ?

Dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, nel nostro paese, la destra non è mai stata al potere fino a quando, dopo il crollo dei partiti storici  Dc, Psi,  Psdi,  Pli e Pri,   svaniti sotto l’impulso delle inchieste giudiziarie legate al fenomeno “Mani Pulite ,  non è sceso in campo, attribuendosi il ruolo di  paladino delle libertà, l’industriale Silvio Berlusconi che, sicuramente,  di economia ( soprattutto nel proprio interesse) ci capiva molto ma di politica ne masticava poco.  E’ stato proprio grazie a lui, bisogna comunque riconoscerglielo,  se il centrodestra ha raggiunto il potere  ed ha ottenuto la possibilità di governare.  Con quali risultati , purtroppo, è sotto gli occhi di tutti.

Quando il Movimento sociale italiano aveva, più o meno, il 5 o 6 % dei voti  sicuramente eravamo emarginati,  non contavamo nelle stanze dei bottoni,  non gestivamo i consigli di amministrazione delle società importanti,    avevamo addirittura difficoltà a trovare il minimo spazio nei giornali, in televisione eravamo presenti solo ed unicamente nei dibattiti delle Tribune Politiche,  i nostri ragazzi  venivano aggrediti  per impedire loro di parlare, i nostri militanti uccisi, ma una cosa nessuno poteva negarcela o togliercela: il rispetto della gente ed  dei nostri avversari, anche di quelli che facevano di tutto per non farci conoscere.    E’ stata la prima cosa che abbiamo perso una volta dimostrato che i nostri rappresentanti in Parlamento e nelle istituzioni si comportavano esattamente come gli altri.

Colpa di Berlusconi ? Come molto spesso sento dire nei nostri ambienti? No, colpa di una classe dirigente che non ha saputo reggere alle lusinghe e alle sirene rappresentate dalla possibilità di gestire poltrone e prebende dimenticandosi  gli ideali e le scelte rigorose portate avanti  per anni  e con il sacrificio di tutto quel mondo di militanti e di attivisti che, forse,  pensavano non servissero più.  E’ stato l’assalto di tutta una serie di rampanti e di provenienti da altre sponde politiche che hanno preso il posto di chi aveva profuso il proprio impegno nelle sezioni.  Sia ben chiaro la stessa identica cosa è accaduta anche per altre forze politiche. Non si spiegherebbe altrimenti il sorgere di personaggi come Renzi,  Boschi ,  Orfini, Lotti, Calenda.

Un  discorso  a parte merita il  Movimento Cinque Stelle, un gruppo di guitti creato da una comico. Come altro si potrebbero chiamare i vari Di Maio, Taverna, Crimi,  Bonafede, Fico, Azzolina,  Di Battista.  La loro coerenza è dimostrata dal comportamento tenuto nei confronti del Pd e della promessa ai propri elettori di non fare mai accordi con quello che chiamavano: “il partito dei bambini di Bibbiano”.  Governano insieme e sono riusciti ad esprimere  un Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che, scelto da loro, è praticamente già passato armi e bagagli a sostenere tutte le posizioni imposte da Zingaretti e compagni.

Forza Italia si è letteralmente liquefatta  divisa in varie correnti  fra berlusconiani e frondisti. Rappresentano ancora qualcosa o qualcuno  i vari Tajani, Gelmini, Brunetta,  Bergamini, Carfagna.  Il candidato scelto da loro per guidare la coalizione in Campania per strappare la regione a De Luca, Stefano Caldoro, non è andato al di là del 17%  trascinando verso il basso tutti i partiti di centrodestra.

Non è andata meglio in Puglia a Fratelli d’Italia che hanno fatto dell’ex democristiano Fitto il loro portabandiera con il risultato che una regione,  data già vinta al 100 per cento, è rimasta nelle mani dell’ex magistrato Emiliano.

Indifendibile anche la Lega che, scegliendo come candidato la Ceccardi  in Toscana,  ha praticamente istituzionalizzato la battaglia fra chi dei due candidati principali fosse da considerare il più antifascista dimenticandosi i problemi veri della gente.  Il risultato è stato chiarissimo ed è inutile parlare  comunque di successo  nella rossa Toscana quando la maggior parte dei capoluoghi di provincia sono governati da anni da coalizioni formate da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia.

La verità è che il risultato negativo delle precedenti esperienze di governo da parte del centrodestra ci  ha portato alla situazione attuale, ma  non  è stata recepita da nessuno. I voti, non più legati  ad una stretta militanza quotidiana e ad una diffusione capillare delle proprie proposte culturali, sociali ed economiche, sono estremamente fluttuanti e cambiano direzione con  velocità impressionante.  Chi è così umile da capire  che se fino allo scorso anno il vento soffiava in una certa direzione, tanto da avere successi in tutte le regioni in cui si è votato, da gennaio la situazione è mutata,  prova ne sia la vittoria del centrosinistra in Puglia,  Campania, Toscana ma anche e soprattutto nei numerosi comuni conquistati al ballottaggio due settimane dopo.

Le ideologie sono morte. E tutti a ballare per la felicità ai loro funerali. Rimane il fatto che, se questo fosse vero,  il  successo sarebbe solo ed esclusivamente di chi  vuole un mondo in cui nessuno debba più credere in qualche cosa, in cui si acquisiscono meriti  pagando la partecipazione alle scuole di partito in cui vengono versati emolumenti anche ai docenti.  Tanti yuppies d’assalto  partono già con l’idea di presentarsi, a vent’anni,  alla corsa per una poltrona gestita direttamente dal segretario del partito e non dalla gente che appoggia  il candidato per l’esperienza e l’impegno profuso sul territorio. Anche in questo i Cinque Stelle  fanno scuola e fanno testo con i disastrosi  risultati sotto gli occhi di tutti e con un  esempio meraviglioso come quello del sindaco Raggi a Roma.

Il treno può  ancora essere preso in corsa, ne sono convinto,  solo ed esclusivamente se si torna ad una politica che abbia soprattutto a cuore l’impegno e la coerenza.  Quel treno che Almirante prendeva tante volte  per andare ad infiammare con la sua oratoria  il suo popolo o meglio, come la chiamava lui, la sua famiglia, chi lo stava ad ascoltare entusiasta anche quando non prometteva poltrone, ma sacrifici e difficoltà da affrontare tutti insieme senza che nessuno si tirasse indietro.

Quello stesso treno sul quale per mesi ha vissuto quel galantuomo di Araldo Di Crollalanza quando , dopo il terremoto dell’Italia centrale nel 1929, andava su e giù per la tratta ferroviaria creata appositamente per controllare i lavori di ripristino della case distrutte dal sisma.  Sono le uniche case rimaste in piedi quando, 50 anni dopo, avvenne la stessa tragedia in Irpinia.  Sarà forse un caso?  Andatelo a dire a quegli abitanti di Amatrice, Visso e tutti i paesi distrutti negli anni scorsi ed ai quali Renzi, Conte e Mattarella avevano promesso aiuti e ricostruzione. Non sono state neanche spostate le macerie.

La gente non vuole più essere presa in giro e non importa se a promettere sono politici di destra o di sinistra.  Si chiede soltanto un minimo di sincerità, di impegno e di coerenza. Chi riuscirà a dimostrare tutto questo in maniera credibile avrà il sostegno ed il voto.

 

Roberto Rosseti

Nessuno fermerà la musica!

Ieri in Piazza del Popolo a Roma si è tenuta una simulazione pratica di uno spettacolo dal vivo.

In uno scenario magnifico con una serata dal clima dolcissimo, come solo Roma ci regala dopo una giornata di pioggia, si sono esibiti molti artisti come Claudio Lippi, Tony Esposito, Greg, Marcello, Tiziana Rivale, per citarne solo alcuni. Lo spettacolo aveva come platea artisti del calibro di Francesco Pannofino, Ninetto Davoli e Eva Grimaldi ma soprattutto le rappresentanze di tutti gli operatori dello spettacolo che lavorano dietro le quinte ma che sono importantissimi perché senza di loro non si farebbe nulla.

Tutto questo è stato organizzato da Agostino Penna il quale ha voluto mettere in evidenza che oggi, con le dovute e giuste cautele, lo spettacolo dal vivo può riprendere la sua attività. Nel corso delle varie esibizioni Penna ha fatto notare che queste categorie non lavorano da mesi ormai e il Governo non ha prestato alcuna attenzione alle loro difficoltà non erogando nei loro confronti alcun tipo di sostegno. Ma la cosa peggiore è che non si vede alcuna possibilità di riprendere per ora l’attività.

Ecco il perché di questa bella serata che ha dimostrato che si può invece ricominciare.

Molti di voi si chiederanno perché la Fondazione Almirante si occupa del mondo degli artisti e dello spettacolo.

A parte che la Fondazione è sempre attenta alle difficoltà che gli italiani vivono ma il legame con il mondo dell’arte di Almirante era particolare. Veniva da una famiglia di attori e registi di teatro per poi avvicinarsi al cinema come direttori del doppiaggio e doppiatori. Al Teatro Valle di Roma c’è una targa che ricorda la prima rappresentazione dei “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello interpretata dalla compagnia Almirante.

In questo momento di difficoltà generale magari sottovalutiamo o non pensiamo ad alcune categorie che si trovano in grosse difficoltà economiche e che con il loro lavoro mantengono famiglie. Ecco perché un Governo, se tale si vuol farsi chiamare, dovrebbe pensare a 360 gradi ed emanare dei provvedimenti che abbraccino tutti i cittadini senza distinzione alcuna.

I nostri governanti non si stanno rendendo conto che sono seduti su una bomba! Non ci vuole nulla per scatenare una rivolta sociale, gli italiani non ce la fanno più!

Giuliana de’ Medici

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